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Alcamo, Sicilia

"Tra il Golfo di Castellammare a nord e le montagne dell'entroterra siciliano, i vigneti di Alcamo si distendono su un sistema di altopiani e colline dolci che attraversano la fascia occidentale dell'isola tra le province di Trapani e Palermo. Il rilievo principale è il Monte Bonifato, che supera i 500 metri e segna il limite orientale del comprensorio viticolo, mentre verso la costa le pendici scendono gradualmente fino a una pianura che tocca il mare a meno di venti chilometri. Le vigne si concentrano nella fascia tra i 100 e i 350 metri, su versanti arrotondati e pianori ampi dove il sole batte per buona parte dell'anno.Il profilo morfologico è aperto: i rilievi non creano gole strette né ombre prolungate, e le vallate si orientano verso il Golfo così che le brezze marine risalgono nel pomeriggio moderando il calore estivo. Oliveti e vigneti si alternano senza cesure, su un paesaggio dove l'assenza quasi totale di corsi d'acqua permanenti riflette la permeabilità del substrato geologico: l'acqua piovana scende rapidamente in profondità invece di raccogliersi in superficie.Geologia, suoli, climaLa geologia è dominata da calcari e dolomie mesozoiche che affiorano sui versanti collinari, spesso associati ad argille marnose nelle depressioni e nei fondovalle. Il substrato calcareo è poco profondo e molto permeabile, così che la vite deve scendere in profondità per trovare acqua, sviluppando apparati radicali estesi nel sottosuolo. Dove i banconi calcarei compatti emergono in superficie il suolo resta sottile, a tratti brunorosso per la presenza di ossidi di ferro; nelle zone meno inclinate l'argilla si accumula e trattiene l'umidità delle piogge invernali.Il clima è mediterraneo secco, tra i più caldi della Sicilia occidentale. L'altitudine dei vigneti introduce un raffreddamento notturno che allunga la maturazione rispetto alla costa, ma le temperature diurne d'estate superano regolarmente i 35 gradi nelle ore centrali. Lo scirocco soffia da sud-est portando caldo secco dall'Africa nel tardo agosto e in settembre, mentre le brezze dal Golfo moderano le punte pomeridiane nelle giornate tipiche. Le piogge si concentrano tra novembre e aprile e scendono sotto i 600 mm annui nella media, con luglio e agosto quasi completamente asciutti, per cui la vite cresce in condizioni di stress idrico naturale che limita le rese spontaneamente.StoriaLa viticoltura nell'area risale alle prime colonizzazioni fenicia e greca, che trovarono nel versante occidentale siciliano condizioni già favorevoli per la vite. I Romani ampliano la produzione, che diventa un'attività economica rilevante per i centri dell'interno. La dominazione araba dal IX secolo rallenta significativamente la produzione vinicola, che riprende a espandersi dopo l'XI secolo con la riconquista normanna.Nel corso del Medioevo il Catarratto si afferma come vitigno principale della zona, capace di adattarsi all'aridità estiva con rese generose su suoli calcarei. L'alberello alcamese — sistema di allevamento a ceppo basso con pochi tralci corti, senza sostegni — diventa il modello dominante perché limita la superficie fogliare esposta al sole e consente alla pianta di gestire meglio lo stress idrico estivo. Con la fillossera a fine Ottocento i vigneti vengono reimpiantati su portainnesti americani, ma l'alberello sopravvive in numerosi appezzamenti. Nel dopoguerra la spalliera a guyot avanza progressivamente per facilitare la meccanizzazione, ma il Catarratto resta il vitigno dominante su tutta la zona.OggiIl passaggio all'agricoltura biologica ha preso piede nell'ultimo ventennio, partendo soprattutto dalle piccole proprietà familiari che gestivano i vecchi vigneti ad alberello. L'aridità estiva costituisce un vantaggio in questo senso: nei mesi più caldi il clima secco riduce la pressione di peronospora e oidio, così che la gestione fitosanitaria diventa meno onerosa rispetto a zone con estati piovose. Per questo alcuni produttori si sono spostati verso protocolli biologici senza stravolgere le pratiche già consolidate.L'alberello alcamese è tornato al centro dell'attenzione come sistema di allevamento adatto al territorio: le vigne basse con la chioma vicino al terreno resistono meglio allo stress idrico e ai picchi termici estivi. Diversi produttori lo mantengono o lo stanno recuperando nei vigneti più vecchi, dove gli impianti risalgono agli anni Cinquanta e Sessanta e le radici si sono stabilizzate in profondità nel substrato calcareo.Il Catarratto ha ritrovato interesse dopo decenni di utilizzo quasi esclusivo come base per i tagli destinati all'export sfuso. Alcune aziende lo vinificano in purezza con macerazioni sulle bucce di durata variabile, pratica che richiama la tradizione contadina siciliana di lavorare l'uva con interventi minimi. Il Grillo e l'Inzolia occupano superfici minori ma si adattano bene all'aridità, mentre tra i rossi il Perricone — vitigno autoctono resistente al caldo — sta recuperando terreno rispetto al più diffuso Nero d'Avola."

Italia

Alcamo, Sicilia

Alentejo

"L'Alentejo si distende per quasi un terzo del territorio portoghese, tra il Tago a nord e il confine con l'Algarve a sud, spingendosi fino alla frontiera spagnola a est. Il nome significa letteralmente «al di là del Tejo» e già descrive la collocazione rispetto a Lisbona: un interno ampio dove il paesaggio si apre su pianure ondulate e collinette basse ricoperte da pascoli, querce da sughero, oliveti e vigneti. Non ci sono rilievi importanti tranne nella subregione settentrionale di Portalegre, dove le colline raggiungono i 700 metri e il clima si raffredda sensibilmente rispetto alla pianura circostante.Nella maggior parte del territorio il terreno ondula tra i 150 e i 300 metri, e i vigneti si inseriscono nel montado — il sistema agroforestale tradizionale con querce da sughero che disegnano il paesaggio con le loro chiome basse e torte. Verso sud, nelle subregioni di Moura, Granja-Amareleja e Vidigueira, il paesaggio si fa più piatto e arido, con i vigneti esposti al caldo intenso dell'estate.Geologia, suoli, climaI suoli dell'Alentejo sono tra i più eterogenei dell'Europa viticola. Il granito affiora nelle zone più settentrionali intorno a Portalegre, dove drena rapidamente l'acqua e si riscalda velocemente al sole estivo. Scendendo verso il cuore della regione, intorno a Évora, Borba e Reguengos, i calcari e i marmi intercalano le argille in un mosaico che cambia composizione ogni pochi chilometri. Le argille dominano nelle zone pianeggianti, dove trattengono l'umidità delle piogge invernali per rilasciarla lentamente nella stagione secca. Gli scisti compaiono a tratti sui versanti orientali più vicini alla frontiera spagnola.Il clima è mediterraneo continentale, tra i più estremi d'Europa viticola. Le temperature superano regolarmente i 40 gradi nelle pianure centrali durante luglio e agosto, le precipitazioni scendono sotto i 500 mm annui e si concentrano tra ottobre e marzo, lasciando l'estate completamente secca. Questa siccità intensa limita naturalmente le rese e accelera la maturazione. Nella subregione di Portalegre, dove l'altitudine supera i 400 metri, il clima si modera: le estati sono più fresche e le escursioni termiche notturne più marcate.StoriaLa viticoltura nell'Alentejo ha radici documentate nell'epoca romana: nel territorio di Évora si trovano tracce di ville rustiche con torchi oleari e vinari risalenti al I-II secolo d.C., e alcune ville hanno restituito anfore da trasporto che confermano la produzione locale. La presenza fenicia costiera aveva già introdotto la vite nell'area, ma è con Roma che la produzione assume carattere sistematico e commerciale. La dominazione araba a partire dall'VIII secolo ridimensiona la produzione, che riprende con la Reconquista cristiana tra il XII e il XIII secolo.Nel corso del Medioevo si consolida la tradizione del vinho de talha — vino fermentato e conservato in grandi anfore di terracotta fissate verticalmente nelle cantine con la bocca aperta verso l'alto. Questa pratica rimane caratteristica specifica della regione per secoli, con varianti locali nel modo di gestire i solidi in fermentazione. Le cantine cooperative del Novecento concentrano la produzione e trasformano il vino in una commodity, riducendo progressivamente la diversità delle pratiche tradizionali fino agli anni Ottanta.OggiIl recupero del vinho de talha è stato uno degli sviluppi più significativi degli ultimi vent'anni nell'Alentejo. Le anfore di terracotta locale — le talhas — vengono rimesse in uso per fermentazioni spontanee senza controllo delle temperature, con gestione minima e affinamento a contatto con bucce e vinaccioli per i bianchi. La pratica era caduta in disuso dagli anni Sessanta, quando le cantine moderne avevano preso il sopravvento; il recupero è avvenuto a partire dagli anni 2000, con alcune famiglie che hanno ritrovato talhas abbandonate nelle vecchie cantine e artigiani locali che hanno ripreso a produrne di nuove.Il passaggio al biologico ha avanzato in modo disomogeneo: a Portalegre, dove il clima è più umido e la pressione fungina più elevata, la conversione richiede più attenzione e diversi anni di adattamento; nelle zone aride del centro e del sud, dove l'estate secca riduce drasticamente il rischio di malattie, alcune aziende lavorano con trattamenti minimi anche senza certificazione formale. Le querce da sughero del montado che convivono con i vigneti creano ecosistemi con biodiversità più alta rispetto alle monoculture.I vitigni locali hanno ritrovato centralità: l'Aragonez — nome locale del Tempranillo — e la Trincadeira guidano la produzione dei rossi, con l'Alicante Bouschet che copre ampiamente i terreni argillosi. Tra i bianchi, l'Antão Vaz si adatta meglio alle temperature estreme e viene lavorato sia in fermentazioni a temperatura controllata sia in anfora."

Portogallo

Alentejo

Alsazia

"I vigneti dell'Alsazia si arrampicano lungo la striscia pedemontana che corre parallela al Reno per circa 170 chilometri, dal confine tedesco a nord fino ai dintorni di Mulhouse a sud. A est si apre la pianura renana, piatta e boscosa; a ovest si alzano i Vosgi, la catena montagnosa che supera i 1.400 metri nel Ballon de Guebwiller e funge da barriera naturale contro i venti umidi atlantici. Le vigne si incastrano nella fascia pedemontana tra i 175 e i 400 metri, strette tra i boschi di querce e castani che salgono verso le creste e la pianura che scende verso il fiume.Il profilo varia da nord a sud: nella parte settentrionale intorno a Barr e Andlau le colline sono più dolci e i versanti meno inclinati; scendendo verso Colmar e poi verso Guebwiller i pendii si fanno più ripidi e le esposizioni più nettamente a est e sud-est. Fiumi come il Fecht, il Weiss e il Lauch scendono dai Vosgi attraversando la zona viticola in direzione del Reno, tagliando vallate laterali dove il microclima varia sensibilmente rispetto alle colline adiacenti.Geologia, suoli, climaLa varietà geologica dell'Alsazia è tra le più alte d'Europa viticola: le faglie che hanno separato la pianura renana dai Vosgi durante l'Oligocene hanno portato in superficie formazioni di età e composizione molto diverse, compresse in una striscia larga pochi chilometri. Il granito affiora nelle zone più settentrionali intorno ad Andlau e Barr, dove drena rapidamente e si riscalda velocemente al sole. Più a sud, intorno a Dambach-la-Ville e Mittelbergheim, compaiono gli scisti rossi di derivazione vulcanica che trattengono più calore. Le marne e i calcari giurassici si concentrano nella zona centrale tra Obernai e Colmar, dove il suolo diventa più pesante e profondo. Intorno a Guebwiller affiorano il granito porfirico e i calcari ooliti, mentre il loess — depositi eolici sottili e polverosi — copre i versanti più bassi di tutta la zona.Il clima è semi-continentale, tra i più secchi di Francia: i Vosgi intercettano le perturbazioni atlantiche prima che raggiungano la zona viticola, così che Colmar registra meno di 500 mm annui di pioggia. Le estati sono calde e asciutte, gli autunni prolungati e soleggiati. Le escursioni termiche tra giorno e notte in settembre e ottobre superano spesso i 15-18 gradi, allungando il periodo utile prima della vendemmia.StoriaTracce di viticoltura in Alsazia risalgono all'epoca romana, ma è nel Medioevo che la zona assume un'importanza commerciale enorme. Tra il IX e il XV secolo l'Alsazia esporta vino lungo il Reno verso i Paesi Bassi e il nord Europa, con le città renane e i monasteri che fungono da intermediari per scambi su larga scala. Il Riesling si afferma come vitigno principale sui versanti meglio esposti a partire dal XV-XVI secolo, occupando le esposizioni a est e sud-est dove la maturazione è più completa. Il Gewurztraminer — già conosciuto come Traminer — si diffonde nelle zone centrali, mentre il Pinot Grigio si installa sulle posizioni più calde.La storia politica ha segnato profondamente il territorio: tra il 1870 e il 1918 l'Alsazia fa parte dell'Impero tedesco, e di nuovo tra il 1940 e il 1945. Questi passaggi hanno influenzato le varietà coltivate, avvicinando la zona alla tradizione dei vini aromatici tedeschi, e il sistema delle denominazioni. Con il ritorno definitivo alla Francia nel 1945 nasce il sistema delle appellations, che porta nel 1975 all'Alsace Grand Cru e alla codificazione di 51 lieux-dits specifici.OggiL'Alsazia conta una concentrazione significativa di aziende in regime biologico e biodinamico, con una tradizione che risale agli anni Settanta quando alcune famiglie di vignaioli scelgono di abbandonare i pesticidi di sintesi introdotti nel dopoguerra. La morfologia collinare ha favorito questa tendenza: i versanti ripidi rendono impossibile la meccanizzazione pesante, il lavoro si fa a mano tra i filari, e la viticoltura su parcelle spesso inferiori ai 2 ettari si adatta naturalmente a pratiche più attente al suolo.L'inerbimento dei filari si è diffuso negli ultimi trent'anni come risposta al rischio di erosione sui pendii più inclinati, dove le piogge possono asportare rapidamente il suolo scoperto. Le erbe spontanee crescono tra le vigne, vengono sfalciate in estate e lasciate decomporre sul terreno, mentre i sovesci di leguminose coprono il suolo nei mesi invernali.In cantina, il recupero delle fermentazioni con contatto sulle bucce per i bianchi — pratica praticamente abbandonata con l'industrializzazione degli anni Sessanta e Settanta — si è sviluppato a partire dagli anni Novanta in alcune aziende, soprattutto per il Pinot Grigio e il Gewurztraminer. L'utilizzo di lieviti indigeni e la riduzione dell'anidride solforosa sono diventati orientamenti condivisi da una parte crescente di produttori, senza che questo implichi un cambiamento generalizzato: la maggioranza delle aziende alsaziane lavora con metodi convenzionali o tradizionali."

Francia

Alsazia

Alta Irpinia

"I vigneti dell'Alta Irpinia si arrampicano sulle colline appenniniche della provincia di Avellino, tra i 400 e gli 800 metri di altitudine, in quella che è la parte più interna e montana della Campania. I versanti scendono sulle valli del Calore e del Sele, fiumi che tagliano il territorio aprendo passaggi tra le creste boscose. Le vigne si distribuiscono sui pendii esposti a sud e sud-est, dove il sole arriva in quantità sufficiente per far maturare l'Aglianico, varietà tardiva che ha bisogno di tutta la stagione vegetativa disponibile.Il paesaggio è montano: i boschi di castagni e querce coprono le zone più alte, lasciando spazio ai vigneti nella fascia tra i 450 e i 700 metri. L'isolamento geografico dei comuni interni — Nusco, Montella, Bagnoli Irpino, Sant'Angelo dei Lombardi — ha preservato una struttura fondiaria frammentata in piccoli appezzamenti, spesso lavorati a mano per l'impossibilità di accesso ai mezzi meccanici sui versanti più ripidi.Geologia, suoli, climaLa geologia dell'Alta Irpinia è stratificata: i calcari e le marne del substrato si alternano a depositi argillosi e a livelli di ceneri vulcaniche provenienti dall'attività millenaria del Vesuvio. L'eruzione detta di Avellino, avvenuta circa tremila anni fa, ha depositato uno strato di tephra su tutta l'area interna campana, mescolando materiale vulcanico ai suoli preesistenti. Questo intreccio di argilla, calcare e minerali vulcanici crea suoli profondi con buona ritenzione idrica, che si comportano diversamente a seconda dell'esposizione e dell'altitudine.Il clima è continentale di montagna: inverni freddi e spesso nevosi, estati calde ma sempre condizionate dall'altitudine che abbassa sensibilmente le temperature notturne. Le precipitazioni sono abbondanti rispetto alla costa campana, concentrate in autunno e primavera. Le escursioni termiche tra giorno e notte in settembre e ottobre raggiungono anche i 15-20 gradi, rallentando la maturazione dell'Aglianico e allungando il periodo di affinamento dell'uva in pianta fino a novembre inoltrato.StoriaLa presenza della vite in Irpinia è documentata dall'epoca sannitica e poi romana: le tribù sannite abitavano queste montagne prima della conquista romana, e la vite era già una coltura stabile nell'area. I Greci avevano portato il Fiano — identificato con le antiche uve «apiane» delle fonti classiche — e il Greco, le cui origini greche sono indicate già dal nome. L'Aglianico — termine che alcune ipotesi collegano all'adattamento di «ellenico» — si radica sui versanti migliori diventando il vitigno dominante per i rossi.Nel Medioevo le abbazie benedettine conservano la viticoltura nelle valli più riparate. Il terremoto del 1980, con epicentro tra Nusco e Sant'Angelo dei Lombardi, devasta l'intera area e interrompe per anni l'attività agricola, svuotando molti dei comuni collinari. Il recupero della viticoltura è avvenuto lentamente nel corso degli anni Novanta e Duemila, con una nuova generazione di produttori che ha reimpiantato i vigneti abbandonati o riattivato quelli superstiti.OggiIl biologico ha trovato terreno fertile nell'Alta Irpinia per ragioni legate ai vincoli del territorio: la morfologia montana rende impossibile la meccanizzazione pesante, le parcelle piccole richiedono lavoro manuale, e le escursioni termiche elevate limitano naturalmente la pressione delle malattie fungine rispetto alle zone costiere. Diversi produttori hanno certificato i loro vigneti in biologico negli ultimi quindici anni, spesso in continuità con pratiche che non avevano mai abbandonato la logica contadina.L'Aglianico ad alberello sopravvive in alcuni vigneti vecchi, impiantati prima che il guyot si affermasse come sistema standard nel dopoguerra. Dove l'impianto è fitto e il versante ripido, le lavorazioni meccaniche sono impraticabili, per cui il suolo viene lavorato manualmente o con piccoli mezzi. L'inerbimento spontaneo è diffuso sui versanti meno esposti, dove la cotica erbosa trattiene il suolo contro l'erosione delle piogge primaverili.Il Fiano e il Greco, coltivati a quote leggermente più basse rispetto all'Aglianico, stanno recuperando superficie dopo decenni in cui la conversione ai rossi aveva ridotto i bianchi a una presenza marginale. Alcune aziende fermentano questi bianchi con lieviti indigeni e senza aggiunte esterne, restituendo complessità alla fermentazione a scapito della prevedibilità del risultato."

Italia

Alta Irpinia

Alto Crotonese, Calabria

"Le colline dell'Alto Crotonese si alzano dall'entroterra ionico della Calabria, guadagnando quota con tornanti stretti che salgono sopra Cirò e Melissa fino ai 575-600 metri dei borghi interni. In basso, verso la costa, la pianura si apre sul mare: Cirò Marina, quella che i Greci chiamavano Kremisa, è a meno di mezz'ora. In alto, il paesaggio cambia carattere. Le vigne si alternano agli uliveti e ai campi su versanti che guardano l'Ionio a est, mentre a nord-ovest i rilievi si addensano verso la Sila Greca, il massiccio che separa questo lembo di Calabria dall'altro versante. I borghi interni dell'Alto Crotonese, molti dei quali sorti nel XV secolo per accogliere comunità arbëreshë, i profughi albanesi che riorganizzarono il territorio dopo le devastazioni ottomane, occupano le cime delle colline, in posizioni da cui si vede lontano ma si arriva con fatica.I vigneti si distribuiscono su questa fascia collinare tra i 250 e i 600 metri, dove la quota abbassa la temperatura rispetto alla costa e allunga la stagione vegetativa.Geologia, suoli, climaI suoli dell'Alto Crotonese derivano da sedimenti marini del Pliocene, sollevati dai movimenti tettonici che hanno costruito questo angolo di Calabria. L'arenaria prevale sui versanti a queste quote, dove trattiene minerali che le radici raggiungono scendendo in profondità. Nelle zone più basse e nei fondovalle le componenti argillose diventano dominanti, trattenendo l'umidità nei mesi di siccità estiva. Più in alto, affioramenti calcareo-marnosi drenano più rapidamente, spingendo le radici ancora più in basso. In alcune zone la terra si tinge di rosso per la presenza di ossidi di ferro, mentre in altri punti affiora più chiara, tendente al grigio.Il clima a queste quote è continentale più che mediterraneo. Estati calde ma ventilate, con escursioni termiche che al tramonto si fanno sentire. Le piogge si concentrano tra ottobre e marzo, poi spariscono quasi del tutto tra maggio e settembre. Quando soffia il maestrale dalla Sila, asciuga i vigneti in poche ore dopo i temporali primaverili, riducendo la pressione delle malattie fungine. Il caldo della costa non arriva intero fino ai 500-600 metri dei borghi alti: la maturazione del Gaglioppo e del Greco Bianco qui è più lenta e più lunga rispetto ai vigneti costieri.StoriaLa vite sul versante ionico crotonese risale ai coloni greci che fondarono Kremisa intorno all'VIII secolo a.C. Portarono con loro il Gaglioppo, vitigno a bacca rossa che in queste colline ha trovato il terreno più adatto, e pratiche viticole che si sono sedimentate nei secoli. Nel Medioevo le comunità monastiche contribuirono a mantenere la coltivazione della vite anche nell'entroterra collinare. I borghi arbëreshë del XV secolo portarono nella zona una presenza culturale distinta, con un'agricoltura mista che affiancava vigne, ulivi, grano e pascoli.Per secoli il Gaglioppo ha dominato i versanti migliori, affiancato dal Greco Bianco per i vini bianchi e da varietà come il Greco Nero, la Malvasia e lo Zibibbo nelle zone più calde. Il sistema di allevamento tradizionale era l'alberello, forma che lasciava le piante basse e compatte, resistenti al vento e alla siccità estiva. Nel Novecento l'industrializzazione della viticoltura cirotana ha trasformato il territorio in un fornitore di grandi quantità per il mercato nazionale. Le rese sono salite, molti vigneti hanno abbandonato l'alberello per sistemi più meccanizzabili, vigne vecchie sono state strappate o abbandonate. Il territorio ha perso progressivamente la sua frammentazione varietale storica.OggiIl ritorno all'Alto Crotonese parte da un dato fisico: a queste altitudini, la siccità estiva e la struttura dei suoli richiedono vigne con apparati radicali profondi e ben adattati. Le vigne vecchie, con radici che scendono a cercare acqua negli strati profondi, rispondono naturalmente a questo vincolo. Conservarle e lavorarle con il minimo intervento è diventata la direzione di chi opera in questo territorio con un approccio non convenzionale.Il Gaglioppo su alberello nelle parcelle di altura matura più lentamente rispetto alla costa, sviluppando caratteristiche che le versioni di pianura non raggiungono. Il Greco Bianco avvespato, raccolto nelle ore più fresche per rispondere alle temperature della vendemmia, viene vinificato da alcuni con macerazione sulle bucce, tecnica che i contadini locali usavano abitualmente prima che la modernizzazione la cancellasse in favore di fermentazioni rapide e vinificazioni riduttive.La ventilazione delle colline riduce la pressione fungina, favorendo il lavoro senza chimica di sintesi. Il biologico avanza tra le piccole proprietà dell'entroterra, dove l'agricoltura mista — vigne, ulivi, orti — è ancora la norma. Alcuni produttori hanno introdotto la vinificazione in anfora di terracotta, in continuità con pratiche di conservazione che nel bacino del Mediterraneo orientale hanno radici antiche. I pezzi di vigna in affitto si aggiungono alle proprietà, ricomponendo lentamente parcelle che la parcellizzazione fondiaria aveva frammentato."

Alto Crotonese, Calabria

Alto Salento, Puglia

"La penisola salentina corre verso il Mediterraneo come una stretta lingua di terra piatta, e l'Alto Salento ne occupa la parte settentrionale, dove il paesaggio si fa appena più ondulato prima di appiattirsi completamente avvicinandosi a Lecce e Brindisi. Il territorio è solcato da lievi depressioni — le gravine dove le acque piovane si raccolgono e scorrono verso il mare — e la doppia influenza marina è costante: l'Adriatico a est e lo Ionio a ovest sono spesso distanti meno di cinquanta chilometri dalla campagna interna. Questa posizione tra due mari ammorbidisce il clima senza mai raffreddarlo davvero.I vigneti crescono su un pianoro calcareo che supera raramente i 150 metri di quota, in mezzo agli oliveti millenari e alle masserie bianche disseminate nel territorio. La vite e l'olivo si dividono lo spazio da secoli: per generazioni sono stati coltivati insieme sugli stessi fondi, con le vigne tra gli olivi su terreni dove il suolo sottile poggia direttamente sul substrato di calcare.Geologia, suoli, climaLa geologia è quella di una piattaforma calcarea mesozoica, compatta e permeabile, che affiora dappertutto appena si scalfisce il suolo superficiale. Sopra questa base si è sviluppata la terra rossa — suolo ferallittico rossastro che deriva dall'alterazione del calcare con concentrazione degli ossidi di ferro. È sottile, spesso non più di 40-50 centimetri prima di incontrare il calcare compatto, e drena rapidamente le acque piovane verso le fessure del substrato. Dove il suolo si accumula nelle lievi depressioni del terreno, l'argilla trattiene un po' più di umidità invernale.Il clima è mediterraneo puro, tra i più secchi e caldi d'Italia. L'estate si protrae quasi cinque mesi senza precipitazioni significative, con temperature che superano i 35 gradi nelle ore centrali e scendono poco di notte. Il vento di maestrale e le brezze dall'Adriatico asciugano le vigne rapidamente dopo le rare piogge estive, riducendo il rischio fungino; lo scirocco porta invece caldo umido dal nord Africa nei periodi più critici.StoriaLa viticoltura nel Salento settentrionale risale alle colonie greche e messapiche che occuparono la penisola a partire dall'VIII-VII secolo a.C. I Messapi, popolo non greco ma fortemente influenzato dalla Magna Grecia, praticavano la viticoltura sui terreni calcarei già in epoca preromana. I palmenti rupestri — vasche scavate nella roccia calcarea per la pigiatura e la raccolta del mosto — ancora visibili in molti siti della zona attestano la profondità di questa tradizione.Nel Medioevo le masserie — grandi aziende agricole con strutture difensive, magazzini e cantine — diventano il modello organizzativo del territorio. Nel Novecento la produzione si orienta quasi totalmente verso il vino da taglio ad alta gradazione, esportato verso il nord d'Italia e la Francia. Il Negroamaro e il Primitivo vengono vinificati in grandi volumi a gradazioni molto elevate, e le cooperative raccolgono la maggioranza della produzione.OggiIl cambiamento più rilevante degli ultimi trent'anni è stato il ridimensionamento del modello della produzione di massa. Il Negroamaro — per decenni componente quasi esclusivo dei tagli — è tornato a essere vinificato in purezza con vendemmie più precoci rispetto al passato, per abbassare i gradi alcolici e preservare freschezza. La varietà si adatta bene alle vendemmie scalari: le uve più fresche dei vigneti in quota lievemente superiore vengono raccolte prima e vinificate separatamente.L'alberello salentino — sistema di allevamento tradizionale a ceppo libero e basso, senza sostegni — sopravvive in molti vigneti vecchi, alcuni risalenti al primo Novecento. Il sistema è inadatto alla meccanizzazione, per cui chi mantiene l'alberello lavora necessariamente a mano, condizione compatibile con le pratiche biologiche che diversi produttori hanno adottato negli ultimi vent'anni. L'aridità estiva riduce la necessità di trattamenti anticrittogamici nella stagione secca, agevolando la transizione.I vitigni locali restano al centro della produzione: il Negroamaro domina per superficie, ma il Susumaniello — varietà quasi scomparsa fino agli anni Novanta — sta recuperando terreno su piccole parcelle, mentre il Primitivo copre la parte più occidentale del territorio."

Italia

Alto Salento, Puglia

Altopiani del Balaton

"Le colline vulcaniche degli Altopiani del Balaton si alzano dalla sponda settentrionale del lago come promontori isolati, visibili da lontano perché la pianura pannonica che li circonda è piatta. Il Badacsony è il più noto: un cono tronco di basalto che raggiunge i 437 metri e scende ripido verso l'acqua; il Csobánc, il Tóti-hegy e il Szent György-hegy emergono anch'essi dalla pianura come isole vulcaniche, ognuno con il proprio versante esposto verso il lago a sud. Le vigne si arrampicano sui versanti meridionali di queste butte, dove la superficie del Balaton riflette la luce solare e aumenta l'irraggiamento sulle uve in maturazione.L'intero arco della sponda nord del Balaton si sviluppa per una sessantina di chilometri da est a ovest, con i vigneti che scendono fino quasi al livello del lago a 104 metri sul mare e salgono sulle butte fino a 300-350 metri di quota. La zona comprende anche versanti collinari meno drammatici, dove le vigne sono organizzate su terrazze e pendii più regolari tra le butte principali.Geologia, suoli, climaIl basalto è la roccia dominante delle butte vulcaniche del Badacsony e dei promontori circostanti: si è formato da eruzioni vulcaniche terziarie e affiora grigio-scuro sulle pareti rocciose, mentre si trasforma in suolo bruno-rossastro ricco di minerali man mano che si decompone. Sopra il basalto si stratificano argilla, loess e sabbia in proporzioni variabili a seconda dell'esposizione e dell'altitudine. I suoli più vicini alle pareti basaltiche sono sottili e ben drenanti; nelle terrazze più basse il loess si accumula creando strati più fertili e profondi.Il Lago Balaton — con i suoi circa 600 km² di superficie — funziona da accumulatore termico: trattiene calore d'estate e lo rilascia in autunno, ritardando i geli notturni di settembre e ottobre e allungando la stagione vegetativa. Il clima generale è continentale sub-pannonico con influenze sub-mediterranee: estati calde e soleggiate, inverni freddi, con precipitazioni distribuite abbastanza uniformemente durante l'anno e una primavera mite che consente una lunga stagione di crescita.StoriaLa viticoltura nella zona del Balaton è documentata fin dall'epoca romana, quando le ville rustiche della Pannonia producevano vino per le guarnigioni stanziate nell'area. Dopo la caduta dell'Impero romano e le migrazioni delle popolazioni germaniche, l'abbazia benedettina di Tihany — fondata nel 1055 — diventa un centro di produzione vinicola importante per tutto il Medioevo. Il Kéknyelű — vitigno autoctono il cui nome significa letteralmente «tralcio azzurro» — è documentato sulle colline di Badacsony già nel XIV-XV secolo come varietà di pregio.L'era austro-ungarica vede la crescita di una produzione strutturata. Con la collettivizzazione socialista degli anni Cinquanta le proprietà individuali vengono abolite e la produzione si concentra in grandi cantine di stato orientate alla quantità. Dopo il 1989 la privatizzazione riporta i vigneti nelle mani di famiglie e piccoli produttori, avviando un lungo processo di recupero della qualità che si intensifica nel corso degli anni Duemila.OggiLa rinascita viticola degli ultimi trent'anni si è costruita soprattutto intorno all'Olaszrizling — varietà bianca che si adatta bene ai suoli basaltici e alla moderazione termica del lago — e al recupero del Kéknyelű, quasi scomparso durante gli anni della collettivizzazione. Alcune famiglie avevano conservato pochi filari di Kéknyelű sulle parcelle più difficili da meccanizzare, e da questi sopravvissuti la ripropagazione è ripartita a partire dagli anni Novanta.La pendenza delle butte basaltiche rende impossibile la meccanizzazione sui versanti più ripidi, per cui molte vigne vengono lavorate a mano su terrazze strette. Questa condizione ha facilitato il passaggio al biologico in diversi piccoli produttori, che gestiscono parcelle da uno a tre ettari spesso su più esposizioni. La gestione biologica punta a preservare la mineralità del basalto in decomposizione evitando i concimi di sintesi che altererebbero l'equilibrio del suolo.Lo Szürkebarát — il Pinot Grigio ungherese — cresce bene sui versanti più esposti a sud, dove il calore riflesso dal lago accelera la maturazione. Alcune aziende lo fermentano con contatto sulle bucce, recuperando una pratica locale che il dopoguerra aveva pressoché cancellato in favore di fermentazioni rapide e pulite."

Ungheria

Altopiani del Balaton

Astigiano

"Le colline dell'Astigiano si sviluppano a est e a sud di Asti, sulle due sponde del Tanaro e fino ai confini con la provincia di Alessandria. Il paesaggio è collinare e continuo, con creste che raramente superano i 400 metri e versanti ampi e soleggiati dove i vigneti si distendono quasi ininterrottamente tra i boschi di querce e noccioli. La pianura padana resta a nord, visibile dai crinali più alti; a sud le colline salgono verso il Monferrato e poi verso le Langhe.Il comprensorio viticolo è vasto: il Belbo e il Nizza percorrono le valli laterali, il Tanaro segna il confine settentrionale. I versanti esposti a sud e sud-ovest portano i vigneti di Barbera più completi, mentre le esposizioni più fresche ospitano il Moscato e il Grignolino, vitigni che maturano su ritmi diversi e richiedono posizioni diverse per esprimersi.Geologia, suoli, climaLa geologia è principalmente quella delle colline plio-pleistoceniche del Monferrato. I suoli più antichi e argillosi sono le marne calcaree grigio-chiare — terreni calcareo-argillosi ricchi di carbonato di calcio che affiorano nei versanti più ripidi e antichi della zona sud di Asti, verso Nizza e Canelli. Questi suoli si riscaldano lentamente, trattengono bene l'umidità invernale e cedono mineralità alla vite durante la stagione secca.Nelle zone più basse e in prossimità del Tanaro prevalgono invece le Sabbie Astiane — depositi marini plio-pleistocenici di sabbie fini e ghiaiose che testimoniano il periodo in cui tutta l'area era coperta dal mare. Questi strati ospitano fossili di molluschi abbondanti che affiorano dove i versanti sono erosi. I suoli sabbiosi drenano rapidamente e si riscaldano più in fretta. Il clima è continentale, con inverni freddi e nevosi ed estati calde; la nebbia autunnale è frequente nelle valli e influenza i ritmi della vendemmia tardiva del Moscato.StoriaI Comuni di Asti conservano statuti del XIII-XIV secolo che regolano produzione e commercio del vino, segno di un'economia vinicola già strutturata. La Barbera si afferma come vitigno dominante nei secoli successivi, diffondendosi su tutti i versanti per la sua capacità di produrre anche su suoli meno fertili. Il Moscato Bianco occupa da secoli le colline più soleggiate intorno a Canelli e Santo Stefano Belbo, dove la maturazione tardiva consente di raccogliere grappoli ricchi di zuccheri.Nel Novecento le cantine cooperative raccolgono la gran parte della produzione di Barbera destinata al mercato sfuso, mentre i commercianti astigiani costruiscono un sistema di export verso tutta l'Italia settentrionale. La meccanizzazione postbellica trasforma i vigneti: il guyot sostituisce progressivamente le forme di allevamento più antiche, e la Barbera diventa sinonimo di vino quotidiano abbondante e acido.OggiNegli ultimi vent'anni la Barbera dell'Astigiano ha attraversato una ridefinizione: l'interesse per la vinificazione con meno interventi è partito da produttori che hanno scelto macerazioni più brevi e fermentazioni spontanee, allontanandosi dal modello barricato degli anni Novanta. Questa tendenza si è intrecciata con il passaggio al biologico su vigneti che, localizzati su versanti spesso scoscesi, erano già lavorati con poca meccanizzazione.I vigneti di Barbera vecchia — alcuni risalenti agli anni Trenta e Quaranta — sopravvivono sui versanti più ripidi dove la meccanizzazione non è arrivata. Le radici profonde nelle marne calcaree rendono queste vigne più resistenti alla siccità estiva, per cui la gestione biologica risulta meno critica che nei vigneti giovani su sabbia.Il Moscato Bianco, lavorato da secoli con vendemmia manuale e selezione rigorosa, resta il vitigno che meno ha subito le pressioni della produzione di massa: i grappoli vengono raccolti a mano in più passaggi, e la vinificazione mantiene ritmi propri rispetto al circuito industriale delle grandi case spumantistiche.Il Grignolino — rosso astigiano di colore scarico e tannini fini — sopravvive su pochi vigneti storici sui versanti più argillosi, dove la varietà esprime un profilo insolito per il Piemonte: quasi trasparente nel colore, con acidità alta e tannini secchi che lo rendono difficile da apprezzare giovane. Chi lo mantiene in vigna lavora su scala ridotta con pratiche biologiche che rispettano la natura delicata della varietà — buccia sottile, sensibile alle malattie — senza forzare rese che sarebbero comunque basse."

Italia

Astigiano

Aube, Champagne

"L'Aube è il dipartimento più meridionale della Champagne, situato circa 100 chilometri a sud della Marne dove si concentrano Reims e Épernay. Il nucleo viticolo principale è la Côte des Bar, che corre lungo la Senna e il suo affluente l'Arce tra Bar-sur-Seine a nord-ovest e Bar-sur-Aube a est. Le colline sono coperte di boschi di querce e faggi nelle zone alte, con i vigneti che scendono sui versanti meglio esposti tra i 180 e i 280 metri di quota.Il paesaggio ha un'impronta più borgognona che champenoise: i versanti arrotondati assomigliano più a quelli della vicina Chablis che alle pianure gessose della Marne. La Senna e l'Arce tagliano vallate strette che creano esposizioni diverse e microclimi variabili, con i versanti a est e sud-est che ricevono il sole del mattino e quelli a ovest che lo prendono nel pomeriggio.Geologia, suoli, climaLa geologia dell'Aube è radicalmente diversa da quella della grande Champagne: anziché il gesso cretaceo delle zone di Reims e Épernay, qui affiora il Kimmeridgiano — il calcare argilloso del Giurassico superiore, formatosi circa 150 milioni di anni fa. Queste marne calcaree contengono fossili marini abbondanti, tra cui la piccola ostrica Exogyra virgula che è la firma geologica di questo periodo, e sono geologicamente identiche ai suoli di Chablis, distante una settantina di chilometri a sud-ovest.Il Kimmeridgiano trattiene meglio l'umidità estiva del gesso e cede minerali alla vite in modo continuo. Il clima è continentale con influenze semi-oceaniche, leggermente più caldo della Marne per la latitudine più meridionale. Le escursioni termiche autunnali sono marcate, con notti vicino allo zero già in ottobre mentre le temperature diurne restano miti, allungando il periodo utile per la maturazione.StoriaLa viticoltura nell'Aube è documentata dall'epoca romana sulle colline della Senna. Nel Medioevo Bar-sur-Aube diventa un centro commerciale importante grazie alle sue fiere annuali — le Fiere di Champagne — che mettono in contatto mercanti delle Fiandre con quelli italiani e spagnoli, e il vino locale scorre su questi percorsi commerciali. Nel corso dei secoli l'area sviluppa una tradizione di piccoli produttori che vinificano le proprie uve, diversamente dalle Maisons del nord che acquistano da viticoltori separati.La crisi più acuta arriva nel 1911, quando i produttori della Marne fanno escludere l'Aube dalla zona geografica della Champagne. La rivolta dei vignaioli — con scontri e distruzioni — porta al ripristino dell'inclusione nel 1927. Questo episodio ha segnato l'identità dell'Aube: la cultura del récoltant-manipulant — il produttore che vinifica le proprie uve — vi è più radicata che nella Marne.OggiNell'Aube la proporzione di récoltants-manipulants è storicamente più alta che nella Marne, per cui la cultura artigianale ha radici profonde e il passaggio alle pratiche biologiche e biodinamiche si è innestato su questa base negli ultimi vent'anni. Alcuni produttori hanno abbandonato i diserbanti e i fertilizzanti di sintesi introdotti nel dopoguerra, riscoprendo la gestione del suolo come elemento centrale della qualità.Le marne Kimmeridgiane sono più suscettibili alla compattazione dal passaggio dei trattori rispetto al gesso, per cui la riduzione dei passaggi meccanici ha effetti più immediati sulla struttura del suolo. L'inerbimento dei filari si è diffuso negli ultimi quindici anni, con le erbe spontanee sfalciate più tardi nella stagione per non competere con la vite nel periodo critico.Il Pinot Nero, che copre circa l'84% dei vigneti dell'Aube, trova in questi suoli marnosi condizioni diverse dalle colline gessose del nord: le maturazioni sono più lente e le acidità più alte. Diversi produttori valorizzano le parcelle vecchie su Kimmeridgiano separatamente, con fermentazioni spontanee e bassa aggiunta di solfiti, puntando su uno stile che riflette la specificità geologica del territorio. Le fermentazioni malolattiche — quasi obbligatorie nella Champagne settentrionale per ammorbidire l'acidità — vengono a volte bloccate qui per mantenere tensione e verticalità, tecnica facilitata dall'acidità naturalmente più equilibrata delle marne Kimmeridgiane rispetto al gesso della Marne."

Francia

Aube, Champagne

Beaujolais, Francia

"I vigneti del Beaujolais scendono dalle colline del Massiccio Centrale verso la pianura della Saona, tra Lione a sud e Mâcon a nord, in una striscia lunga circa 55 chilometri e larga 15. Il territorio si divide in due zone distinte: a nord i rilievi granitici dei dieci Cru, dove le colline raggiungono i 600 metri e i versanti sono ripidi e scoscesi con esposizioni prevalentemente a est e sud-est; a sud il Beaujolais pianeggiante, con suoli argillo-calcarei a quote tra i 150 e i 250 metri. Il confine tra le due zone si percepisce nella roccia: dove la terra diventa scura e granitica, cominciano i Cru.La Saona scorre a est e il fiume Ardières taglia il territorio in direzione est-ovest, aprendo la principale vallata di collegamento. I versanti esposti a est e sud-est sui rilievi settentrionali sono i più vitati, mentre i crinali più alti restano coperti da boschi di querce che si alternano ai vigneti.Geologia, suoli, climaNel Beaujolais settentrionale — la zona dei Cru da Moulin-à-Vent a Saint-Amour — il granito è la roccia dominante. Affiora beige-grigiastro e si decompone in sabbie granitiche quarzose che drenano rapidamente e sono povere di nutrienti, costringendo le radici del Gamay a scendere in profondità. Il porfido e gli scisti compaiono a tratti, variando la composizione da un versante all'altro; il manganese è presente in quantità significative su alcuni vigneti di Moulin-à-Vent, dove il suolo assume una tonalità blu-violacea caratteristica.Nel Beaujolais meridionale i calcari dorati del Giurassico sostituiscono il granito: suoli più pesanti e argillosi che trattengono bene l'acqua. Il clima è continentale nella parte nord, con influenze mediterranee che crescono scendendo verso Lione. Le estati sono calde e asciutte, con temporali violenti che possono portare grandine nei mesi di luglio e agosto. Le escursioni termiche autunnali sono marcate, specialmente nelle zone alte dei Cru.StoriaLa viticoltura nel Beaujolais affonda le radici nell'epoca romana — il nome della regione ricorda il vicus romano di Bellum Iacum — ma la svolta decisiva arriva nel Medioevo, quando i monaci benedettini dell'abbazia di Cluny sviluppano la coltivazione sistematica della vite. Il Gamay Nero a Succo Bianco era già coltivato in Borgogna prima del 1395, anno in cui il duca Filippo il Temerario lo bandì dalla regione definendolo «cattiva e disleale pianta». Espulso dalla Borgogna, il Gamay trova terreno nelle colline granitiche del Beaujolais, dove si adatta perfettamente ai suoli acidi privi di calcare.Il sistema di allevamento a gobelet — vite a ceppo basso senza sostegni con tre o quattro tralci corti — è la forma tradizionale dell'intera zona. Negli anni Settanta e Ottanta il fenomeno del Beaujolais Nouveau — vino giovane da macerazione carbonica da consumare entro il terzo giovedì di novembre — porta a un periodo di sovrapproduzione e standardizzazione che appiattisce la reputazione della zona per oltre un decennio.OggiLa reazione al periodo del Nouveau è arrivata con una riscoperta dei Cru come territori distinti: il Morgon con i suoi scisti in decomposizione, il Moulin-à-Vent con il manganese, il Fleurie con il granito rosa — le differenze geologiche tra i Cru sono diventate il punto di partenza per approcci produttivi distinti: macerazioni più lunghe nei suoli di scisto più ricchi di tannini, vendemmie più tarde nei graniti più freddi del nord. Questo processo ha spinto diversi produttori verso le parcelle più vecchie e le fermentazioni più lunghe, distaccandosi dalla macerazione carbonica integrale per abbracciare macerazioni classiche con lieviti indigeni.Il gobelet ha avuto un ruolo cruciale in questa trasformazione: la forma di allevamento bassa e a ceppo libero è impossibile da meccanizzare, per cui chi mantiene il gobelet lavora già a mano e tende naturalmente verso pratiche meno interventiste. Il biologico e il biodinamico si sono diffusi soprattutto tra i produttori dei Cru settentrionali, dove le parcelle più piccole su granito rendono più gestibile la conversione. La pressione fungina sui suoli granitici acidi è mediamente meno intensa rispetto ai suoli argillosi e calcarei della pianura a est, agevolando la transizione senza trattamenti preventivi sistematici."

Francia

Beaujolais, Francia

Bellunese, Veneto

"La provincia di Belluno è la più settentrionale del Veneto, incastrata tra le Dolomiti a nord — dichiarate Patrimonio UNESCO nel 2009 — e le Prealpi a sud, con il Piave e i suoi affluenti — il Boite, il Cordevole, il Mis — che scendono dalla montagna tagliando le valli in direzione nord-sud. I vigneti si concentrano sulle fasce di versante meglio esposte, soprattutto nella valle del Piave tra Belluno e Feltre e nelle zone pedemontane più basse, tra i 200 e i 500 metri di quota. Non è un territorio di pianura: ogni appezzamento occupa un pendio specifico, spesso a ridosso di rocce dolomitiche o su depositi morenici lasciati dai ghiacciai quaternari.La superficie vitata non supera i 200 ettari totali: le condizioni montane rendono impossibile la meccanizzazione su larga scala, per cui ogni appezzamento rimane necessariamente limitato nelle dimensioni e nel numero di vignaioli che riesce a sostenere. Le vigne si inseriscono in un mosaico di ecosistemi che alterna boschi di latifoglie e conifere, prati magri e versanti vitati, dove i filari convivono con pascoli alpini e frutteti in un sistema agricolo che storicamente non era mai basato sulla monocoltura vitivinicola.Geologia, suoli, climaLa geologia è quella delle Dolomiti e delle Prealpi venete: calcari e dolomie del Triassico e del Giurassico formano le pareti rocciose che dominano il paesaggio, mentre i fondovalle sono coperti da depositi alluvionali e morenici di composizione varia. Sulle fasce di versante più vicine alle rocce il suolo è sottile, scheletrico e ricco di calcio; nelle zone più basse le ghiaie e le sabbie si mischiano con argille, creando suoli più fertili ma sempre ben drenanti.Il clima è alpino continentale: inverni lunghi e nevosi, estati calde nelle ore centrali ma sempre condizionate dall'altitudine, con notti che si rinfrescano rapidamente già a luglio. Le precipitazioni sono abbondanti — superano spesso i 1200 mm annui — e si concentrano in primavera e tarda estate. Le escursioni termiche giornaliere possono raggiungere i 15-20 gradi, favorendo una maturazione lenta e l'accumulo di acidità nelle uve.StoriaLa viticoltura nel territorio di Belluno ha radici medievali documentate: i Comuni del Trecento e Quattrocento registrano la presenza di viti sui versanti esposti a sud della valle del Piave e delle valli laterali. I monasteri benedettini e agostiniani mantengono i vigneti nelle loro proprietà terriere sulle pendici più riparate, integrando il vino nell'economia agricola montana.Con la modernizzazione del Novecento molti vigneti vengono abbandonati: la migrazione verso la pianura e l'industria svuota progressivamente i paesi montani, e le vigne sui versanti più impervi vengono dismesse. La ripresa è avvenuta solo nell'ultimo decennio, con un movimento di piccoli produttori che ha recuperato vigne abbandonate e reimpiantato su varietà autoctone o resistenti, in un territorio che oggi punta esplicitamente sulla viticoltura eroica come tratto identitario.OggiIl biologico ha trovato nel Bellunese un terreno particolarmente adatto: le vigne montane su pendio ripido richiedono già lavoro completamente manuale, e il clima alpino con le sue precipitazioni abbondanti offre un equilibrio idrico naturale che riduce la necessità di interventi sull'irrigazione. La morfologia impervia rende impossibile l'uso di macchinari pesanti, per cui il lavoro a mano è già la norma strutturale prima ancora di diventare una scelta.L'interesse si è spostato verso le varietà autoctone: la Bianchetta Trevigiana — vitigno bianco a bacca piccola che matura con acidità alta — e il Verdiso, varietà resistente al freddo usata tradizionalmente nelle aree prealpine venete, stanno recuperando spazio rispetto alle varietà internazionali. Alcune aziende hanno piantato anche varietà PIWI — incroci resistenti alle malattie fungine — come risposta pratica alla peronospora più intensa in un clima con piogge abbondanti, portando il biologico a essere praticabile anche nelle annate più difficili.L'economia del vino bellunese rimane largamente locale: la maggior parte delle cantine produce per il mercato provinciale e per i rifugi alpini dell'area dolomitica, creando un circuito di consumo che non ha bisogno di grandi strutture commerciali. Questa scala ridotta protegge le varietà autoctone — come la Bianchetta Trevigiana e il Verdiso — dalla pressione delle denominazioni più produttive, mantenendo vivi impianti che altrove sarebbero stati estirpati."

Italia

Bellunese, Veneto

Boemia

"Partendo da Praga verso ovest, nord e sud, la Boemia si allarga come un grande bacino sollevato, chiuso dai Monti Metalliferi (Krušné hory) a nord-ovest, dai Monti dei Giganti (Krkonoše) a nord-est e dalla Foresta Boema (Šumava) a sud-ovest. Al centro il Massiccio Boemo — una delle formazioni più antiche del continente — degrada verso i fondovalle dove la Vltava (Moldava) e il Labe (Elba) raccolgono le acque prima di scorrere verso nord.Il territorio è coperto per quasi metà dalla foresta: abeti, faggi e betulle si alternano a frutteti e radure. La Boemia non è un territorio viticolo — la vite sopravvive in poche strisce lungo il Labe, in condizioni di limite climatico. L'identità produttiva è frutticola e silvicola: meli e peri sui versanti della Boemia Centrale (Středočeský kraj) e della Boemia Meridionale (Jihočeský kraj), betulle sui rilievi fino ai 1000 metri, boschi che in primavera cedono la linfa prima che i campi si sveglino dall'inverno.Geologia, suoli, climaLa base geologica della Boemia è tra le più antiche d'Europa: il Massiccio Boemo (Česká vysočina) poggia su rocce cristalline precambriane e paleozoiche — graniti, gneiss e scisti — che affiorano sui rilievi grigiastri quando asciutti, quasi neri dopo la pioggia. Il plateau centrale si assesta tra i 200 e i 500 metri, con le dorsali che salgono oltre 1600 metri nei Krkonoše; Vltava e Labe drenano l'intero bacino verso nord-ovest.I suoli del plateau sono per lo più sabbiosi-limosi dove i depositi fluvioglaciali del Quaternario ricoprono il substrato cristallino; sui versanti collinari diventano più argillosi e localmente torbosi, trattengono l'umidità e favoriscono i boschi misti di betulla. Il clima è continentale accentuato: inverni freddi tra -5°C e -15°C con neve stabile, estati calde fino a 25-28°C ma brevi. Le precipitazioni si attestano tra i 450 e i 650 mm annui, concentrate tra maggio e agosto. Questo ritmo — lungo inverno, estate rapida — è il ciclo che meli e peri richiedono per sviluppare l'acidità corretta, e che la betulla verrucosa (Betula pendula) usa per accumulare la linfa nelle radici e rilasciarla in un breve picco primaverile.StoriaLa coltura dei frutteti in Boemia si intreccia con lo statek — la fattoria tradizionale boema — dove meli, peri e susini crescevano assieme agli orti come parte di un'economia mista e autosufficiente. I monasteri benedettini e cistercensi curavano i frutteti come fonte di produzione e trasformazione: il succo di mela fermentato si conservava meglio dell'acqua dei pozzi e rappresentava una bevanda quotidiana. La pratica ha radici nel basso Medioevo e si è consolidata in epoca asburgica, quando i frutteti misti sono diventati parte stabile del paesaggio agricolo boemo.La raccolta della linfa di betulla è tra i saperi più antichi della tradizione slava: ogni primavera le betulle cedono la loro linfa acquosa e dolce attraverso piccole incisioni nei tronchi, in un picco di tre-quattro settimane tra fine marzo e inizio aprile. L'uso come bevanda e tonico si tramandava nei villaggi del Středočeský kraj e del Plzeňský kraj. La collettivizzazione socialista (1948-1989) ha interrotto la produzione artigianale privata, convertendo i frutteti a colture intensive o abbandonandoli; con la fine del regime, statky e frutteti sono tornati alle famiglie che hanno ripreso una produzione mai del tutto scomparsa.OggiLa generazione cresciuta dopo il 1989 ha ritrovato frutteti e boschi che decenni di collettivizzazione avevano lasciato andare, e ha cominciato a lavorarli su scala ridotta, con attrezzature semplici. I sidri boemi escono da cantine piccole — spesso cantine di fattoria — da chi affianca la trasformazione del frutto ad altre attività artigianali. I meli provengono in parte da frutteti storici con varietà locali anteguerra, in parte da impianti recenti con cultivar autoctone abbandonate dall'agricoltura convenzionale perché poco produttive ma più adatte alla fermentazione lenta. La Boemia Meridionale (Jihočeský kraj) — con i fondovalle attorno a Vodňany, České Budějovice e Písek — concentra parte significativa della produzione, favorita da frutteti storici e clima leggermente più mite del plateau.La linfa di betulla segue un calendario rigido: raccolta possibile soltanto nelle tre-quattro settimane che precedono la ripresa fogliare, tra fine marzo e metà aprile. Nelle foreste del Středočeský kraj, chi lavora la linfa inserisce cannule nei tronchi — senza comprometterne la vitalità — e raccoglie nei contenitori. La trasformazione avviene attraverso macerazione con erbe o frutti di bosco e una fermentazione lattica spontanea in bottiglia, che produce effervescenza naturale senza zucchero né conservanti; il prodotto va sul mercato l'anno successivo, dopo una maturazione lenta. Il biologico è presente ma non uniforme: alcuni produttori in regime certificato, altri con pratiche rispettose non formalizzate. Il lavoro stagionale e manuale — sui frutteti come nei boschi — rende difficile il ricorso massiccio a trattamenti chimici, più per vincolo pratico che per scelta ideologica."

Repubblica Ceca

Boemia

Burgenland, Austria

"Il Burgenland è la regione più orientale dell'Austria, al confine con l'Ungheria, e deve il suo nome agli antichi «Burgen» — i castelli medievali — che punteggiavano questa fascia di pianura pannonica. Il paesaggio viticolo è organizzato attorno al Neusiedlersee, un lago vastissimo e pochissimo profondo — quasi 315 km² di superficie con raramente più di un metro e mezzo d'acqua — che modifica radicalmente il microclima delle zone circostanti. I vigneti si estendono in un arco attorno al lago su terreni piatti o debolmente ondulati, con quote raramente superiori ai 200 metri.La regione si divide in quattro zone viticole principali: il Neusiedlersee sulla sponda est del lago, il Neusiedlersee-Hügelland sulla sponda ovest e sui primi contrafforti collinari, il Mittelburgenland più a sud senza l'influenza diretta del lago, e il Südburgenland ancora più a sud verso il confine sloveno. Ognuna ha caratteristiche di suolo e di produzione distinte.Geologia, suoli, climaI suoli del Burgenland variano considerevolmente tra le zone. Intorno al lago, sul lato est nel Seewinkel, si estende una pianura di suoli sabbiosi e limosi con intercalazioni di argilla, piatti e con tratti leggermente salini per la prossimità del lago. Sul lato ovest, nel Neusiedlersee-Hügelland, le colline portano suoli su argille, ghiaie e calcari; verso Rust i suoli si fanno più profondi con forte componente argillosa. Nel Mittelburgenland — cuore della produzione di Blaufränkisch — i suoli sono argillosi e ricchi di ferro, spesso rossastri.Il microclima del lago è fondamentale: le nebbie autunnali dense favoriscono la Botrytis cinerea sulle uve tardive, condizione alla base dei grandi vini dolci della zona. Il clima è continentale caldo, con estati lunghe e calde, autunni miti e prolungati. Le precipitazioni sono basse — intorno ai 600 mm annui — e concentrate in primavera e inizio estate.StoriaLa viticoltura nel Burgenland risale all'epoca romana: la via dell'ambra — che collegava il Baltico all'Adriatico — passava da questa zona, e le ville rustiche romane producevano vino per le guarnigioni. Nel Medioevo la città di Rust ottiene nel 1681 il privilegio imperiale di timbrare i propri barili con la lettera R, riconoscimento ufficiale della qualità del suo Ausbruch — il vino dolce prodotto da uve botritizzate.Il confine storico tra Austria e Ungheria ha segnato questa zona: il Burgenland appartiene all'Austria solo dal 1921, quando passa dall'Ungheria in seguito a un plebiscito post-bellico. La tradizione vinicola ungherese — con vitigni come il Blaufränkisch, chiamato Kékfrankos in ungherese — si mescola con quella austriaca. Il Burgenland rimane a lungo una zona di produzione di massa prima della rivalutazione avviata negli anni Ottanta.OggiLa trasformazione del Burgenland in una delle zone più dinamiche dell'Austria è avvenuta dagli anni Ottanta in poi, quando diversi produttori hanno iniziato a valorizzare il Blaufränkisch come vitigno da vino rosso strutturato e longevo. Questo processo si è accompagnato a conversioni biologiche e biodinamiche, soprattutto nelle aziende più piccole sulle colline del Neusiedlersee-Hügelland.Il Mittelburgenland è diventato il riferimento per il Blaufränkisch in purezza: i suoli argillosi e ferruginosi danno struttura tannica decisa, e diversi produttori lavorano con macerazioni lunghe, lieviti indigeni e riduzione progressiva del legno piccolo. Le pratiche biologiche si sono diffuse specialmente nei vigneti su pendio collinare, dove la morfologia rende già complicata la meccanizzazione pesante.La produzione dei vini dolci — Ausbruch di Rust, Trockenbeerenauslese e Beerenauslese — resta una specialità locale legata alle nebbie autunnali del lago, ma è una produzione di nicchia affiancata da una domanda crescente per i rossi strutturati e per i bianchi secchi da Welschriesling e Chardonnay.La città di Rust — con il suo statuto di città libera del vino risalente al XVII secolo — mantiene una tradizione di vini dolci da Ausbruch, ottenuti da uve botritizzate raccolte grappolo per grappolo nelle nebbie autunnali del Neusiedlersee. Questo vino storico, meno noto del Tokaj ma prodotto con metodi analoghi, testimonia come il lago abbia plasmato la viticoltura della riva occidentale ben prima che i rossi strutturati diventassero il prodotto principale della regione."

Austria

Burgenland, Austria

Carso, Friuli Venezia-Giulia

"Il Carso è un altopiano calcareo che si estende tra il Golfo di Trieste e la Slovenia, con un'identità geologica radicalmente propria rispetto al resto del Friuli Venezia Giulia. La superficie si solleva bruscamente dal livello del mare fino a 200-400 metri in pochi chilometri, affacciandosi verso il Golfo con pareti che scendono ripide sulle fasce costiere dei «pastini» — strette terrazze su muri a secco dove la vite si arrampica sul calcare. La roccia affiora quasi ovunque: per piantare la vite si devono scavare trincee o ampliare le doline — le conche carsiche dove si accumula la terra rossa — riempiendole di terreno portato a mano.I vigneti si concentrano lungo i versanti più protetti dalla Bora, il vento forte e freddo da nord-est che definisce il clima della zona più di qualsiasi altra variabile. Dove la roccia offre qualche riparo, i produttori costruiscono muri a secco che delimitano piccoli appezzamenti strappati con fatica alla pietra, in una viticoltura che impone un rapporto diverso con il territorio rispetto a qualsiasi altra zona italiana.Geologia, suoli, climaLa geologia è quella del Carso classico: un altopiano di calcari compatti del Cretaceo che l'erosione e l'acqua hanno scavato in profondità, creando un sistema di grotte, inghiottitoi e doline. In superficie il suolo è quasi inesistente sui pianori rocciosi; nelle doline si accumula la terra rossa ferallittica — rossastra per la concentrazione di ossidi di ferro — che rappresenta la base quasi esclusiva dei vigneti dell'area. Questo suolo è sottile, drenante in superficie ma con scarsa riserva idrica, e la vite adotta radici profondissime che seguono le fessure della roccia.La Bora raggiunge velocità di 100-150 km/h nelle giornate più intense, asciugando le vigne rapidamente dopo la pioggia e riducendo la pressione fungina. Le estati sono calde e soleggiate, l'autunno mite e soleggiato, e il mare Adriatico — visibile dai vigneti più alti — mitiga i picchi estremi con la sua inerzia termica.StoriaPlinio il Vecchio cita il «Pucino» — un vino prodotto sulle pendici calcaree vicino a Trieste — come gradito alla corte imperiale. Nel Medioevo i vigneti carsici riforniscono Trieste e i mercanti veneziani che controllavano il porto. Con la dominazione asburgica dal XV secolo in poi, il vino del Carso si integra nell'economia regionale, sebbene la viticoltura resti sempre marginale e difficile per i vincoli geologici del territorio.La Prima Guerra Mondiale devasta il Carso in modo sistematico: il plateau diventa teatro degli scontri più cruenti tra esercito italiano e austro-ungarico, e i vigneti vengono distrutti completamente. Dopo il 1918 la ricostruzione parte lentamente, e dopo il 1945 — con la cessione di parte del territorio alla Jugoslavia — i confini cambiano, riducendo ulteriormente l'area vitata italiana.OggiIl Carso italiano conta oggi meno di 60 ettari di vigneto — tra le superfici più piccole d'Italia — ma con un'identità fortissima costruita su due vitigni autoctoni. La Vitovska è un bianco carsico che non si trova praticamente altrove: tardiva, a grappolo spargolo, con acidità alta e un profilo austero che riflette la pietra su cui cresce. Il Terrano — una variante locale del Refosco dal Peduncolo Rosso — produce rossi dal colore rubino intenso, con acidità vibrante e tannini secchi.Le macerazioni prolungate sulle bucce per la Vitovska si inseriscono in una tradizione contadina di lavorare l'uva con poca tecnologia, non come scelta estetica recente. La Malvasia Istriana occupa spazio sui versanti più caldi e protetti. L'impossibilità di meccanizzare su terreni così rocciosi e discontinui rende il biologico la scelta più naturale, sebbene in un territorio così estremo qualsiasi pratica richieda un impegno sproporzionato rispetto alla resa produttiva.La Vitovska viene sempre più spesso fermentata sulle bucce per settimane o mesi, con diversi produttori che usano anfore di terracotta interrate per le macerazioni più lunghe. Il contatto prolungato con le bucce aggiunge tannini polimerici che riducono il bisogno di solfiti come antiossidante, permettendo vinificazioni con pochissime aggiunte. Il Terrano — con acidità naturalmente elevata — viene affinato in botti grandi per ammorbidire i tannini secchi senza sovrapporvi aromi di legno nuovo."

Italia

Carso, Friuli Venezia-Giulia

Cerdagne

"La Cerdagne — in catalano Cerdanya — è un altopiano d'alta montagna nei Pirenei orientali, divisa dal Trattato dei Pirenei del 1659 tra Francia e Spagna: la parte francese appartiene al dipartimento dei Pyrénées-Orientales, la parte spagnola alla Catalogna. Il territorio forma un'ampia conca pianeggiante aperta a sud a oltre 1000-1200 metri di quota, circondata da picchi che superano i 2000 metri. Il Têt — il fiume che scorre verso Perpignan — nasce qui, alimentato dai nevai della sierra circostante.L'isolamento geografico e l'altitudine hanno reso la Cerdagne storicamente un'area agropastorale piuttosto che viticola: la viticoltura a queste quote è al limite fisiologico della vite, e la tradizione vinicola è marginale rispetto all'élevage e alla pastorizia transumante. L'eccezionale soleggiamento — la zona è una delle più soleggiate della Francia — ha però permesso la coltivazione della vite in nicchie di versante favorevoli.Geologia, suoli, climaLa geologia della Cerdagne riflette la complessità della collisione pirenaica: nelle zone alte affiora il granito e lo scisto del basamento pre-cambriano e paleozoico, mentre nel fondovalle i depositi alluvionali e morenici quaternari formano suoli sabbiosi e ghiaiosi. I terrazzi fluviali del Têt offrono suoli ben drenati a composizione mista, con ghiaie granitiche e argille di trasporto. Nei versanti meridionali il suolo si fa sottile e scheletrico con forte componente granitica e argille di alterazione.Il clima è continentale-alpino con una quantità di sole eccezionale: riparata dalle perturbazioni atlantiche a nord e ovest, la Cerdagne concentra oltre 300 giorni di sole all'anno. Gli inverni sono rigidi e nevosi, le estati calde nelle ore centrali ma con notti che scendono sotto i 10-12 gradi anche in luglio. Le escursioni termiche superano spesso i 20 gradi tra giorno e notte, e la maturazione è lenta ma completa nelle annate soleggiate.StoriaLa Cerdagne ha una storia lunga come territorio politico catalano: il suo nome deriva dalla contea medievale di Cerdanya, che passò tra il regno d'Aragona e la Catalogna prima di essere divisa nel 1659 dal Trattato dei Pirenei. Con questo accordo Luigi XIV ottiene il Roussillon e la parte alta della Cerdagna, tracciando un confine che ancora oggi attraversa i campi. La viticoltura ha accompagnato la vita agricola in modo secondario rispetto ai cereali e all'allevamento, con coltivazioni di vite nei versanti più riparati.L'abbandono è avvenuto progressivamente nell'Ottocento e nel Novecento: le difficoltà a quote così alte, la competizione con le zone di pianura, la fillossera e le due guerre mondiali hanno ridotto la vite a una presenza quasi simbolica. Il confine internazionale che divide il territorio ha ulteriormente frammentato le possibili economie di scala.OggiLa riscoperta della viticoltura d'alta quota in Cerdagne è un fenomeno degli ultimi vent'anni, guidato da una piccola generazione di produttori che ha visto nelle condizioni estreme una risorsa. I vini a 1000-1200 metri hanno profili radicalmente diversi dai vini di pianura: acidità più alta, maturazioni più lente, aromi più nitidi per l'esposizione intensa ai raggi UV.Le varietà che si adattano meglio sono quelle autoctone del Roussillon — Grenache Noir, Grenache Blanc, Grenache Gris — che tollerano le escursioni termiche e le notti fresche. L'assenza di una denominazione specifica fa sì che i vini escano come Vins de France o come IGP Pays Catalan, lasciando piena libertà sulla scelta delle varietà. Il biologico è la norma in questo contesto: l'irraggiamento intenso e le escursioni termiche riducono la pressione fungina in modo naturale, rendendo i trattamenti preventivi sistematici superflui.Il Grenache Noir ad alta quota esprime un profilo diverso rispetto alle versioni di pianura del Roussillon: la maturazione lenta nelle notti fresche produce bacche con buccia più spessa ma concentrazione più sottile, dove la speziatura si miscela con note di frutti selvatici che l'irraggiamento UV intenso sviluppa. Le vinificazioni più interessanti vanno verso macerazioni di media durata in contenitori neutri, cercando la definizione del frutto senza la potenza estrattiva tipica del Grenache planiziale.La frammentazione fondiaria dell'altopiano — con appezzamenti spesso inferiori al mezzo ettaro, frutto delle divisioni ereditarie nel corso dei secoli — rende la coltivazione economicamente fragile ma seleziona chi rimane per un legame genuino con il territorio più che per una logica industriale."

Francia

Cerdagne

Colli Berici, Veneto

"I Colli Berici emergono dalla pianura veneta come un'isola collinare isolata, immediatamente a sud di Vicenza, circondati dal Bacchiglione a ovest e dall'Agno a est. La forma è quella di un massiccio tondeggiante con vette che raggiungono i 444 metri al Monte Tondo, e versanti che scendono dolcemente verso la pianura. L'isolamento geografico rispetto alle Alpi e alle Prealpi ha contribuito a preservare una geologia e una flora distinte dal contesto veneto circostante.I vigneti si distribuiscono su tutti i versanti disponibili, con le esposizioni migliori a sud e sud-ovest dove il calcare e le rocce vulcaniche assorbono il calore e lo rilasciano di notte. Il paesaggio alterna viti, oliveti e boschi di querce e carpini in una morfologia che ricorda più le colline toscane che la pianura veneta: i versanti sono dolci, i crinali stretti, i fondovalle percorsi da piccoli torrenti.Geologia, suoli, climaLa geologia dei Colli Berici è tra le più varie del Veneto viticolo: si tratta di colline di origine vulcanica dell'Eocene — circa 40-50 milioni di anni fa — dove eruzioni sottomarine depositarono basalti e tufi su una base di calcari marini. Il basalto affiora sui versanti più ripidi, si scalda velocemente al sole e si decompone in suoli scuri ricchi di minerali; il calcare domina i versanti più bassi e i pianori; le argille rosse ferallitiche si trovano sulle fasce intermedie, profonde e capaci di trattenere l'umidità.Il clima è sub-continentale, più secco e soleggiato di molte zone collinari venete per via dell'isolamento dalla catena alpina: le precipitazioni restano sotto i 900 mm annui e l'estate è calda e asciutta. La posizione elevata rispetto alla pianura riduce le nebbie autunnali e le gelate tardive primaverili, allungando la stagione vegetativa utile.StoriaLa viticoltura nei Colli Berici è documentata fin dall'epoca romana: Vicenza era un centro importante della Decima Regio e i versanti collinari circostanti rifornivano la città di vino. Nel Medioevo l'abbazia benedettina di Praglia — ai piedi dei Colli — mantiene vasti vigneti e porta avanti la viticoltura nelle fasi più instabili della storia locale. I Cimbri — popolazioni di lingua germanica provenienti dalla Baviera che si insediarono sulle alture tra XIII e XV secolo — portarono pratiche agricole proprie.Nell'Ottocento ricerche commissionate dall'Arciduca d'Austria per i vini del Lombardo-Veneto documentano le varietà e i metodi della zona. Con il Novecento il territorio vive l'espansione cooperativistica e la produzione di massa, che riduce la specificità dei vitigni locali. La DOC Colli Berici nasce nel 1973, ma impiegherà decenni prima che l'identità del territorio emerga in modo consapevole.OggiLa riscoperta dei Colli Berici come territorio di identità propria è avvenuta principalmente attorno al recupero del Tai Rosso — nome locale per il Tocai Rosso, geneticamente identico al Grenache francese e al Cannonau sardo, importato dalla Catalogna nel Medioevo. Su suoli vulcanici e calcarei questo vitigno produce vini di colore scarico e acidità vivace, che esprimono il territorio in modo diverso dagli stili più corposi dominanti in Puglia o Sardegna.La Garganega trova nei Berici condizioni diverse rispetto alle colline scaligeri: i suoli vulcanici e le argille rosse danno bianchi più strutturati rispetto al Soave, e alcune aziende fermentano la varietà con soste sulle bucce. La Carmenère, presente storicamente in questi colli prima che si diffondesse il DNA testing a identificarla, sta vivendo una piccola riscoperta come varietà di identità locale.Il biologico ha preso piede progressivamente, favorito dalla secchezza estiva relativa e dalla posizione collinare che riduce la pressione fungina. La morfologia dolce dei Berici — versanti mai troppo ripidi — consente una meccanizzazione parziale che ha reso le conversioni biologiche più accessibili rispetto a zone più impervi. I vigneti di fondovalle tra i Berici, dove le argille rosse vulcaniche si addensano, richiedono inerbimento permanente per prevenire la compattazione dopo le piogge primaverili: le erbe trattengono il suolo e ne migliorano progressivamente la struttura, portando benefici visibili già dopo due o tre stagioni di gestione biologica."

Italia

Colli Berici, Veneto

Colli Perugini, Umbria

"Le colline che circondano Perugia si estendono in un sistema continuo di rilievi dolci, tra la valle del Tevere a ovest e nord e le prime pendici dell'Appennino umbro-marchigiano a est. Il comprensorio dei Colli Perugini si distribuisce su un arco che da Torgiano si allunga verso sud in direzione di Montefalco, occupando la fascia collinare tra i 150 e i 400 metri di quota. Il Tevere costruisce una pianura stretta e fertile ai piedi delle colline, mentre i versanti si alzano con pendenze moderate verso i pianori più alti.L'Umbria è la sola regione italiana senza sbocco al mare, e questo isolamento ha favorito la conservazione di varietà locali poco conosciute fuori dai confini regionali. I Colli Perugini si collocano nel cuore di questa regione, a poca distanza dai grandi centri del vino umbro — Torgiano, Montefalco, Orvieto — con un carattere proprio legato all'incontro tra le tradizioni della vallata del Tevere e quelle dell'Appennino.Geologia, suoli, climaI suoli dei Colli Perugini sono principalmente argilloso-calcarei, con la componente argillosa che aumenta nelle zone più basse e la presenza di ciottoli e ghiaie nella parte alta dei versanti. Il calcare affiora in diversi punti, soprattutto nei pianori sommitali; nelle zone di fondovalle i depositi alluvionali del Tevere creano suoli più sabbiosi e permeabili. Le marne grigio-chiare tipiche dell'Appennino umbro sono presenti nei versanti interni, più vicini alla catena.Il clima è continentale-mediterraneo, con estati calde e secche e inverni freddi. L'Umbria ha escursioni termiche stagionali marcate rispetto all'Italia costiera, con mattine fresche fino ad agosto e autunni che si prolungano spesso fino a novembre senza gelate. Le precipitazioni si concentrano in primavera e autunno, con un'estate quasi completamente secca che obbliga la vite ad adattarsi allo stress idrico naturale.StoriaLa viticoltura nei Colli Perugini ha radici etrusche e romane documentate: Perugia era una delle città-stato etrusche più importanti dell'Umbria, e la coltivazione della vite era già praticata sulle colline circostanti prima della romanizzazione. I Romani continuano e ampliano la produzione, e il vino perugino compare nelle fonti latine dell'età imperiale. Nel Medioevo l'organizzazione ecclesiastica — con conventi e abbazie diffuse su tutta la zona collinare — mantiene e trasmette le pratiche viticole.Con lo Stato Pontificio e il lungo periodo di governo ecclesiastico, la viticoltura perugina rimane conservativa e tradizionale. Solo nel Novecento la modernizzazione commerciale e le cantine cooperative portano cambiamenti significativi alla struttura produttiva. La DOC Colli Perugini nasce nel 1981, relativamente tardi rispetto ad altre denominazioni umbre.OggiIl Grechetto è il vitigno che ha definito l'identità bianca dei Colli Perugini come dell'Umbria intera. Varietà di origini antiche, il Grechetto produce bianchi di struttura interessante, con acidità buona e una caratteristica sapidità minerale che gli viene dall'argilla e dal calcare dei suoli umbrí. Diversi produttori lo fermentano senza interventi correttivi significativi, mantenendo la complessità che la varietà accumula durante la maturazione lenta.Il Sangiovese resta il rosso principale della zona, con interpretazioni che vanno dal vino quotidiano agli stili più strutturati da vigneti vecchi in posizioni favorevoli. L'interesse per le pratiche biologiche si è diffuso nell'ultimo ventennio, partendo da aziende familiari di piccole dimensioni che lavorano su appezzamenti di pochi ettari con uve raccolte a mano. Il clima umbro, con le sue estati secche, riduce la pressione fungina nella stagione critica, agevolando le conversioni senza stravolgere l'organizzazione del lavoro.Il paesaggio intorno a Torgiano e Bettona — dove i versanti scendono verso il Tevere con esposizioni prevalentemente a est e a ovest — ha suoli profondi con buona ritenzione idrica che la vite sfrutta nelle settimane più asciutte. La varietà Sagrantino, che nei Monti Martani non lontani da qui ha il suo epicentro, non è il rosso principale dei Colli Perugini, dove il Sangiovese mantiene il predominio storico — ma diversi produttori lo coltivano in piccole parcelle come vitigno complementare, aggiungendo struttura tannica nei blend. La viticoltura dei Colli Perugini è rimasta più vicina alla tradizione mezzadrile rispetto ad altre zone umbre, con appezzamenti spesso frammentati e diverse varietà che convivono nello stesso vigneto."

Italia

Colli Perugini, Umbria

Colli Tortonesi, Piemonte

"I Colli Tortonesi occupano l'angolo sud-orientale del Piemonte, nella provincia di Alessandria, su un sistema di colline che si alzano progressivamente verso gli Appennini liguri. Tortona è il centro geografico e storico del comprensorio, con il territorio che si estende su 47 comuni tra i 100 e i 550 metri di quota. Le colline non hanno la regolarità delle Langhe: i versanti sono più irregolari, le esposizioni più varie, e la morfologia riflette la transizione tra il Piemonte collinare e le montagne liguri.I fiumi Scrivia e Borbera scendono dall'Appennino tagliando le valli in direzione nord-sud, aprendo passaggi che hanno storicamente collegato il Po con il porto di Genova. Questa posizione di crocevia ha favorito scambi commerciali e culturali per secoli: sulla Via Postumia che attraversava la zona transitavano merci, persone e tradizioni viticole da oriente a occidente, posizionando Tortona come nodo tra il Piemonte viticolo e il mare.Geologia, suoli, climaI suoli sono prevalentemente argillo-marnosi, simili per composizione a quelli delle Langhe ma con una presenza più marcata di litio — un elemento minerale che le analisi pedologiche identificano come fonte della caratteristica sapidità dei vini locali, in particolare del Timorasso. Le marne grigio-giallastre affiorano sui versanti più scoscesi, mentre nelle zone più pianeggianti l'argilla si mescola con sabbie e ghiaie di origine alluvionale. In alcune aree vicino al confine ligure il suolo si fa più sabbioso e acido.Il clima è continentale con influenze marittime liguri significative: i valichi appenninici vicini permettono all'aria marina di arrivare sui versanti esposti in estate, mitigando i picchi di calore. Le precipitazioni sono distribuite abbastanza uniformemente nell'anno, con un'estate mai completamente secca. Le nebbie autunnali risparmiano spesso le colline più alte, dove la maturazione prosegue a lungo.StoriaLa viticoltura nei Colli Tortonesi ha origini romane: la Via Postumia — che collegava Genova ad Aquileia passando per Dertona (la Tortona romana) — rendeva la zona un nodo del commercio vitivinicolo. Nel Medioevo il comune di Tortona sviluppa una propria produzione che raggiunge i mercati liguri e lombardi. Il Timorasso — vitigno bianco di origini antiche — era già coltivato nei Colli Tortonesi prima della fillossera, ma la sua coltivazione si riduce drasticamente tra fine Ottocento e primo Novecento, sostituita da varietà più produttive.La riscoperta del Timorasso è avvenuta a partire dagli anni Ottanta: alcuni produttori locali hanno recuperato i vecchi vigneti sopravvissuti e compreso il potenziale evolutivo di questo bianco strutturato e longevo, avviando un processo di valorizzazione che ha trasformato la reputazione dell'intera zona nel corso degli anni Duemila.OggiIl Timorasso ha trasformato i Colli Tortonesi da zona vinicola anonima a territorio con un bianco di riferimento. La varietà produce vini che evolvono per anni e decenni, sviluppando complessità con acidità naturale alta e sapidità minerale che i suoli argillo-marnosi ricchi di litio trasferiscono direttamente al vino. La longevità lo avvicina ai grandi bianchi di Borgogna nel potenziale evolutivo, pur mantenendo un profilo organolettico completamente diverso.Il movimento artigianale si è sviluppato attorno al Timorasso e alla Barbera: diversi produttori fermentano con lieviti indigeni, lavorano senza stabilizzazione tartarica e riducono i solfiti al minimo, puntando su vini che riflettono l'annata e il suolo. La morfologia collinare irregolare rende impossibile la meccanizzazione integrale, per cui il lavoro manuale è la norma in molti vigneti. Il biologico ha avanzato progressivamente, agevolato dalla sapidità naturale dei suoli che non richiede supplementazioni chimiche per ottenere vini di carattere. Le conversioni più significative riguardano i vigneti più ripidi sui versanti argillosi sopra Tortona e Monleale, dove il lavoro manuale era già la norma prima ancora che il biologico diventasse una scelta consapevole. La morfologia collinare irregolare — con i crinali che cambiano orientazione bruscamente e i fondovalle stretti — crea microclimi diversi a pochi metri di distanza, rendendo la parcellizzazione delle vinificazioni un'operazione che rivela differenze reali tra appezzamenti vicini."

Italia

Colli Tortonesi, Piemonte

Colline Pescaresi, Abruzzo

"Le Colline Pescaresi descrivono il sistema di rilievi che scendono dall'Appennino verso la costa adriatica nella provincia di Pescara, in Abruzzo. È un territorio di transizione: a ovest le montagne si alzano verso la Maiella e il Gran Sasso, a est la pianura costiera si restringe a una striscia stretta prima del mare. Le colline occupano la fascia intermedia, tra i 100 e i 600 metri, con il fiume Pescara che le attraversa in direzione est-ovest aprendo la principale vallata di collegamento tra interno e costa.Il paesaggio è collinare aperto: i versanti si alzano con pendenze moderate, i crinali si arrotondano, e le esposizioni variano a seconda delle vallate laterali. La presenza del mare Adriatico — visibile dalle quote più alte nelle giornate limpide — mitiga il clima aggiungendo umidità alle estati che altrimenti sarebbero quasi completamente aride.Geologia, suoli, climaLa geologia è quella dell'Appennino adriatico: argille azzurre e grigie del Pliocene dominano i versanti più bassi, dove i suoli pesanti e compatti trattengono l'umidità invernale e si inaridiscono rapidamente in estate. Salendo verso l'interno, le marne calcaree e le arenarie si alternano, creando suoli più variabili nella composizione. In alcune zone interne affiorano i conglomerati e le brecce dei paleoalvei.Il clima è adriatico-continentale: le estati sono calde e asciutte, le brezze marine moderano le temperature pomeridiane ma non portano piogge significative da giugno ad agosto. Gli inverni sono freddi e piovosi, con neve anche sulle colline medie. Il Montepulciano d'Abruzzo si è adattato perfettamente a questo regime, maturando lentamente e accumulando colore e struttura nelle lunghe giornate estive asciutte.StoriaLa viticoltura in questa zona è documentata dall'antichità: i Vestini — popolo italico preromano che abitava la fascia pedemontana — praticavano già la coltivazione della vite prima della conquista romana. Con Roma la produzione si struttura e si integra nelle rotte commerciali adriatiche. Il Montepulciano d'Abruzzo viene citato per la prima volta nelle fonti scritte nel 1792, ma la varietà era già consolidata molto prima in tutta l'area.La fillossera del primo Novecento colpisce duramente le Colline Pescaresi, eliminando un numero consistente di biotipi e varietà locali minori. Il reimpianto post-fillossera privilegia le due varietà più robuste — Montepulciano e Trebbiano d'Abruzzo — a scapito di tutto il resto. Il Novecento porta la cooperazione e la commercializzazione di massa, con le cantine cooperative che raccolgono la gran parte della produzione.OggiI produttori più attenti scelgono le posizioni interne a 300-500 metri, dove le escursioni termiche estive sono più marcate e la maturazione del Montepulciano è più lenta, ottenendo vini con acidità più alta e tannini più fini rispetto alle versioni di pianura o costiere. La scelta dell'altitudine è diventata uno dei discriminanti principali tra produzione di massa e produzione di qualità.Il recupero di varietà locali ha preso piede nell'ultimo ventennio: la Pecorino, il Passerina, la Cococciola e la Montonico — bianchi abruzzesi quasi scomparsi dopo la fillossera — stanno tornando nei vigneti di alcune aziende che puntano sulla specificità territoriale. La Passerina in particolare trova nei suoli argillosi del pescarese una freschezza inaspettata per una varietà meridionale.Il biologico ha avanzato su questa dorsale adriatica, agevolato dalla siccità estiva che riduce la pressione fungina nei mesi critici. Le conversioni più significative riguardano i vigneti di mezza collina su argille calcaree, dove la morfologia non troppo impervia permette transizioni senza stravolgere l'organizzazione del lavoro.La Trebbiano d'Abruzzo — che da varietà anonima di produzione di massa ha cominciato a essere letto come vitigno di territorio — trova sulle colline pescaresi esposizioni a est che rallentano la maturazione mattutina e preservano l'acidità naturale. Alcune aziende lo fermentano con macerazioni sulle bucce di diversi giorni, scoprendo una struttura e una mineralità che la vinificazione rapida convenzionale non lascia emergere. La varietà è presente su vigneti che in molti casi risalgono ai reimpianti degli anni Sessanta-Settanta, con viti di 50-60 anni le cui radici hanno esplorato in profondità le argille calcaree adriatiche, portando mineralità diretta nelle uve."

Italia

Colline Pescaresi, Abruzzo

Colline Reggiane, Emilia

"Le Colline Reggiane si alzano a sud della città di Reggio Emilia, separandola gradualmente dalla pianura padana verso gli Appennini emiliani. È una fascia collinare tra i 100 e i 500 metri di quota dove la vite convive con boschi di roverella, castagneti e seminativi. Il confine tra la pianura nebbiosa e le colline più aerate è netto: basta salire di pochi chilometri per lasciare la nebbia del Po e trovare crinali soleggiati dove l'aria circola liberamente.Il Reno e il Secchia scorrono ai lati del comprensorio, e i numerosi torrenti che scendono dall'Appennino tagliano le colline in una serie di vallate orientate da sud a nord. Su questi versanti il Lambrusco è di casa da millenni: le testimonianze letterarie sulla labrusca — la vite selvatica che cresceva spontanea ai bordi dei campi emiliani — sono tra le più antiche della viticoltura italiana, citate da Plinio, Virgilio e Strabone.Geologia, suoli, climaLa geologia è quella delle colline sub-appenniniche emiliane: argille e marne grigio-blu del Pliocene e del Pleistocene dominano i versanti, con intercalazioni di arenarie e conglomerati nelle zone più prossime all'Appennino. I suoli sono pesanti e argillosi nelle posizioni più basse; sui versanti la componente marnosa aumenta, conferendo struttura più friabile e drenante. Il calcare affiora a tratti, dando suoli più chiari e meno fertili.Il clima è sub-continentale: le colline emergono dalla pianura abbastanza da ricevere più sole e meno nebbia, ma restano esposte alle dinamiche del Po. Le estati sono calde e umide, con temporali estivi importanti. Le escursioni termiche autunnali favoriscono la maturazione lenta delle uve tardive, mentre il Lambrusco viene tradizionalmente vendemmiato nella seconda metà di settembre.StoriaLa viticoltura sulle colline reggiane è documentata dall'epoca romana: Plinio il Vecchio descrive la labrusca come vite selvatica della Pianura Padana dalla quale si ricavava già vino. Virgilio, Catone e Strabone menzionano la prosperità vinicola della Cispadania. Nel Medioevo le abbazie delle colline — come quella di Marola — mantengono e sviluppano la viticoltura su questi versanti.Nel corso del Novecento la produzione di Lambrusco diventa industriale, con grandi cantine cooperative che producono milioni di bottiglie di frizzante emiliano per i mercati del nord Italia e dell'export. Questa espansione porta a un'omologazione del prodotto — più dolce, più stabile, meno vivace — che riduce la diversità delle interpretazioni locali e la reputazione della denominazione.OggiLa reazione all'omologazione è arrivata con il metodo ancestrale: il Lambrusco secco rifermentato in bottiglia senza sboccatura produce bollicine fini da una seconda fermentazione naturale, con il lievito depositato sul fondo. Questo formato richiede poca tecnologia e nessuna aggiunta di zuccheri, restituendo un vino vivo e mutevole che non somiglia per niente al Lambrusco industriale.La Spergola — varietà bianca quasi esclusiva delle colline reggiane, a lungo confusa con il Sauvignon ma geneticamente distinta — ha ripreso terreno nei vigneti reggiani: quasi cancellata dalla fillossera, è tornata in auge in versione bianco fermo o frizzante, dove il profilo fresco e leggermente erbaceo la distingue nettamente da qualsiasi varietà sauvignonesca. Alcune aziende lavorano senza solfiti o con riduzioni significative, puntando sulla vivacità e la bevibilità. Il biologico ha avanzato progressivamente, agevolato dalla posizione collinare che riduce la pressione fungina rispetto alla pianura padana. Le argille marnose dei versanti trattengono l'umidità invernale e la rilasciano lentamente nelle settimane più calde, permettendo alle viti di attraversare la siccità estiva senza stress idrico estremo — condizione che nel Lambrusco si traduce in acidità preservata fino alla vendemmia.Il Lambrusco di Sorbara — varietà distinta, con buccia sottile e scarsa pigmentazione, che cresce sui suoli sabbiosi tra il Secchia e il Panaro — è quella che meglio esprime la sottigliezza del Lambrusco non industriale: acidità quasi tagliente e profilo leggero che nessuna dolcificazione copre del tutto. Su queste colline reggiane le varianti locali — Lambrusco Marani, Montericco, Viadanese — trovano suoli più argillosi che aumentano la struttura rispetto alle versioni di pianura e si prestano al metodo ancestrale senza sboccatura meglio di qualsiasi altra varietà."

Italia

Colline Reggiane, Emilia

Collio Goriziano e Brda

"Il Collio Goriziano e il suo gemello sloveno Brda — entrambi derivati dalla parola che in friulano e in sloveno significa semplicemente «colline» — formano un unico sistema collinare nella parte nord-occidentale della provincia di Gorizia, interrotto solo da un confine di stato che attraversa il paesaggio senza che la geografia se ne accorga. A ovest il comprensorio è delimitato dal fiume Isonzo, a est si estende oltre il confine italiano nel territorio di Goriška Brda in Slovenia. Le colline si alzano dolcemente tra i 50 e i 350 metri, con versanti esposti prevalentemente a sud e sud-est verso la pianura friulana.È uno dei paesaggi vitivinicoli più coesi d'Europa: un mosaico di vigneti, frutteti e boschi su colline arrotondate dove la diversità ampelografica è straordinaria — varietà autoctone e internazionali convivono su una superficie che non raggiunge i cento chilometri quadrati, divisa a metà da una frontiera.Geologia, suoli, climaLa geologia è quella del flysch dell'Eocene: la cosiddetta ponca — in friulano — o opoka in sloveno — è una successione alternata di strati di marna calcarea e arenaria friabile depositata in ambiente marino profondo 40-50 milioni di anni fa. Questa struttura a millefoglie geologica si sgretola facilmente all'aria e all'acqua, creando un suolo friabile e ben drenante che si scalda rapidamente in primavera. Le radici della vite seguono gli strati più morbidi della marna, penetrando in profondità.Il clima è di transizione sub-mediterranea: l'Adriatico, a circa 30 chilometri, mitiga le temperature con brezze secche da sud; le Alpi Giulie a nord proteggono dai venti freddi più estremi. Le precipitazioni sono abbondanti — circa 1400-1600 mm annui — ma il drenaggio rapido della ponca evita ristagni. Le escursioni termiche autunnali favoriscono la maturazione lenta e l'accumulo di aromi.StoriaIl Collio ha una storia vitivinicola valorizzata in epoca asburgica, quando faceva parte dell'Impero austro-ungarico e i vini del Collio erano apprezzati a Trieste e a Gorizia. Dopo la Prima Guerra Mondiale il confine trasforma la zona in territorio di frontiera italiana; dopo la Seconda il confine si sposta ancora dividendo il Collio dalla Brda slovena, tagliando a metà proprietà e famiglie. La DOC Collio viene istituita nel 1968, tra le prime in Italia.La Ribolla Gialla — varietà bianca autoctona di origine probabilmente medievale — viene riscoperta e valorizzata come simbolo dell'identità locale. Tra gli anni Settanta e Ottanta alcuni produttori iniziano a sperimentare con macerazioni prolungate sulle bucce per i bianchi, pratica che sarà poi associata internazionalmente al Collio e al Brda.OggiI bianchi macerati — skin contact wines, vini ramati — hanno trovato nel Collio e nella Brda uno dei loro territori di riferimento mondiale. La Ribolla Gialla, con l'alta acidità naturale e le bucce spesse, si presta particolarmente alle macerazioni lunghe che possono durare da pochi giorni a diversi mesi: il vino emerge con colore ambrato, tannini percettibili e complessità aromatica lontana dalla versione bianca convenzionale.La ponca ha un ruolo centrale in questa tradizione: il suolo friabile e ben drenante produce uve con acidità alta e mineralità che emerge chiaramente nei vini non interventisti. Il biologico e il biodinamico si sono diffusi in modo significativo, con diversi produttori che hanno abbandonato erbicidi e pesticidi di sintesi nel corso degli anni Novanta e Duemila, spesso in parallelo con il ritorno alle pratiche tradizionali in cantina.Con l'apertura dei confini nell'era Schengen, le collaborazioni tra produttori dei due lati si sono intensificate, rendendo il Collio/Brda un sistema produttivo sempre più integrato, anche se le normative delle denominazioni rimangono separate.La Friulano — varietà bianca che i locali continuano a chiamare Tocai — occupa ancora una parte significativa dei vigneti del Collio su entrambi i lati del confine: su ponca esprime un profilo che va dall'erbaceo fresco al mandorlato secondo l'annata e la posizione, con una sapidità persistente che emerge chiaramente nelle versioni senza chiarificazione. Le macerazioni sulle bucce per il Friulano — più brevi rispetto alla Ribolla — si sono diffuse come modo di aggiungere struttura senza coprire il profilo varietale con il legno, producendo bianchi con colore paglierino intenso e tannini fini che tengono benissimo tre o quattro anni di bottiglia."

Italia e Slovenia

Collio Goriziano e Brda

Costa dei Trabocchi

"La Costa dei Trabocchi percorre quasi tutta la costa della provincia di Chieti, in Abruzzo, da Ortona fino a Vasto per circa 65 chilometri. Il nome deriva dai trabocchi — antiche macchine da pesca su palafitte costruite direttamente sulle rocce a pelo d'acqua — che punteggiano ancora oggi questo litorale in numero unico nel Mediterraneo. I trabocchi sono strutture di legno con lunghe braccia che reggono le reti, usate da pescatori che le abitavano durante le stagioni di pesca e le trasmettevano di generazione in generazione.Il paesaggio è quello di un litorale aspro e boscoso, dove le colline calcaree scendono quasi direttamente sul mare senza pianura costiera. I vigneti si trovano su questi primi versanti collinari tra i 50 e i 300 metri, in un ambiente dove il mare è sempre presente: visibile dai filari, sentito con le sue brezze e il suo odore di sale che entra nei vigneti esposti a est.Geologia, suoli, climaLa geologia è quella della fascia adriatica dell'Appennino centrale: calcari compatti e marne alternati danno versanti di buona permeabilità dove le radici scendono senza difficoltà. Più vicino alla costa, i depositi marini e le terrazze marine aggiungono componenti sabbiose. I suoli sono generalmente calcareo-argillosi, con la componente calcarea che aumenta verso il mare e l'argilla che domina nelle posizioni più arretrate.Il clima è adriatico-mediterraneo: inverni miti e piovosi, estati calde con le brezze marine che moderano le temperature pomeridiane. Il maestrale da nord-ovest e la tramontana portano rinfrescate improvvise che abbassano le temperature, creando escursioni utili alla maturazione. Le precipitazioni si concentrano in autunno e primavera, lasciando l'estate quasi completamente asciutta — condizione che agevola la gestione biologica dei vigneti.StoriaI Frentani — il popolo italico che abitava questa fascia costiera prima della conquista romana — praticavano già la coltivazione della vite su questi versanti. Con Roma la produzione si struttura e il vino della costa teatina — così chiamata dalla città di Teate, l'odierna Chieti — raggiunge i mercati adriatici. I trabocchi compaiono nelle fonti scritte nel XIV-XV secolo, già come strumento consolidato della cultura marinara locale; alcune fonti ne ipotizzano origini dalmate portate attraverso l'Adriatico.Il Novecento porta la cooperazione vinicola e la produzione di massa: il Montepulciano d'Abruzzo viene prodotto in volumi enormi dalle cantine cooperative della zona costiera. Il Cerasuolo d'Abruzzo — il rosato strutturato ottenuto dal Montepulciano con breve macerazione — è storicamente la versione più bevuta dalle famiglie contadine della costa.OggiIl Parco Nazionale della Costa dei Trabocchi, istituito nel 2017, ha accelerato la valorizzazione turistica del territorio. Il vino ha seguito questo percorso, con produttori che usano la Costa dei Trabocchi come elemento di racconto oltre che come zona geografica.Il Cerasuolo d'Abruzzo — il rosato strutturato ottenuto da Montepulciano con poche ore di macerazione — ha ritrovato attenzione con vendemmie più precoci per abbassare i gradi alcolici e preservare freschezza. Alcune cantine lo propongono con fermentazioni spontanee e senza chiarificazioni, portando in bottiglia la vivacità naturale dell'uva raccolta vicino al mare.I bianchi locali stanno recuperando: la Cococciola — varietà quasi esclusiva della zona costiera teatina — è una delle varietà a più alta acidità dell'Abruzzo; la Passerina e la Falanghina completano il quadro delle varietà da recuperare. Il biologico avanza su una costa dove la siccità estiva e le brezze marine riducono la pressione fungina, rendendo la transizione relativamente accessibile.Il Montepulciano d'Abruzzo sui versanti costieri della provincia di Chieti matura in condizioni diverse dall'interno appenninico: le brezze marine abbassano le temperature pomeridiane nelle settimane più calde, e la vicinanza al mare mantiene un'umidità relativa che preserva le bucce — più spesse rispetto ai vigneti di collina interna. Questo si traduce in tannini diversi, più morbidi al palato, e in colori meno cupi nonostante la struttura rimanga pronunciata.Le terrazze marine della fascia costiera — depositi di sabbie e argille risalenti al Pleistocene — portano suoli con componente sabbiosa significativa che drena rapidamente e scalda presto in primavera, anticipando il germogliamento. I vigneti su queste terrazze mostrano maturazioni precoci rispetto all'entroterra, e i produttori biologici sfruttano questa anticipazione per vendemmiare con gradi alcolici più bassi senza sacrificare la struttura varietale del Montepulciano."

Italia

Costa dei Trabocchi

Côte Chalonnaise, Borgogna

"La Côte Chalonnaise è la parte meridionale della Borgogna, che si estende per circa cinquanta chilometri tra la fine della Côte de Beaune a nord e l'inizio del Mâconnais a sud, con la città di Chalon-sur-Saône sul fiume Saona che le dà il nome. A differenza della Côte d'Or — con il suo fronte collinare continuo e compatto — la Chalonnaise è più frammentata: le colline si disperdono in gruppi isolati separati da vallate, e l'esposizione varia da versante a versante. Le vigne si distribuiscono tra i 230 e i 400 metri di quota, circondate da pascoli e boschi dove la vite non è mai stata una monocoltura.Le cinque denominazioni principali — Mercurey, Givry, Rully, Montagny e Bouzeron — coprono territori distinti. Mercurey è la più estesa e la più orientata al Pinot Nero; Montagny produce solo Chardonnay; Bouzeron è il baluardo dell'Aligoté, la varietà bianca borgognona di secondo piano che qui trova la sua espressione più seria.Geologia, suoli, climaLa geologia è quella della Borgogna meridionale: calcari e marne del Giurassico, formatisi tra 150 e 170 milioni di anni fa quando la zona era un fondale marino tropicale. Rispetto alla Côte d'Or, i suoli sono leggermente più vari: la frammentazione collinare porta esposizioni e composizioni diverse da un sito all'altro, con la componente argillosa che aumenta nei fondovalle e il calcare che domina sui versanti più alti. Le marne calcicole di Mercurey, i calcari bianchi di Montagny e il calcare più pesante di Bouzeron riflettono questa variabilità.Il clima è continentale con un leggero aumento delle influenze atlantiche rispetto alla Côte d'Or più settentrionale. Le estati sono calde e secche, gli autunni prolungati e soleggiati. Il rischio di grandine è una delle sfide principali: i temporali estivi possono colpire selettivamente i versanti esposti.StoriaLa Côte Chalonnaise condivide la storia viticola borgognona dal Medioevo: i monaci cistercensi e benedettini sviluppano i vigneti di questa zona nel corso del XII e XIII secolo, meno celebrati di quelli della Côte d'Or ma parte integrante della produzione monastica. Mercurey ottiene il riconoscimento di denominazione nel 1936, tra le prime in Borgogna meridionale.Nel corso del Novecento la Côte Chalonnaise rimane nell'ombra della Côte d'Or, producendo vini a prezzi accessibili ma con minor reputazione internazionale. Questo posizionamento ha paradossalmente favorito la sopravvivenza di pratiche più tradizionali in alcuni appezzamenti, meno esposti alla pressione della modernizzazione sistematica che ha caratterizzato le zone più famose.OggiLa Côte Chalonnaise ha attratto nell'ultimo ventennio un numero crescente di produttori artigianali e biologici, attirati dalla combinazione di prezzi della terra più accessibili rispetto alla Côte d'Or e di terroir di qualità meno celebrati ma genuini. Bouzeron in particolare — con la sua specializzazione nell'Aligoté — è diventata un punto di riferimento per chi cerca acidità naturale e freschezza senza inseguire i prezzi dei grands crus di Puligny-Montrachet.La viticoltura biologica e biodinamica si è diffusa in modo significativo, con diverse aziende convertite nel corso degli anni Novanta e Duemila. La morfologia irregolare della zona — con parcelle piccole su versanti di inclinazione variabile — non favorisce la meccanizzazione pesante. Il Pinot Nero di Mercurey — più corposo e speziato rispetto alla Côte de Nuits — e lo Chardonnay di Rully — con freschezza acida e profilo diretto — rappresentano due stili di Borgogna che hanno trovato un proprio pubblico indipendente dall'orbita delle grandi etichette.Il biologico si è consolidato soprattutto nei piccoli appezzamenti sui versanti calcarei di Mercurey e Givry, dove la pendenza moderata consente una meccanizzazione leggera ma non le macchine più pesanti. L'inerbimento permanente si è diffuso come strumento contro l'erosione autunnale, con le erbe sfalciate in primavera per ridurre la concorrenza idrica nelle settimane più secche. Diversi produttori recuperano la pratica delle fermentazioni in tini aperti di legno con lieviti indigeni, abbandonando i protocolli standardizzati.L'Aligoté di Bouzeron — varietà che altrove in Borgogna finisce nel Kir o nei base spumante — trova qui il suo unico terroir d'elezione: i suoli calcarei più poveri e drenanti concentrano gli aromi della varietà, producendo bianchi secchi con acidità alta e profilo sottile che reggono un breve affinamento in legno antico e sviluppano complessità nel tempo."

Francia

Côte Chalonnaise, Borgogna

Côte de Nuits, Borgogna

"La Côte de Nuits è la metà settentrionale della Côte d'Or, che scende da Marsannay-la-Côte appena a sud di Digione fino a Corgoloin, dove inizia la Côte de Beaune. È una striscia di terra di circa 22 chilometri di lunghezza su un fronte che raramente supera i due chilometri di larghezza, orientato da nord-ovest a sud-est verso la pianura della Saona. Su questo territorio ristretto si concentra la più alta densità di vigneti di eccellenza mondiale — in nessuna altra zona una superficie così piccola ospita così tanti Grand Crus.I grandi comuni viticoli si susseguono: Gevrey-Chambertin, Morey-Saint-Denis, Chambolle-Musigny, Vougeot, Vosne-Romanée, Nuits-Saint-Georges. Ognuno ha una personalità riconoscibile costruita su secoli di osservazione del Pinot Nero: più austero e potente a Gevrey, più floreale e aereo a Chambolle, più vellutato e complesso a Vosne.Geologia, suoli, climaLa geologia è quella di una cuesta — morfologia creata da un fronte di rocce calcaree che degrada da ovest a est, con i calcari duri in sommità e le marne morbide sul versante. I suoli del versante mediano — dove si concentrano i Grand Crus — sono un mix di ghiaie calcaree, argille rosse residuali e limo; la composizione varia a ogni pochi metri di quota, spiegando come parcelle adiacenti producano vini radicalmente diversi. Il calcare è prevalentemente giurassico, formatosi tra 150 e 170 milioni di anni fa; gli oolithe calcarei bianchi dominano nella parte alta del versante, le marne argilllose nella parte bassa.Il clima è continentale: inverni freddi, estati calde, autunni prolungati. La grandine è un rischio concreto in estate, e le gelate primaverili possono colpire i vigneti esposti a est nelle notti senza vento.StoriaLa viticoltura nella Côte de Nuits è di origine romana: Nuits-Saint-Georges era un importante centro di scambi sulla Via Agrippa, e la vite era già coltivata su questi versanti in epoca imperiale. La svolta decisiva arriva nel Medioevo con i monaci cistercensi dell'abbazia di Cîteaux — fondata nel 1098 — che si dedicano all'osservazione sistematica dei diversi terroir e alla vinificazione parcella per parcella. L'idea del climat — parcella con nome proprio e carattere individuale riconoscibile — nasce da questa pratica monastica.La Rivoluzione Francese porta la confisca e l'asta dei beni monastici e nobiliari, frammentando i grandi domaines in centinaia di piccole proprietà. Le leggi ereditarie napoleoniche ulteriormente dividono i vigneti: questa frammentazione ha creato la complessità del sistema borgognono attuale, dove lo stesso climat può avere decine di proprietari.OggiLa Côte de Nuits ha un sistema di classificazione tra i più complessi al mondo: 24 Grands Crus, tra cui Chambertin, Musigny, Clos Vougeot, Richebourg, La Tâche, ognuno con caratteristiche di suolo e clima codificate da secoli di osservazione e codificate nel sistema AOC.La biodinamica si è diffusa a partire dagli anni Novanta, adottata da alcuni dei domaines più storici. Il lavoro del suolo con i cavalli — per evitare la compattazione dei trattori — è praticato da diversi produttori dei Grands Crus, dove ogni centimetro di suolo è considerato prezioso. Le fermentazioni con lieviti indigeni e la riduzione dei solfiti sono diventate pratiche condivise da una parte importante dei produttori, anche se la maggioranza lavora con metodi convenzionali.Le pressioni economiche sono enormi: i prezzi delle uve e dei vini sono tra i più alti al mondo, creando incentivi sia verso la qualità sia verso la massimizzazione della resa — tensione permanente che attraversa l'intera zona.I produttori che lavorano in biodinamica seguono il calendario lunare per potature, trattamenti e raccolta, usando le preparazioni 500 e 501 — cornoletame e cornosilice — per stimolare la vita del suolo e irrobustire la cuticola fogliare. Sui versanti dove ogni metro quadrato vale più che in qualsiasi altra vigna al mondo, ogni scelta tecnica porta con sé un peso economico enorme che condiziona sia le conversioni sia la permanenza dei giovani nel settore.La vendemmia manuale è la norma per tutta la Côte de Nuits; i tri multipli — passaggi selettivi per raccogliere solo le uve al momento ottimale — richiedono nelle annate complesse tre o quattro giri nello stesso vigneto. Questa logistica intensiva rende impossibile la produzione su larga scala, preservando la struttura di piccole proprietà artigianali che è rimasta sostanzialmente invariata dalla Rivoluzione Francese in poi — la frammentazione imposta due secoli fa è diventata il vincolo strutturale che tiene il territorio lontano dall'industrializzazione."

Francia

Côte de Nuits, Borgogna

Etna, Sicilia

"L'Etna — «A' Muntagna» per i siciliani — è il vulcano attivo più alto d'Europa, con i suoi 3357 metri che dominano la Sicilia orientale. I vigneti si distribuiscono sui versanti del cono in un arco che va fino a oltre i 1000 metri di quota, su una topografia irregolare di altopiani, dossi e anfiteatri creati dalla successione di flussi lavici nel corso dei millenni. Il versante nord — intorno a Castiglione di Sicilia, Linguaglossa e Randazzo — è il più valorizzato per il Nerello Mascalese, con esposizioni a nord che rallentano la maturazione e producono vini di tensione acida straordinaria.Ciascuna contrada ha la sua storia di eruzioni e di lava, il suo tipo di suolo, la sua altitudine e la sua esposizione. L'alberello etneo — sistema di allevamento a ceppo basso autofertilizzante, iscritto nel 2024 nel patrimonio immateriale UNESCO — è la forma tradizionale su questi pendii, dove i venti costanti e la distanza tra le piante permettono all'aria di circolare liberamente.Geologia, suoli, climaLa geologia etnea è quella del vulcanismo basaltico attivo: la roccia madre è il basalto, depositato in flussi lavici di diverse epoche. La vite trova condizioni radicalmente diverse a seconda dell'età del flusso: le lave antiche — più decomposte — hanno creato suoli scuri, porosi e ricchi di minerali; le lave recenti restano quasi sterili, con poca profondità di suolo. Sulle superfici laviche più antiche del versante nord le radici penetrano nelle fessure della roccia, estraendo minerali in modo diretto.L'altitudine è il fattore climatico dominante: a 700-900 metri le temperature notturne scendono sotto i 10 gradi anche in agosto e le escursioni termiche superano i 20 gradi in estate. Il Nerello Mascalese matura lentamente, conservando acidità alta e tannini sottili nonostante il caldo dei mesi estivi.StoriaLa viticoltura sull'Etna è documentata dall'epoca greca: le colonie di Katane e di Naxos ai piedi del vulcano producevano vino che circolava nel Mediterraneo già nel VII-VI secolo a.C. Dopo i Romani, la dominazione araba rallentò ma non azzerò la viticoltura. Nel Medioevo i monasteri basiliani — di tradizione greca, insediati dopo la riconquista normanna dell'XI-XII secolo — mantengono i vigneti sulle contrade più alte.La fillossera, che ha distrutto la maggior parte dei vigneti europei tra fine Ottocento e inizio Novecento, ha avuto impatto limitato sull'Etna: la terra vulcanica sciolta e sabbiosa non permette al parassita di muoversi nel suolo, per cui molte viti dell'Etna sono rimaste su piede franco — non innestate su portainnesti americani — alcune con età superiore ai 100-150 anni.OggiL'Etna è diventata negli ultimi vent'anni uno dei territori vinicoli più discussi al mondo. Il sistema delle contrade — aree geografiche con nome proprio e caratteristiche di suolo e altitudine differenti, formalizzato nel disciplinare del 2011 — si avvicina al concetto borgognone di climat. Le contrade del versante nord come Guardiola, Calderara, Feudo di Mezzo, Bocca d'Orzo hanno profili distinti, emergenti soprattutto nei vini di singola contrada fermentati in contenitori neutri.Il biologico e il biodinamico sono la norma tra i produttori piccoli e artigianali: il clima secco dell'estate etnea riduce la pressione fungina, e l'alberello su piede franco su suoli vulcanici non richiede la chimica della viticoltura convenzionale in zone più umide. Il Nerello Mascalese — con la sua acidità naturale, il colore scarico e i tannini sottili — ha trovato un pubblico internazionale che lo paragona ai grandi rossi di Borgogna, sebbene il vulcano e il sole siciliano producano qualcosa di totalmente diverso.L'alberello su piede franco richiede potatura e legatura completamente manuali: ogni ceppo cresce autonomamente senza fili di sostegno e viene lavorato singolarmente più volte nella stagione. I basalti irregolari, i muretti di contenimento e le pendenze rendono impossibile anche il piccolo trattore su molte contrade, per cui il biologico diventa la risposta logistica naturale prima ancora che una scelta ideologica — chi lavora già a mano non cambia la propria organizzazione in modo significativo eliminando i prodotti di sintesi.Le lave antiche del versante nord — con suoli scuri e porosi formatisi in millenni di decomposizione basaltica — ospitano una microbiologia naturalmente ricca di funghi micorrizici che colonizzano le radici e le aiutano ad accedere ai minerali del basalto. L'inerbimento spontaneo tra i ceppi, non falciato nei mesi più secchi, mantiene l'umidità nel suolo nelle settimane critiche di luglio e agosto, quando le notti fresche potrebbero non bastare a compensare il calore dei pomeriggi sul versante meridionale."

Italia

Etna, Sicilia

Franconia

"La Franconia viticola si distende lungo il corso del Main e dei suoi affluenti nell'entroterra della Baviera, con Würzburg come capitale e fulcro geografico. Non è un territorio compatto ma una serie di zone viticole separate da foreste, campi e pianure: lo Spessart a ovest, il cuore würzburgese al centro, lo Steigerwald a est. Il fiume Main traccia un percorso sinuoso che crea l'itinerario geografico naturale della viticoltura: i vigneti si aggrappano ai versanti che si alzano direttamente sulle sponde del fiume, sfruttando il riflesso dell'acqua e la posizione protetta dai venti freddi del nord.Con circa 6200 ettari vitati, la Franconia è una delle zone viticole tedesche più caratteristiche per identità. Il Bocksbeutel — la bottiglia piatta e panciuta che contiene i vini locali — è diventato un simbolo di questa identità: una forma che distingue la Franconia da tutte le altre zone viticole del mondo.Geologia, suoli, climaLa geologia è dominata da tre formazioni del Triassico franconiano che si susseguono geograficamente. Il Muschelkalk — calcare a conchiglie — affiora principalmente intorno a Würzburg: substrato compatto e ricco di calcio che dà al Sylvaner la sua sapidità minerale caratteristica. Il Keuper — marne e argille triassiche — domina lo Steigerwald: suoli più pesanti che trattengono l'umidità e favoriscono una maturazione più lenta. Il Buntsandstein — l'arenaria rossa — caratterizza la zona del Taubertal a sud-ovest, con suoli più acidi e leggeri.Il clima è tra i più continentali della Germania viticola: inverni freddi, gelate primaverili come rischio concreto, estati che devono essere calde e lunghe per consentire la maturazione. La viticoltura in Franconia è da sempre una sfida climatica, e solo i versanti meglio esposti sul Main garantiscono condizioni adeguate per le varietà più tardive.StoriaLa viticoltura in Franconia è documentata dall'VIII secolo: il Würzburger Stein — uno dei vigneti più famosi della Germania — è già citato in documenti carolingi. I monasteri benedettini, cistercensi e agostiniani sviluppano la viticoltura lungo il Main nel corso del Medioevo. Nel 1540 viene vendemmiata un'annata così eccezionale che il vino risultante è ancora catalogato come bevibile tre secoli dopo.Nel Novecento la Franconia attraversa la crisi della fillossera, la modernizzazione postbellica e l'espansione delle cooperative. Il Müller-Thurgau viene impiantato su vasti appezzamenti dagli anni Cinquanta in poi, riducendo la superficie a Sylvaner. La rivalutazione del Sylvaner come varietà identitaria del territorio è avvenuta negli ultimi vent'anni, con produttori che ne hanno riscoperto il potenziale su suoli profondi di Keuper.OggiLa rinascita del Sylvaner in Franconia ha portato una rivalutazione di tutta la zona: la varietà, coltivata qui dal Seicento, produce bianchi di carattere distinto — secchi, austeri, con sapidità minerale sul Muschelkalk e struttura più ampia sul Keuper — che nessun altro territorio sa replicare. I produttori più attenti lo vinificano come secco pieno senza residuo zuccherino, con lunga permanenza sulle fecce fini che aumenta la complessità senza mascherare la struttura del suolo.Le pratiche biologiche si sono diffuse progressivamente, agevolate dalla morfologia dei versanti sul Main — spesso ripidi e inadatti alla meccanizzazione pesante. Il Riesling trova spazio sui versanti più caldi intorno a Würzburg, dove può produrre vini complessi con o senza residuo zuccherino a seconda dell'annata. Il Spätburgunder (Pinot Nero) avanza nelle posizioni più calde, sfruttando la struttura tannica che i suoli di Keuper conferiscono ai rossi fruttati di questa latitudine nordica.La conversione al biologico ha avanzato soprattutto nei vigneti più ripidi sopra il Main, dove la meccanizzazione era già ridotta per ragioni strutturali. I suoli di Muschelkalk — calcare compatto con ottimo drenaggio — rispondono bene all'inerbimento spontaneo: le erbe fissano il suolo calcareo poroso e prevengono l'erosione dopo le piogge primaverili, apportando materia organica che il substrato naturalmente scarso non produce. La pendenza accentuata di molti versanti sul Main rende già obbligatorio il lavoro manuale per potatura, legatura e vendemmia, condizione che facilita il passaggio al biologico senza stravolgere la logistica.Il Bocksbeutel — la bottiglia piatta che identifica i vini franconiani — è un contenitore protetto da secoli di tradizione: la sua forma rende impossibile lo stoccaggio ordinario e il trasporto in casse standard, il che ha paradossalmente mantenuto il circuito di distribuzione più locale rispetto ad altre zone tedesche, preservando un tessuto di piccoli produttori che vendono direttamente o nei mercati regionali."

Franconia

Galizia, Spagna

"La Galizia occupa l'angolo nord-occidentale della penisola iberica, tra l'oceano Atlantico e il confine con il Portogallo, in una regione che per clima e paesaggio non assomiglia alla Spagna mediterranea. Foreste di castagni e querce coprono le colline, i fiumi scendono tra le rocce granitiche verso le rias — le lunghe insenature dove i corsi d'acqua incontrano il mare — e la pioggia è una presenza costante per gran parte dell'anno. Con precipitazioni che superano i 1500 mm annui sulla costa, è la regione più piovosa della Spagna.I vigneti si adattano a questo paesaggio umido con le latadas o parrales — le pergole alte che portano l'uva a 1,5-2 metri dal suolo per favorire la circolazione dell'aria tra il fogliame e ridurre la pressione della peronospora. Questa architettura del vigneto su pilastri di granito è uno degli elementi più iconici del paesaggio viticolo galiziano.Geologia, suoli, climaIl granito domina la geologia della Galizia viticola. Affiora ovunque nelle sue diverse varianti, e la sua decomposizione crea un suolo sabbioso-scheletrico, acido e povero di argilla che drena rapidamente l'acqua piovana. Nelle zone più interne — come la Ribeira Sacra con le sue terrazze lungo il Sil e il Miño — gli scisti e le ardesie si sostituiscono al granito, dando suoli più caldi e sottili su versanti ripidissimi.Il clima atlantico oceanico è il grande discriminante: umidità elevata, temperature moderate tutto l'anno, precipitazioni con picco autunnale. La siccità estiva che caratterizza il resto della Spagna non tocca la Galizia, dove luglio e agosto portano piogge regolari. Questa umidità obbliga i vignaioli a strategie preventive costanti contro le malattie fungine.StoriaLa viticoltura in Galizia è precedente alla romanizzazione: i popoli Castrexos — la cultura del Ferro che abitava questa zona in forme proto-celtiche — praticavano già agricoltura e viticoltura sulle sponde dei fiumi. I Romani strutturano la produzione vinicola lungo il percorso che diventerà la strada di pellegrinaggio per Santiago de Compostela. Il Cammino porta nel Medioevo milioni di pellegrini attraverso la Galizia, creando una domanda sostenuta di vino lungo il percorso.La Galizia è rimasta una regione di viticoltura contadina per secoli: proprietà frammentate in minifundios spesso inferiori a un ettaro, gestite a part-time da famiglie che integravano il vino con altre colture. Questa frammentazione ha preservato la diversità genetica locale — includendo varietà come il Brancellao, il Caiño e il Merenzao — ma ha reso difficile la commercializzazione su scala. La Galizia ha più varietà autoctone censite che molte regioni spagnole messe insieme, e questo patrimonio sopravvive in gran parte grazie alle vigne miste dei minifundios — impianti promiscui dove varietà diverse crescono nello stesso appezzamento e vengono vendemmiate insieme, producendo blend complessi per definizione.OggiIl successo internazionale dell'Albariño — varietà bianca con buccia spessa che resiste naturalmente all'umidità atlantica — ha trasformato le Rías Baixas da zona di consumo locale a denominazione conosciuta in tutto il mondo. La varietà viene allevata sulle pergole alte su pilastri di granito, con vendemmia in genere a settembre; la buccia spessa protegge l'uva dalle ultime piogge di stagione.Le pratiche biologiche incontrano in Galizia sfide specifiche: la pressione fungina atlantica è tra le più alte d'Europa, e la conversione richiede una gestione della canopy molto attenta — le pergole alte facilitano l'arieggiamento, ma servono trattamenti con rame e zolfo calibrati nelle settimane più piovose di aprile e maggio. Le aziende che ci riescono si concentrano soprattutto sui versanti della Ribeira Sacra, dove le terrazze scistose sul Sil salgono fino a oltre 400 metri e l'altitudine riduce l'umidità e allunga la stagione, portando le uve — soprattutto il Mencía — a maturazione graduale con acidità preservata.Il Godello — varietà bianca recuperata dalla quasi estinzione nella Valdeorras negli anni Ottanta — e il Treixadura — base dei bianchi del Ribeiro — affiancano l'Albariño come vitigni di riferimento della bianchistica galiziana. I rossi autoctoni come Brancellao, Caíño Tinto e Merenzao stanno ricevendo attenzione crescente per il profilo leggero e la freschezza acida — caratteristiche che sul granito galiziano il calore atlantico non esaurisce mai del tutto."

Spagna

Galizia, Spagna

Gallura, Sardegna

"La Gallura occupa l'angolo nord-orientale della Sardegna, affacciato verso la Corsica attraverso le Bocche di Bonifacio — lo stretto burrascoso dove il Maestrale soffia su una costa spezzata di granito chiaro. Il paesaggio è tra i più selvaggi dell'isola: rocce granitiche levigate dal vento emergono dalla macchia mediterranea di cisti, lentischi e corbezzoli, le colline tonde scendono verso calette di sabbia bianca e il mare è sempre presente. I vigneti si inseriscono in questa campagna petrosa come parte di un sistema agricolo che ha sempre dovuto lottare con la siccità estiva.La zona viticola principale si concentra attorno a Tempio Pausania, nel cuore dell'entroterra gallurese, dove l'altitudine tra i 300 e i 600 metri e la distanza dalla costa abbassano la temperatura massima estiva. Olbia è il principale centro costiero, mentre l'entroterra mantiene la vocazione agricola e pastorale che ha caratterizzato la Gallura per secoli.Geologia, suoli, climaLa geologia è quella del massiccio granitico sardo, uno dei complessi eruttivi più antichi d'Europa: il granito paleozoico della Gallura risale a circa 300 milioni di anni, rosa chiaro o grigio a seconda della composizione mineralogica, e affiora dappertutto sotto la macchia e i vigneti. La sua decomposizione crea un suolo sabbioso-ghiaioso, a reazione acida, povero di argilla e sostanza organica, con abbondante scheletro. La vite deve scendere nelle fessure della roccia per trovare acqua, sviluppando radici profonde.Il clima è mediterraneo secco, con estati calde e quasi completamente prive di pioggia. Il Maestrale — il vento forte da nord-ovest che soffia dal Golfo del Leone — asciuga le vigne dopo le rare piogge e riduce la pressione fungina in modo naturale. Le notti gallurese possono essere fresche anche in estate per via dell'altitudine e dei venti, creando condizioni favorevoli per la maturazione aromatica lenta.StoriaPer lungo tempo il territorio gallurese è stato prevalentemente pastorale, con le transumanze delle greggi a caratterizzare l'economia fin dall'antichità. L'introduzione del Vermentino — varietà bianca di probabile origine iberica — viene attribuita al periodo della dominazione aragonese e spagnola della Sardegna, tra il XV e il XVIII secolo. La prima menzione documentata della varietà in quest'area appare nella prima metà dell'Ottocento nell'opera geografica di Vittorio Angius.La viticoltura come attività strutturata e commerciale si sviluppa nel corso del Novecento, con la fondazione di cantine cooperative negli anni Cinquanta e Sessanta che raccolgono la produzione dei piccoli proprietari. Il riconoscimento della DOCG Vermentino di Gallura — unica DOCG della Sardegna — avviene nel 1996, consolidando l'identità viticola della zona.OggiLa denominazione di origine specifica per il Vermentino gallurese — l'unica a rango di garanzia superiore in tutta la Sardegna — impone rese contenute e requisiti minimi di affinamento che hanno spinto i produttori verso una viticoltura più attenta rispetto al passato cooperativistico orientato alla quantità.Il granito della Gallura trasferisce ai vini una mineralità specifica — più asciutta e sapida rispetto ai Vermentino di Sardegna del sud su suoli calcarei — che si manifesta in una sapidità prolungata e in una struttura che sostiene l'affinamento in bottiglia. Alcune aziende stanno sperimentando maturazioni in legno medio, rompendo con la tradizione delle sole vasche di acciaio.Il Maestrale e il clima secco favoriscono una gestione con trattamenti ridotti, rendendo il biologico un approccio praticabile per diversi produttori. La macchia mediterranea che circonda i vigneti — con lentisco, corbezzolo, erica e ginepro — contribuisce alla biodiversità del territorio, offrendo habitat naturali per insetti utili e aumentando la resilienza complessiva dell'ecosistema agricolo.Il granito gallurese impone un lavoro fisico intenso anche a chi usa piccoli macchinari: la roccia affiora dappertutto, e i vigneti su terreni scheletric richiedono lavorazioni manuali frequenti per controllare le erbe spontanee senza danneggiare le radici superficiali delle viti. Questa condizione strutturale ha mantenuto piccola la scala delle aziende galuresi — raramente sopra i venti ettari — e ha reso naturale un approccio al vino che privilegia la qualità sulla quantità per semplice necessità logistica."

Italia

Gallura, Sardegna

Jura, Francia

"Lo Jura viticolo è una sottile striscia di colline che corre da nord a sud per circa 80 chilometri alle pendici delle montagne del Giura, nella Francia orientale, al confine con la Svizzera. La zona è stretta — raramente supera i 6 chilometri di larghezza — e i vigneti si incastrano tra le foreste di abeti e faggi che salgono verso le creste calcaree a ovest e la pianura della Bresse che scende verso la Saona a est. Le principali villes viticole — Arbois, Pupillin, Poligny, Château-Chalon, L'Étoile — si dispongono lungo questa striscia come stazioni di un percorso unico.Lo Jura è famoso per produzioni che non si trovano da nessun'altra parte: il Vin Jaune — vino ossidativo affinato sotto velo di lieviti in barili senza rabbocco — e il Vin de Paille — da uve appassite — sono specialità che nessun'altra zona viticola ha replicato nella stessa forma. La zona ha una delle più alte concentrazioni di produttori biologici e naturali di tutta la Francia.Geologia, suoli, climaLa geologia dello Jura ha dato il nome all'intero periodo: il «Giurassico» — formazioni rocciose tra i 145 e i 200 milioni di anni fa — prende il nome da queste montagne dove affiorano diffusamente i calcari e le marne di quell'era. Le colline viticole mostrano una successione di strati di argille e marne giurassiche: le marne blu e nere dominano nelle zone più a nord intorno ad Arbois, i calcari biancheggianti prevalgono a sud verso Château-Chalon. Le argille rosse triassiche compaiono a tratti nelle zone più alte.Il clima è continentale con influenze atlantiche: inverni freddi e nevosi, estati calde con temporali frequenti. La ventilazione dai valichi alpini porta aria fresca nelle notti estive, mantenendo le temperature notturne abbastanza basse da preservare l'acidità naturale delle uve fino alla vendemmia.StoriaLa viticoltura nello Jura è documentata fin dall'XI secolo, con i monasteri cistercensi di Château-Chalon come custodi della tradizione del Vin Jaune. La pratica dell'affinamento sotto velo di lieviti — dove il vino non viene rabboccato dopo l'estate e sviluppa una pellicola sulla superficie — è una tecnica sviluppata localmente e consolidata nei secoli. La fillossera devasta il vigneto jurassien nella seconda metà dell'Ottocento come altrove, riducendo drasticamente la superficie vitata.Nel Novecento la ripresa è lenta: lo Jura rimane per decenni una zona poco conosciuta fuori dalla Francia. La riscoperta internazionale è avvenuta negli anni Duemila, in parallelo con il boom dei vini naturali in Francia e nel mondo, che ha trovato nello Jura una delle zone con più alta densità di produttori artigianali e biologici.OggiLo Jura è diventato un territorio di riferimento del vino naturale internazionale. La duplice tradizione dello Chardonnay — ouillé (rabboccato, stile fresco e diretto) e sous voile (affinamento ossidativo sotto velo di lieviti) — consente ad ogni produttore di scegliere il proprio approccio, e spesso le stesse uve vengono vinificate in entrambe le direzioni per evidenziare il contrasto.Il Savagnin — varietà autoctona imparentata con il Traminer — è la base del Vin Jaune, affinato per almeno 6 anni e 3 mesi in barili da 228 litri senza rabbocco: in questo periodo perde il 20-25% del volume per evaporazione, concentrando i sapori in un vino ossidativo lungo e complesso. Il Poulsard — rosso a buccia sottile e scarsa pigmentazione — produce rosati e rossi leggeri che rappresentano l'opposto degli stili muscolari del vino meridionale.La morfologia collinare — versanti moderatamente inclinati, parcelle piccole, difficoltà meccaniche diffuse — ha contribuito alla persistenza di pratiche manuali che si abbinano naturalmente al biologico. Il Trousseau, il più raro dei vitigni autoctoni, produce rossi scuri e speziati che affascinano i collezionisti per la loro singolarità e rarità.La tensione tra tradizione ossidativa e stile moderno fresco attraversa oggi tutto il Jura: le cantine che fanno il Vin Jaune e il Chardonnay sous voile coesistono con chi vinifica lo stesso Chardonnay ouillé in acciaio o in cemento, e queste scelte stilistiche definiscono identità produttive molto diverse all'interno della stessa piccola zona. La morfologia delle colline — moderatamente inclinate, con parcelle piccole e frequenti cambi di suolo — ha favorito la permanenza di un tessuto di piccoli produttori che lavorano a mano e sperimentano liberamente senza dover rispondere alle logiche della produzione in volume."

Francia

Jura, Francia

Lago di Bolsena, Lazio

"Il Lago di Bolsena occupa una caldera vulcanica spenta, la più grande di questa tipologia in Italia: i suoi 115 km² di specchio d'acqua sono i resti di un'enorme esplosione avvenuta circa 300.000 anni fa che ha fatto collassare il sistema dei Monti Volsini, creando un bacino circolare circondato da colline di tufo e basalto. Il comprensorio viticolo si organizza attorno al lago — nelle colline che scendono verso le sponde — con Montefiascone, Bolsena, Gradoli e Capodimonte come centri principali. Il lago stesso funge da regolatore termico: la sua massa d'acqua raffredda l'estate e mitiga l'inverno, creando condizioni più moderate rispetto all'entroterra laziale.La Via Cassia romana passava da Montefiascone, collegando Roma con il nord Italia, e il vino del Lago di Bolsena era già noto in epoca imperiale. Questa posizione lungo una grande arteria di comunicazione ha determinato lo sviluppo della viticoltura come attività commerciale fin dall'antichità.Geologia, suoli, climaLa geologia è quella del vulcanismo laziale: tufo — roccia ignimbritica porosa e friabile — e basalto compongono il substrato, con diverse età e composizioni a seconda della localizzazione rispetto ai centri eruttivi. Il tufo è la roccia dominante sulle pendici più basse: morbido, facilmente erodibile, crea suoli leggeri e porosi che drenano rapidamente l'acqua ma trattengono bene i minerali vulcanici. Il basalto affiora nei versanti più ripidi, creando suoli più scuri e pesanti.Il clima risente dell'influenza moderatrice del lago: le estati sono miti, con temperature massime che raramente superano i 35 gradi grazie all'umidità lacustre e alle brezze che salgono dall'acqua. Le nebbie mattutine frequenti nella tarda estate aggiungono un elemento di complessità climatica che influenza la maturazione delle uve nelle zone più vicine alle sponde.StoriaGli Etruschi — il popolo italico con la loro città principale di Volsinii (la moderna Bolsena) — producevano già vino sulle colline vulcaniche del lago, facendo parte del cuore della cultura vinicola etrusca dell'Italia centrale. Con Roma la produzione si struttura ulteriormente. La leggenda medievale del vino Est! Est!! Est!!! di Montefiascone racconta che nel 1111, il vescovo tedesco Johann Fugger mandò un servitore in anticipo per segnare con la parola 'Est' le taverne con ottimo vino; a Montefiascone il servitore lasciò la scritta tre volte, per indicare l'eccellenza.Nel Novecento la zona sviluppa le cantine cooperative e il vino del Lago di Bolsena diventa un prodotto commerciale di massa, perdendo progressivamente la reputazione di qualità costruita nei secoli precedenti. La DOC Est! Est!! Est!!! di Montefiascone viene riconosciuta nel 1966, ma rimane a lungo una denominazione sottovalutata.OggiLa riscoperta del Lago di Bolsena come zona di viticoltura di qualità è avvenuta negli ultimi vent'anni, guidata da piccoli produttori che hanno recuperato vecchi vigneti su varietà locali. Il Procanico — nome locale del Trebbiano Toscano — e il Rossetto (Trebbiano Giallo) vengono oggi lavorati con fermentazioni più lunghe e meno chiarificazioni rispetto al passato industriale.L'Aleatico — varietà rossa aromatica tipica di questo territorio, quasi scomparsa nel dopoguerra — sta recuperando terreno come vino dolce passito o come rosso leggero secco, con un profilo aromatico di rosa e frutti rossi insolito per i vini di questa latitudine. I suoli vulcanici di tufo e basalto trasferiscono mineralità diretta ai vini, con una sapidità che emerge particolarmente nei bianchi prodotti sulle sponde orientali.Il biologico si è affermato tra i produttori più piccoli, agevolato dalla siccità estiva che riduce la pressione fungina e dalla morfologia collinare moderata. La biodiversità vulcanica del paesaggio — con le due isole del lago, Bisentina e Martana — contribuisce a rendere questo territorio uno dei più interessanti del Lazio settentrionale. Il lago stesso regola il microclima delle sponde: la massa d'acqua scalda l'aria in autunno allungando la stagione vegetativa, e d'estate raffredda le notti portando escursioni termiche più marcate rispetto all'entroterra laziale — condizioni che rallentano la maturazione dei bianchi e preservano l'acidità naturale fino alla vendemmia."

Lago di Bolsena, Lazio

Langhe, Piemonte

"A sud del Tanaro, le colline delle Langhe si alzano gradualmente dalla pianura verso le Alpi Liguri, coprendo un sistema di rilievi nelle province di Cuneo e di Asti dove i vigneti si distendono sulle creste e sui versanti tra i 150 e i 550 metri di quota. Alba è il centro gravitazionale: da lì le colline salgono verso sud, con le cime che superano i 700 metri nelle zone più alte dell'Alta Langa e i versanti che scendono a est nelle valli del Belbo e del Bormida. Il territorio non ha un fronte continuo come la Borgogna: ogni vallata porta un microclima specifico, ogni versante la sua orientazione, e le differenze tra un comune e il suo vicino si leggono direttamente nel carattere delle uve.Due comprensori si distinguono nella geografia produttiva. Il Barolo occupa un anfiteatro collinare a sud-ovest di Alba, dove undici comuni si distribuiscono su rilievi con esposizioni variabili tra Serralunga d'Alba a est — più alta e compatta — e La Morra a ovest — più aperta e dolce. Il Barbaresco scende sui versanti orientali verso il Tanaro, a est di Alba, con morfologia più bassa e aperta verso la pianura. Più a sud ancora, l'Alta Langa porta i vigneti oltre i 600 metri su terreni abbandonati per decenni e oggi in recupero.Geologia, suoli, climaTutto il sistema collinare è sedimentario, formatosi quando il mare Miocenico copriva la pianura padana. Due grandi formazioni si dividono il territorio. La Formazione di Lequio del Serravalliano — la più antica — affiora soprattutto nei comuni orientali del Barolo come Serralunga d'Alba e Monforte: marne compatte grigio-scure, povere di sabbia e ricche di calcio, che trattengono l'acqua con parsimonia e impongono alle radici di scendere in profondità. Salendo verso La Morra e il comune di Barolo, il terreno cambia: la Formazione di Diano d'Alba dell'Elveziano porta suoli più sabbiosi e chiari, con minor resistenza al drenaggio, che producono vini con struttura tannica più fine rispetto all'austerità di Serralunga.Il clima è continentale padano: inverni freddi con neve frequente, estati calde, autunni prolungati dove le nebbie del Tanaro invadono le valli basse da settembre ma lasciano le creste soleggiate. Le escursioni termiche autunnali superano i 15-20 gradi tra mezzogiorno e l'alba, rallentando la maturazione del Nebbiolo — vitigno tardivo che ha bisogno di ogni giornata disponibile prima delle gelate di novembre.StoriaIl Nebbiolo nelle Langhe è documentato già nel XIII secolo, con la prima menzione scritta che risale al 1268 in un documento di Rivoli. La varietà si afferma sui versanti migliori, mentre la Barbera — più produttiva e meno esigente — occupa anche le esposizioni meno favorevoli. Il Dolcetto completa il quadro sulle zone più fresche dove matura prima degli altri.Il salto qualitativo del Barolo — da vino dolce e spesso ossidato a vino secco strutturato da lungo affinamento — avviene nella prima metà dell'Ottocento, quando tecniche di fermentazione più controllata permettono di portare a secco le fermentazioni. I monaci cistercensi avevano già coltivato la vite sistematicamente per secoli su queste colline, ma è con il XIX secolo che il Barolo assume il profilo che lo rende riconoscibile. Il dopoguerra porta la meccanizzazione e le cooperative orientate alla Barbera da tavola; il Nebbiolo resta il vitigno di punta ma attraversa decenni di interpretazioni eterogenee, tra chi lo affina in grandi botti per anni e chi abbraccia le barrique arrivate dagli anni Ottanta in poi.OggiIl dibattito tra chi usa la botte grande in rovere slavone da 25-50 ettolitri e chi vinificava con macerazioni brevi e barrique ha plasmato le Langhe per quarant'anni; oggi si è in parte ricomposto, con molti produttori che lavorano su macerazioni di media durata in contenitori neutri, leggendo il Nebbiolo come vitigno di territorio più che di tecnica.Il biologico e il biodinamico hanno avanzato progressivamente dall'inizio degli anni Duemila, partendo da aziende familiari che lavoravano già con poca chimica di sintesi. La morfologia collinare — con versanti inclinati dove la meccanizzazione pesante non arriva — ha facilitato le conversioni: chi lavora a mano tra i filari non ha mai avuto bisogno di diserbanti per tenere il suolo libero. L'inerbimento spontaneo si è diffuso come risposta all'erosione delle marne grigie sui pendii più ripidi, con le erbe lasciate crescere e sfalciate quando necessario.Il recupero delle vigne vecchie di Nebbiolo — alcune risalenti ai reimpianti post-fillossera degli anni Venti e Trenta — ha spinto molti produttori verso la vinificazione parcellare: lo stesso vitigno su suoli diversi di Serralunga, La Morra o Castiglione dà strutture diverse, e lavorare le parcelle separatamente permette di leggere queste differenze nel bicchiere. La Barbera e il Dolcetto hanno beneficiato di questo approccio più attento, con fermentazioni a lieviti indigeni e riduzione progressiva degli interventi correttivi in cantina."

Italia

Langhe, Piemonte

Languedoc

"Dal delta del Rodano alle prime colline dei Pirenei, il Languedoc dispiega un arco di territorio che percorre quasi 300 chilometri lungo il Golfo del Leone, con i vigneti che scendono dai massicci centrali verso la costa attraversando suoli, altitudini e rocce completamente diversi tra loro. Non c'è un centro simbolico come Bordeaux o Borgogna, ma una costellazione di zone che si distinguono per geologia, microclima e tradizione: la diversità è il dato strutturale di questo territorio.Le zone interne sono le più articolate dal punto di vista viticolo. Il Pic Saint-Loup si alza a nord di Montpellier con i vigneti ai piedi di una cresta calcarea che raggiunge i 658 metri; le Terrasses du Larzac portano le vigne a 400-600 metri, dove le notti scendono a 10 gradi anche in luglio. A ovest, il Faugères e il Saint-Chinian segnano il passaggio agli scisti metamorfici che cambiano radicalmente il carattere dei vini. Il Minervois e le Corbières si distribuiscono verso l'Aude, con la garrigue calcarea che porta il calore del Mediterraneo senza filtri.Geologia, suoli, climaLa varietà geologica del Languedoc è tra le più alte d'Europa viticola. A Faugères e Saint-Chinian gli scisti metamorfici primari affiorano grigio-neri, squamosi e caldi, drenano rapidamente e assorbono il sole fino al tramonto; spostandosi verso Montpellier e il Pic Saint-Loup, i calcari e le marne giurassici prendono il sopravvento con suoli più pesanti e bianchi; nelle Terrasses du Larzac gli argilo-calcaires e i grès primari alternano composizioni a distanza di pochi chilometri. La plaine littorale tra Sète e Nîmes ha invece alluvioni e sabbie, storicamente terre di produzione di massa lontane dal carattere delle zone interne.Il clima è mediterraneo: estati calde e asciutte, siccità da giugno ad agosto, precipitazioni concentrate in autunno. La tramontana da nord-ovest asciuga le vigne rapidamente dopo le piogge e riduce l'umidità per mesi interi. Nelle zone interne elevate le notti estive scendono sotto i 10-12 gradi anche in agosto, per cui la maturazione rallenta notevolmente rispetto alla costa, allungando il ciclo e preservando acidità.StoriaI Greci di Marsiglia portano la vite sulle rive del Golfo del Leone nel VI secolo a.C., e i Romani trovano una viticoltura già radicata quando arrivano nel II secolo a.C.; con Roma la produzione si struttura e il Languedoc diventa fornitore di vino per la Gallia settentrionale e le province renane. Nel Medioevo le abbazie cistercensi dell'Hérault e del Gard mantengono i vigneti sulle zone interne.Il XIX secolo trasforma tutto: dopo la ferrovia verso Parigi e la distruzione dei vigneti del nord per la fillossera, il Languedoc diventa la cantina di tutta la Francia, producendo volumi enormi di vino da taglio ad alta gradazione. Il Carignan — produttivo ma grezzo — copre quasi tutta la superficie. La crisi di sovrapproduzione porta alle rivolte dei vignaioli del 1907 a Narbonne e Béziers, momento simbolico del collasso del modello quantitativo. Il recupero della qualità inizia negli anni Settanta, irregolare e lento, con le prime ridenominazioni di zone interne.OggiIl Languedoc è diventato negli ultimi trent'anni uno dei territori di riferimento del vino naturale in Francia per una ragione concreta: i prezzi della terra — molto più accessibili rispetto a Borgogna o Alsazia — hanno attratto produttori che cercavano libertà di sperimentare su vigneti con storia senza capitali enormi. Terreni abbandonati o sottovalutati, spesso con vecchie viti di Carignan e Cinsault, sono stati recuperati invece di essere estirpati.Il Carignan vecchio ha subito la trasformazione più evidente: da vitigno-simbolo dell'overproduction languedocienne a materia prima interessante sulle parcelle con viti di 60-80 anni su scisto o argilla rossa. Le rese basse delle piante vecchie e la vinificazione in macerazione carbonica parziale o in fermentazione tradizionale hanno restituito leggibilità alla varietà. Il Grenache Noir e il Cinsault affiancano il Carignan nei blend delle zone interne, con il Cinsault che produce rosati di struttura fine su scisti.La conversione al biologico è avanzata rapidamente: la siccità estiva riduce la pressione fungina da giugno ad agosto, e la tramontana asciuga le vigne così rapidamente dopo le piogge che i trattamenti preventivi diventano spesso superflui. Le Terrasses du Larzac e il Faugères sono diventate zone di riferimento, con la morfologia collinare e scistosa che richiede già lavoro manuale e rende naturale la transizione alle pratiche biologiche."

Francia

Languedoc

Maremma, Toscana

"La Maremma scende dal litorale tirrenico verso l'entroterra della provincia di Grosseto, coprendo la fascia sud-occidentale della Toscana in un paesaggio che cambia continuamente: la costa piatta con le dune e i pini a nord verso Bolgheri, le colline della Scansano con i boschi di querce e i vigneti di Sangiovese al centro, i tufi vulcanici di Pitigliano e Sovana a sud-est verso il confine laziale. I rilievi salgono gradualmente dall'Argentario verso il Monte Amiata, con le vigne distribuite tra i 50 e i 500 metri su esposizioni variabili.La varietà interna è il dato strutturale: il Bolgheri a nord è zona di pianura litoranea con suoli alluvionali e vitigni internazionali; il Morellino di Scansano sale sulle colline interne con il Sangiovese locale; il Montecucco si avvicina all'Amiata con altitudini più elevate e climate più continentale. Questa frammentazione ha impedito che la Maremma sviluppasse un'identità unitaria come la Borgogna, ma ha preservato una diversità ampelografica che oggi è percepita come risorsa.Geologia, suoli, climaA Bolgheri i depositi alluvionali e argillo-sabbiosi della pianura costiera si accumulano su substrato ghiaioso, con buon drenaggio e riscaldamento rapido in primavera. Risalendo verso Scansano, i suoli si fanno più vari: galestro — le argille scagliose friabili — si alterna con calcari nei versanti collinari medi, mentre nelle zone più alte verso il Monte Calvo il substrato si fa più argilloso e profondo. Nella zona di Pitigliano e Sovana, a sud, affiora il tufo vulcanico — roccia chiara e porosa, depositata dall'attività dei vulcani laziali — che crea suoli minerali con drenaggio eccellente.Il clima varia con la distanza dal mare. A Bolgheri e sulla costa le brezze marine tirreniche moderano le temperature estive e portano umidità che favorisce la maturazione lenta delle varietà internazionali. Nell'entroterra di Scansano il clima si fa più continentale: estati calde con escursioni termiche notturne più marcate, inverni più freddi, precipitazioni leggermente più abbondanti. Le brezze dal Tirreno arrivano attenuate anche nelle zone interne, asciugando le vigne dopo i temporali estivi e riducendo la pressione fungina.StoriaLa Maremma è stata per secoli una terra di malaria e palude, con la popolazione concentrata sui rilievi interni lontani dalla costa. Gli Etruschi — con i centri di Vetulonia, Populonia e Sovana — avevano praticato la viticoltura sulle colline interne fin dal VIII-VII secolo a.C., ma con la caduta dell'impero romano i sistemi di drenaggio vengono abbandonati e la pianura torna acquitrinosa. La bonifica sistematica arriva solo nell'Ottocento con il Granducato di Toscana, poi completata nel Novecento durante il regime fascista, che trasforma la pianura in terra agricola e porta nuovi insediamenti.La svolta viticola moderna arriva da nord: a Bolgheri negli anni Settanta e Ottanta si sperimentano le prime vinificazioni con vitigni francesi — Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc — in un territorio fino ad allora marginale. Questa storia nota cambia la percezione dell'intera Maremma, attraendo investimenti e produttori. Il Morellino di Scansano — il Sangiovese dell'entroterra maremmano — viene riconosciuto come denominazione nel 1978 e diventa il punto di riferimento della viticoltura locale più tradizionale.OggiLa Maremma vive oggi una doppia traiettoria. Da un lato la zona di Bolgheri continua a sviluppare la sua identità di territorio dei vitigni internazionali con produzioni strutturate e prezzi elevati. Dall'altro l'entroterra di Scansano e Montecucco ha trovato una propria voce, con il Sangiovese locale — chiamato Morellino — che si esprime in modo diverso rispetto al Chianti o a Montalcino, più caldo e diretto.La siccità estiva della Maremma — più intensa rispetto all'Italia centrale per la vicinanza al Mediterraneo meridionale — ha favorito la diffusione del biologico: da giugno ad agosto le vigne restano quasi completamente asciutte, la pressione di peronospora e oidio scende drasticamente, e i trattamenti preventivi si concentrano solo nelle finestre primaverili più piovose. Diversi produttori hanno avviato conversioni nell'ultimo ventennio, spesso partendo dai vigneti di Sangiovese già lavorati con poca meccanizzazione sui versanti collinari.Il recupero dell'Alicante Bouschet — varietà rossa a polpa colorata piantata in Maremma nel dopoguerra come ingrediente nei tagli — ha sorpreso diversi produttori che lo hanno vinificato in purezza, scoprendo un profilo che su suoli tufacei e argillosi esprime sapidità e struttura inattese. Il Vermentino bianco, coltivato sui versanti collinari della costa, produce bianchi freschi che si adattano al clima caldo meglio di varietà più delicate."

Italia

Maremma, Toscana

Marsala, Sicilia

"La punta estrema occidentale della Sicilia si apre sul Canale di Sicilia davanti alle Isole Egadi, in un paesaggio quasi pianeggiante dove la vite si distende su un altopiano calcareo che scende gradualmente al mare da nord a sud. La città di Marsala occupa il punto più avanzato verso ovest, e intorno a lei i vigneti si alternano agli oliveti e alle saline che costeggiano la laguna. Non ci sono rilievi significativi — il territorio raramente supera i 100 metri — ma la morfologia aperta consente ai venti dal Mediterraneo di attraversare le vigne senza ostacoli, modificando il microclima in modo costante.L'hinterland di Marsala si estende verso nord verso Trapani e verso est verso Alcamo, coprendo la zona occidentale della Sicilia in un continuum di colture miste dove la vite ha sempre condiviso lo spazio con il grano. La fascia costiera è piatta, con i vigneti più vicini al mare esposti all'umidità salina delle brezze; quelli più interni, a qualche chilometro dalla costa, trovano condizioni leggermente più secche e soleggiate.Geologia, suoli, climaLa piattaforma calcarea che forma l'altopiano dell'estremo ovest siciliano è la base geologica di tutto il comprensorio. I suoli sono calcareo-argillosi, compatti nelle zone più basse, più friabili e drenanti sui versanti lievemente inclinati verso il mare. La terra rossastra — il tipico suolo ferallittico della Sicilia occidentale ricco di ossidi di ferro — copre lo strato superficiale nelle zone più elevate; nelle pianure costiere l'argilla si mescola con sabbie e lievi depositi marini.Il clima è tra i più caldi e asciutti d'Italia: l'estate è praticamente priva di piogge da giugno ad agosto, con temperature che superano i 35-38 gradi nelle ore centrali. Lo scirocco da sud-est porta ondate di calore secco dall'Africa tra agosto e settembre, accelerando la maturazione nelle settimane prima della vendemmia. L'umidità marina delle brezze attutisce le punte più estreme, ma non raffresca: funziona piuttosto come moderatore notturno, rallentando il raffreddamento e mantenendo temperature miti anche di notte.StoriaLa viticoltura nell'area risale alle colonie fenicia e punica che dominarono la Sicilia occidentale prima della conquista romana: Mozia — sull'isola nello stagno di Marsala — era una città fenicia con produzione vinicola documentata. I Romani ereditano e ampliano la produzione. La dominazione araba dal IX all'XI secolo rallenta la produzione vinicola ma non la elimina; dopo la Reconquista normanna la vite riprende spazio.La storia moderna del Marsala parte dal 1796, quando il commerciante inglese John Woodhouse, sorpreso da una tempesta nel porto di Marsala, aggiunge acquavite al vino locale per stabilizzarlo per i lunghi viaggi in mare. Il prodotto ha successo, e il modello del vino liquoroso da Grillo, Catarratto e Inzolia con aggiunta di mosto concentrato e alcol diventa il sistema produttivo dominante per quasi due secoli, legando il nome di Marsala al vino da cucina nella percezione comune del Novecento.OggiLa reazione all'identificazione di Marsala con il vino da cucina ha spinto diversi produttori verso la valorizzazione dei vitigni locali come vini da tavola secchi. Il Grillo — incrocio naturale tra Catarratto e Zibibbo documentato nell'Ottocento — produce bianchi di buona struttura su questi suoli calcarei, con profilo che nulla ha a che fare con i vini liquorosi del passato; la buccia spessa resiste alle temperature estreme senza perdere freschezza.L'alberello trapanese — sistema di allevamento a ceppo basso senza sostegni, adattato all'aridità — sopravvive in molti vigneti della zona, compresi alcuni con viti di 50-60 anni su piede franco in suoli sabbiosi che la fillossera non ha toccato. Chi mantiene l'alberello lavora necessariamente a mano, e questa condizione strutturale ha favorito conversioni al biologico: la siccità estiva rende i trattamenti anticrittogamici quasi superflui da giugno in poi, e l'aria costante delle brezze marine asciuga le vigne rapidamente nelle fasi più a rischio in primavera.Lo Zibibbo — il Moscato di Alessandria — resiste in piccoli appezzamenti sulle zone costiere più calde, dove viene vinificato sia in versione secca sia in versione passita con appassimento delle uve su graticci al sole. Il Catarratto, varietà dominante per superficie in tutta la Sicilia occidentale, trova qui espressioni più marine e sapide rispetto all'interno dell'isola."

Italia

Marsala, Sicilia

Montagna di Reims, Champagne

"La Montagne de Reims non è una vera montagna: è un massiccio boschivo che si alza tra Reims a nord e Épernay a sud, con le vigne che scendono lungo i versanti perimetrali tra i 90 e i 250 metri di quota, attorno a una sommità coperta di boschi di querce e faggi che fa da barriera ai venti freddi. I vigneti si distribuiscono in un arco che circonda il plateau su tutti e quattro i lati, con esposizioni che variano da sud a nord in modo del tutto atipico per la viticoltura europea: i versanti settentrionali di Verzy, Verzenay e Ambonnay producono alcuni dei Pinot Noir più strutturati della Champagne, sfidando la logica dell'esposizione solare.La particolarità del versante nord si spiega con la morfologia: i boschi del plateau a ridosso trattengono il calore notturno e riducono le gelate primaverili, per cui i vigneti esposti a nord beneficiano di un microclima più stabile rispetto a quello che si potrebbe attendersi. I grandi Grand Crus della sponda settentrionale — Verzenay, Ambonnay, Bouzy — sono sui versanti nord, un'anomalia viticola che caratterizza questa zona rispetto a tutto il resto della Champagne.Geologia, suoli, climaSotto i versanti della Montagne de Reims scende il gesso cretaceo — la craie — formatosi circa 70 milioni di anni fa quando il Bacino parigino era un fondale marino. Questa roccia bianca, porosa e permeabile drena rapidamente l'acqua in eccesso ma la trattiene in profondità nelle sue microfessure, cedendola lentamente alle radici in estate. Le viti scendono spesso a 5-6 metri di profondità nella craie, dove trovano una riserva idrica stabile che le isola parzialmente dagli stress della siccità estiva.Sopra il gesso si stratificano livelli variabili di sabbia, argilla e marne che differenziano i suoli da versante a versante. I boschi del plateau agiscono come regolatori termici: rallentano il riscaldamento primaverile nei mesi critici e attenuano i geli autunnali, allungando il periodo utile per la maturazione. Il clima è continentale freddo: inverni lunghi, primavere instabili con rischio di gelate tardive, estati brevi ma calde, autunni soleggiati che spesso prolungano la stagione di maturazione fino a ottobre.StoriaReims era la città dell'incoronazione dei re di Francia — ben 26 sovrani furono incoronati nella sua cattedrale — e il vino champagne accompagnava questi riti dall'Alto Medioevo. L'abbazia di Saint-Remi e le strutture ecclesiastiche locali sviluppano i vigneti sulla Montagne de Reims tra il IX e il XII secolo. Nel XVIII secolo le grandi Maisons Champenoises si stabiliscono a Reims, usando i vigneti della Montagne come base per i loro cuvées di Pinot Noir.La tradizione del récoltant-manipulant — il vignaiolo che coltiva le sue uve e le vinifica autonomamente — si afferma nella Montagne de Reims nel corso del Novecento, sviluppando un tessuto di piccoli produttori in parallelo alle grandi Maisons. Il dopoguerra porta la meccanizzazione e la standardizzazione, con le Maisons che controllano la maggior parte della produzione ma i récoltants che mantengono la loro presenza in tutti i principali villaggi.OggiLa Montagne de Reims conta il maggior numero di Grand Crus della Champagne — 9 su 17 totali — concentrati sui versanti più precisi dove il gesso affiora più direttamente sotto pochi centimetri di suolo superficiale. Questa concentrazione ha attirato l'attenzione dei récoltants indipendenti che vogliono esprimere la specificità del loro village, in controtendenza rispetto all'assemblaggio intercomunale delle grandi Maisons.Il biologico e il biodinamico si sono diffusi soprattutto tra i piccoli récoltants dei villaggi del versante sud e ovest — Rilly-la-Montagne, Villedommange, Chamery — dove le parcelle più piccole e i versanti più inclini al lavoro manuale hanno facilitato le conversioni. La craie risponde bene alle pratiche biologiche: il substrato profondo e drenante riduce naturalmente la pressione delle malattie fungine nel suolo, e l'inerbimento tra i filari previene l'erosione dei suoli sabbiosi più sottili.Il Pinot Nero resta il vitigno dominante, coprendo quasi il 70% della superficie; il Meunier occupa le posizioni più basse e i suoli più argillosi, dove resiste meglio alle gelate primaverili. Il Chardonnay si concentra nei villaggi orientali di Trépail e Villers-Marmery, eccezione bianca in una zona dominata dal nero."

Francia

Montagna di Reims, Champagne

Montalcino, Toscana

"Il paese di Montalcino occupa un colle di 564 metri che emerge dalla Val d'Orcia come un bastione isolato, visibile a decine di chilometri di distanza nei pomeriggi limpidi. I vigneti si distribuiscono su tutti i versanti della collina e dei rilievi circostanti, scendendo dai 600 metri delle posizioni più alte fino ai 150-200 metri dei fondovalle dove si aprono le piane dell'Ombrone e dell'Orcia. Questa variazione di quota — quasi 450 metri di dislivello all'interno della stessa zona produttiva — crea condizioni climatiche molto diverse tra i vigneti settentrionali più freschi verso Camigliano e quelli meridionali più caldi verso Castelnuovo dell'Abate.Il massiccio del Monte Amiata a sud-est protegge il territorio dalle perturbazioni meridionali e agisce da punto di condensazione delle nuvole, per cui Montalcino riceve meno pioggia rispetto al Chianti classico pur essendo più a sud. Questa posizione privilegiata — riparata a est dall'Appennino, a sud dall'Amiata, aperta a nord verso la pianura — ha costruito un microclima che consente al Sangiovese Grosso di maturare completamente senza accumulare i livelli di calore tipici della Maremma.Geologia, suoli, climaLa geologia di Montalcino è quella dell'Appennino toscano meridionale. Il galestro — marne argillose grigio-azzurre che si sgretolano facilmente in scaglie quando vengono esposte all'aria — affiora sui versanti del versante nord e ovest, dove drena rapidamente e produce suoli sottili poveri di sostanza organica. L'alberese — calcare compatto e duro — caratterizza le zone più meridionali e i versanti più esposti al sole, creando suoli più pesanti che trattengono meglio l'umidità. Nelle zone di fondovalle e sui terrazzi fluviali dell'Ombrone i suoli si fanno più sabbiosi e profondi, con composizione alluvionale.Il clima è mediterraneo continentale, con la specificità di una siccità estiva più intensa rispetto alla media toscana per via dell'effetto schermante dell'Amiata. Le precipitazioni si concentrano in primavera e autunno; luglio e agosto sono quasi completamente asciutti, con temperature che raggiungono i 35 gradi nelle zone più basse. Le notti restano relativamente fresche anche in estate grazie all'altitudine del paese, creando escursioni termiche che rallentano la maturazione del Brunello e consentono di preservare acidità fino alla vendemmia di ottobre e novembre.StoriaLa viticoltura a Montalcino è documentata dall'epoca etrusca e romana: il territorio della Val d'Orcia faceva parte delle grandi proprietà agricole romane che rifornivano le città toscane. Nel Medioevo la Repubblica di Siena controlla Montalcino — l'ultimo baluardo senese cadde ai Medici nel 1559 — e il vino locale circola nelle rotte commerciali della città. La svolta moderna arriva nella seconda metà dell'Ottocento quando Clemente Santi prima, e poi il nipote Ferruccio Biondi-Santi, isolano la varietà Brunello — il Sangiovese Grosso locale — dai vecchi vigneti e la vinificano separatamente come vino di lungo affinamento.Il riconoscimento ufficiale come denominazione arriva nel 1980, con una delle prime DOCG italiane. Negli anni Ottanta e Novanta arriva un'ondata di investitori esterni — da altre regioni e dall'estero — che trasforma Montalcino da territorio di tradizione familiare a zona di interesse internazionale, portando capitali e tecnologie ma anche stili di vinificazione più interventisti che creano un dibattito sulla fedeltà al territorio.OggiMontalcino vive da vent'anni una tensione costruttiva tra chi produce il Brunello con lunghi affinamenti in botte grande di rovere slavone — seguendo il modello tradizionale che porta in commercio il vino non prima di cinque anni — e chi lavora con barrique e tonneaux su macerazioni più brevi. Questa tensione ha stimolato una riflessione più profonda sul territorio che ha spinto anche verso la viticoltura biologica e verso la valorizzazione delle differenze tra le aree geografiche aggiuntive — Castelnuovo dell'Abate, Camigliano, Villa a Tolli — che identificano zone con caratteristiche diverse all'interno del comprensorio.Il biologico ha avanzato progressivamente su tutti i versanti, agevolato dalla siccità estiva e dalla ventilazione costante che riduce la pressione fungina nei mesi critici. I versanti di galestro — friabili e ben drenanti — rispondono particolarmente bene all'inerbimento, che stabilizza il suolo contro l'erosione delle piogge primaverili e aumenta la biodiversità microbica nel profilo radicale.Diversi produttori hanno recuperato negli ultimi vent'anni vecchie selezioni massali di Brunello — materiale vegetale prelevato da vigne storiche del territorio anziché da cloni selezionati — piantando con queste selezioni su nuove parcelle o reinterpretando i vigneti più antichi. Il Rosso di Montalcino, il vino di seconda scelta che esce prima del Brunello, ha trovato interesse come prodotto più leggibile nell'immediato, con diversi produttori che lo curano con la stessa attenzione del vino di punta."

Italia

Montalcino, Toscana

Monti Lessini

"I Monti Lessini sono le prealpi che si alzano a nord di Verona verso il confine con il Trentino, un massiccio calcareo-vulcanico con i vigneti distribuiti sui versanti meridionali tra i 200 e i 700 metri di quota. La morfologia è quella del paesaggio prealpino: valli strette scavate dai torrenti, versanti scoscesi con esposizioni variabili, e alla sommità gli altipiani dove i boschi di faggi cedono il passo ai pascoli alpini. Verso il basso, a est, il sistema lessinico si fonde con la zona del Soave, dove le colline vulcaniche più basse continuano la stessa geologia fino alla pianura.La presenza vulcanica è ciò che distingue i Lessini dal resto dell'arco prealpino veneto. I basalti dell'Eocene — depositati circa 40-50 milioni di anni fa da eruzioni sottomarine — affiorano sui versanti come roccia scura e compatta, fiancheggiati da tufi e marne violacee che danno ai suoli una tonalità rossastra inconfondibile. Il comprensorio del Durello — il vitigno bianco a altissima acidità che qui trova la sua unica sede — si concentra sulle quote medie tra 300 e 600 metri, dove il basalto affiora più continuamente.Geologia, suoli, climaIl substrato vulcanico dei Lessini è un mosaico di basalti, tufi rosso-violacei e calcari attivi accumulati in fasi successive di attività eruttiva sottomarina. Il basalto — grigio-scuro quando fresco, brunato quando esposto all'aria — si decompone lentamente cedendo minerali e potassio, creando suoli poveri e drenanti che costringono le radici a scendere nelle fessure della roccia. I tufi sono più friabili e trattengono meglio l'umidità; le marne calcaree riempiono i fondovalle e le terrazze più basse.Il clima è sub-continentale prealpino: inverni freddi con neve fino a quote basse, estati calde nelle ore centrali ma sempre rinfrescate dalle correnti dalle Alpi nelle notti estive. Le escursioni termiche raggiungono i 15-20 gradi in agosto e settembre, rallentando la maturazione e preservando l'acidità naturale del Durello, varietà che su altri suoli e in altri climi risulterebbe intractabile per l'eccessiva acidità. Le precipitazioni prealpine — circa 900-1100 mm annui — si distribuiscono uniformemente, con picchi primaverili e autunnali.StoriaLa viticoltura sulle colline lessiniche è documentata dall'epoca romana: la via Postumia passava vicino a Verona e il vino della zona circolava su queste rotte. Nel Medioevo i Comuni veronesi regolano la produzione vinicola delle colline e il vino lessino rifornisce la città. Il Durello — la cui coltivazione era già diffusa sulle colline vulcaniche dell'entroterra — era consumato localmente quasi esclusivamente come vino da tavola allungato con acqua per l'acidità estrema.La trasformazione in spumante è avvenuta nel Novecento, quando le cantine della zona hanno sperimentato le fermentazioni secondarie su questo bianco ad alta acidità, scoprendo che il Durello produceva bollicine fini con persistenza lunga. La produzione rimane di nicchia per decenni, poco conosciuta fuori dalla provincia di Verona, mentre il Soave — la zona più bassa e famosa ai piedi dei Lessini — attira tutta l'attenzione internazionale. Il recupero del Durello come identità specifica è avvenuto soprattutto negli ultimi vent'anni.OggiI suoli basaltici e tufacei dei Lessini hanno trovato un'interazione diretta con il biologico: la porosità del basalto e il drenaggio rapido riducono i ristagni e abbassano la pressione della peronospora, per cui le conversioni richiedono meno trattamenti correttivi rispetto a zone con suoli pesanti e clima più umido. I versanti inclini escludono la meccanizzazione pesante, per cui il lavoro manuale è già la norma strutturale in molti appezzamenti.Il Durello viene lavorato sia in versione metodo Classico — con seconda fermentazione in bottiglia e affinamento sui lieviti per 24-36 mesi — sia come fermo o rifermentato in bottiglia con il metodo ancestrale. Nelle versioni senza sboccatura il lievito rimane in sospensione e l'acidità alta si integra con il carbonio in modo più vivace. Alcune aziende fermentano il Durello fermo in anfore di terracotta o in botti grandi, puntando sulla struttura che il basalto conferisce alla polpa.La Garganega — il vitigno del Soave — si coltiva anche sulle quote lessiniche, dove le altitudini maggiori producono bianchi con acidità più alta e struttura più sottile rispetto alle versioni di pianura. Il recupero di vecchie vigne di Garganega su basalto ha spinto diversi produttori verso la macerazione sulle bucce, che su questo substrato produce vini con mineralità diretta e tannini morbidi."

Italia

Monti Lessini

Moravia Sud

"La Moravia meridionale — Jihomoravský kraj — è il cuore della viticoltura ceca, concentrata nell'angolo sud-est della Repubblica Ceca, al confine con l'Austria a sud e la Slovacchia a est. I vigneti si distribuiscono su un sistema di colline che si alzano gradualmente dalla pianura del Danubio — Morava in ceco — verso i rilievi dei Carpazi bianchi a nord-est, con quote tra i 150 e i 400 metri. Il paesaggio è aperto e collinare, con crinali dolci e versanti soleggiati dove la vite convive con campi di grano e girasoli.Quattro sottozone strutturano il territorio. La Mikulovská a sud — intorno a Mikulov e al massiccio calcareo del Pálava — è la più calda e secca; la Velkopavlovická al centro produce su suoli argillosi fertili; la Slovácká a est, verso il confine slovacco, è la più calda dell'intera regione; la Znojemská a ovest, intorno a Znojmo, ha suoli più freschi su granito e gneiss che si avvicinano per carattere ai vini della vicina Bassa Austria.Geologia, suoli, climaLa geologia varia sensibilmente tra le sottozone. Intorno a Mikulov i calcari del Pálava — la catena di colline biancastre che si vede da lontano — creano suoli sottili e drenanti con forte componente calcarea; le radici devono scendere nelle fessure della roccia per trovare acqua in estate. Nella Velkopavlovická i suoli argillosi profondi trattengono l'umidità invernale e si riscaldano più lentamente in primavera. A ovest verso Znojmo affiorano il granito e lo gneiss del Massiccio Boemo, che danno suoli acidi e minerali dove il Sauvignon Blanc e il Riesling producono le loro versioni più tese.Il clima è continentale pannonico: le pianure della Pannonia a sud — il grande bacino ungherese — portano calore nelle estati e rinfrescano secco in autunno. Le precipitazioni sono basse — spesso sotto i 500 mm annui — concentrate in primavera e inizio estate, con autunni secchi e soleggiati che allungano la maturazione. Le gelate primaverili sono un rischio concreto; quelle autunnali tardive consentono in alcune annate la produzione di vini da uve botritizzate.StoriaI Romani portano la vite in Moravia lungo il limes danubiano nel I-II secolo d.C., con le prime attestazioni di viticoltura sistematica vicino alle ville rustiche della pianura. Nel Medioevo i re Premysl e poi la dinastia Lussemburgo sviluppano la viticoltura moravo come attività economica organizzata. L'imperatore Carlo IV — lo stesso che promuove la viticoltura in Boemia — emana nel XIV secolo decreti che regolano la produzione.L'era austro-ungarica lascia un'impronta profonda: la viticoltura moravo è culturalmente legata all'Austria, con varietà come il Welschriesling — chiamato localmente Ryzlink vlašský — e il Müller-Thurgau che coprono la maggior parte della superficie. La collettivizzazione socialista degli anni Cinquanta trasforma le proprietà individuali in grandi cooperative di stato; dopo il 1989 la privatizzazione riporta i vigneti nelle mani di piccoli produttori, avviando un processo di rivalutazione che si intensifica nel corso degli anni Duemila.OggiLa viticoltura moravo post-1989 ha lavorato su due fronti paralleli. Da un lato la riscoperta delle varietà autoctone: il Pálava — incrocio di Gewurztraminer e Müller-Thurgau sviluppato nel 1977 nell'istituto di Lednice — produce aromatici intensi che si adattano bene al clima continentale; il Welschriesling su suoli calcarei della Mikulovská esprime acidità marcata e struttura fine. Dall'altro lato l'interesse per i vini orange e le macerazioni sulle bucce, che qui hanno una tradizione slovacca e austriaca di riferimento vicinissima geograficamente.Il biologico ha avanzato soprattutto nella zona di Znojmo, dove il granito e le pendenze più marcate rendono il lavoro già prevalentemente manuale. La siccità della Mikulovská — con precipitazioni spesso sotto i 450 mm annui — riduce naturalmente la pressione fungina nella stagione secca, agevolando le conversioni senza stravolgere l'organizzazione del lavoro. Il Pálava e il Moravian Muscat — varietà resistenti alle gelate — trovano nei piccoli produttori biologici interpreti che ne valorizzano la specificità locale rispetto al circuito export."

Repubblica Ceca

Moravia Sud

Mosella, Germania

"La Mosella scende dalle Vosgi francesi attraverso il Lussemburgo e poi serpeggia per oltre 200 chilometri attraverso il Massiccio Renano prima di confluire nel Reno a Coblenza. I vigneti seguono le anse del fiume arrampicandosi su versanti che a tratti raggiungono inclinazioni di 60-70 gradi — tra le più ripide d'Europa viticola — dove la roccia affiora quasi nuda e ogni metro di suolo è stato strappato alla pietra con secoli di lavoro. Le vigne scendono fino al livello del fiume a meno di 100 metri e salgono fino a 350 metri di quota, con i versanti esposti a sud e sud-est che catturano il massimo dell'irraggiamento a questa latitudine settentrionale.Il fiume stesso è il secondo elemento del microclima: la sua superficie riflette la luce solare sui vigneti e accumula calore che rilascia nelle notti autunnali, ritardando le gelate e allungando la maturazione del Riesling. Le città principali — Trier, Bernkastel-Kues, Cochem — si dispongono lungo le anse del fiume, e i vigneti più rinomati portano nomi che identificano la posizione precisa: Wehlen, Brauneberg, Piesport, Ürzigen.Geologia, suoli, climaIl substrato della Mosella è quasi interamente scisto paleozoico — ardesia formata circa 400-450 milioni di anni fa durante la fase caledonica. La varietà degli scisti crea però profili diversi: l'ardesia blu — Blauschiefer — affiora sulle anse centrali intorno a Wehlen e Bernkastel, si frantuma in lastre sottili e si riscalda rapidamente sotto il sole di primavera; l'ardesia rossa — Rotschiefer — più ricca di ferro, caratterizza l'Ürziger Würzgarten e conferisce un profilo più caldo e speziato; l'ardesia grigia affiora lungo la Saar, il principale affluente, con suoli più sottili e vini più tesi.Il clima è continentale freddo — i vigneti della Mosella sono tra i più settentrionali d'Europa produttiva — ma il microclima delle anse protette dal vento e riscaldate dal fiume porta temperature medie estive di 2-3 gradi superiori alla pianura circostante. L'ardesia trattiene il calore del giorno e lo restituisce di notte, fungendo da accumulatore termico naturale. Le precipitazioni sono moderate — circa 700 mm annui — con primavere piovose e autunni spesso asciutti e soleggiati.StoriaI Romani fondano Augusta Treverorum — la moderna Trier — nel 15 a.C. come capitale della Gallia Belgica, e la viticoltura sulla Mosella parte da qui: i primi vigneti documentati in Germania sono su questi versanti. Il poeta latino Ausonio scrive nel 370 d.C. un poema dedicato al fiume Mosella dove descrive i vigneti sui versanti scoscesi con vocabolario preciso che permette di riconoscere la zona ancora oggi.Nel Medioevo le abbazie benedettine e cistercensi sviluppano i vigneti sistematicamente, con tecniche di terrazzamento che ammorbidiscono i pendii più impraticabili. Nel XVI secolo — secondo la cronaca — si usavano esplosivi per spezzare gli speroni di roccia e creare terrazzamenti sulle pareti verticali. Il Riesling si afferma come vitigno dominante nel XVIII-XIX secolo, sostituendo varietà più precoci meno adatte alla struttura acida del suolo. Il Novecento porta la crisi del dopoguerra e la concorrenza dei vini dolci da varietà incrociate; la riscoperta del Riesling secco mosellano avviene dagli anni Ottanta.OggiI pendii ripidissimi della Mosella sono il principale ostacolo alla produzione di massa e il principale argomento per chi lavora in biologico: su versanti a 60 gradi non passa nessun trattore, per cui ogni lavoro — vendemmia, potatura, trattamenti, raccolta della vegetazione — avviene a mano, spesso con sistemi di cavi e verricelli o direttamente a piedi. Questa condizione strutturale ha reso la Mosella una zona dove il lavoro manuale non è mai scomparso, e dove la transizione al biologico è meno un cambio di paradigma che un aggiustamento delle pratiche già esistenti.Il Riesling occupa quasi l'89% della superficie vitata della Mosella: su ardesia blu produce vini con un'acidità vibrante e una struttura lineare, con residuo zuccherino variabile tra secco e dolce a seconda dell'annata e della parcella. La tendenza degli ultimi vent'anni è verso il secco pieno — il trocken — che permette di leggere la mineralità dello scisto senza la mediazione del residuo dolce. Le vendemmie tardive — Spätlese, Auslese, Trockenbeerenauslese — restano le produzioni simbolo per le annate eccezionali.Diversi produttori stanno recuperando le viti su piede franco — sopravvissute alla fillossera in alcune parcelle di ardesia dove il parassita non riesce a muoversi nel suolo scistoso — e lavorano con lieviti indigeni e senza aggiunte esterne, riducendo i solfiti a livelli minimi. La Saar e la Ruwer — gli affluenti laterali — producono i Riesling più tesi e freschi dell'intera zona, su scisti grigio-chiari che cedono mineralità senza la struttura piena del versante centrale."

Germania

Mosella, Germania

Palatinato, Germania

"Il Palatinato — Pfalz in tedesco — è la seconda regione viticola della Germania per superficie, con quasi 23.000 ettari che si estendono da nord di Bad Dürkheim fino al confine con l'Alsazia, lungo il piede orientale della Foresta del Palatinato. A occidente il bosco di querce e pini forma una barriera naturale che trattiene le precipitazioni atlantiche; a oriente si apre la pianura del Reno, calda e soleggiata, dove il clima è tra i più miti della Germania settentrionale. I vigneti occupano la fascia pedemontana — tra i 100 e i 350 metri — con i versanti esposti a est e sud-est che guardano verso la pianura renana.Il comprensorio si divide in tre sezioni. Il Mittelhaardt — il cuore storico intorno a Forst, Deidesheim e Wachenheim — produce i Riesling di riferimento della zona, su suoli con intrusioni di basalto nero che il sole trasforma in serbatoi di calore. A nord il Nordliche Weinstrasse porta verso la viticoltura di massa; a sud la Südliche Weinstrasse si distende su paesaggio più variegato dove il Pinot Nero — Spätburgunder — ha trovato terreni adatti.Geologia, suoli, climaLa geologia del Palatinato è la più varia tra le grandi regioni viticole della Germania. A Forst una colata di basalto vulcanico — unica nel panorama renano — affiora in nero tra suoli altrimenti calcareo-argillosi, creando un microclima termico che rende questo vigneto eccezionalmente caldo rispetto alla media. Nei comuni vicini il substrato passa a arenarie e conglomerati, poi a argille loessiche nella zona pianeggiante verso il Reno. La Südliche Weinstrasse alterna calcari, marne e suoli sabbiosi su un paesaggio più dolce e irregolare.Il clima è il più caldo della Germania vinicola tradizionale, con temperature medie estive che permettono la coltivazione di varietà altrimenti impossibili a queste latitudini. La Foresta del Palatinato a ovest intercetta le perturbazioni atlantiche; a est la pianura renana porta calore nelle giornate anticiclonali. Le precipitazioni scendono sotto i 600 mm annui nelle zone più protette, creando condizioni di quasi-siccità estiva che riducono la pressione fungina e rendono le stagioni spesso regolari.StoriaI Romani fondano lungo il Reno le prime città renane — Speyer e Worms sono le più vicine al Palatinato — e la viticoltura accompagna la colonizzazione dal I-II secolo d.C.. Nel Medioevo le diocesi di Speyer e Worms, poi l'Arcivescovato di Mainz, controllano le terre migliori; i vigneti di Forst e Deidesheim appartengono per secoli a famiglie aristocratiche ecclesiastiche che tramandano la tradizione del Riesling su questi suoli.Nel XIX secolo i grandi vigneti del Mittelhaardt — come l'Ungeheuer e il Kirchenstück di Forst — erano quotati a prezzi elevati nei mercati europei, ricercati per la struttura del Riesling che i suoli di basalto e calcare di questa zona sapevano produrre. Il Novecento porta la meccanizzazione e la standardizzazione, con il crollo della reputazione nelle decadi centrali del secolo e la riscoperta della qualità a partire dagli anni Settanta-Ottanta.OggiIl Palatinato meridionale — la Südliche Weinstrasse — è diventato uno dei territori tedeschi più vivaci per la viticoltura biologica e naturale, in parte perché i prezzi della terra sono più accessibili rispetto al Mittelhaardt storico e in parte perché il clima mite consente di lavorare una gamma più ampia di varietà. Il Pinot Nero ha trovato qui interpreti capaci, su suoli misti calcareo-sabbiosi che ne producono versioni più leggere rispetto alla Borgogna.Il biologico si è diffuso su entrambe le sezioni, facilitato dal clima secco dell'estate — le settimane asciutte di luglio e agosto riducono drasticamente la pressione di peronospora e oidio — e dalla copertura della foresta a ovest che intercetta le piogge più intense. Gli impianti storici del Mittelhaardt conservano vecchie selezioni massali di Riesling che si stanno recuperando progressivamente: il ritorno al materiale pre-clonale porta strutture più sottili e mineralità più diretta rispetto ai cloni produttivi diffusi nel dopoguerra.Il Gewürztraminer, il Muskateller e varietà aromatiche che il clima caldo del Palatinato riesce a far maturare completamente si affiancano al Riesling, con produzioni in secco che evitano il residuo zuccherino dominante in passato. La tendenza ai vini secchi — trocken — si è consolidata negli ultimi vent'anni, con l'acidità naturale del Riesling su basalto e calcare che bilancia la struttura senza bisogno di zuccheri residui."

Germania

Palatinato, Germania

Penedès, Spagna

"Il Penedès si distende tra Barcellona e Tarragona nelle pianure e nelle colline della Catalogna, a cavallo tra la costa mediterranea e l'entroterra calcareo dove il terreno sale verso le Serralades Priorals. Il comprensorio si divide in tre fasce altitudinali distinte: il Baix Penedès — la zona costiera bassa tra i 50 e i 250 metri — è la più calda; il Penedès Mitja — le colline centrali intorno a Vilafranca del Penedès — sale fino a 500 metri; l'Alt Penedès porta le vigne fino a 800 metri di quota, dove il clima si fa più fresco e le maturazioni più lente. Tra questi tre piani si estendono i vigneti di una zona che è la principale area coltivata della Catalogna viticola.La vicinanza a Barcellona — distante meno di 50 chilometri da Vilafranca — ha segnato il destino commerciale del Penedès: mercato urbano enorme, industria spumantistica che parte da qui, export consolidato. La Strada del Vino e le cantine storiche dell'area hanno costruito un'industria del Cava che domina l'immagine esterna, mentre la viticoltura artigianale si sviluppa in parallelo su appezzamenti più piccoli.Geologia, suoli, climaIl substrato del Penedès è prevalentemente calcareo-argilloso nelle zone medie, con calcari compatti bianchi che affiorano sulle colline più esposte e argille rosse e pesanti nei fondovalle. L'Alt Penedès porta suoli più sabbiosi e meno profondi sulle sommità, dove l'erosione ha ridotto il profilo utile al minimo. Le zone costiere del Baix Penedès hanno depositi alluvionali più fertili e profondi, con sabbie e ghiaie vicino alle foci dei corsi d'acqua.Il clima è mediterraneo con gradazioni: caldo e asciutto nella fascia costiera, fresco con escursioni termiche marcate nelle zone alte dell'Alt Penedès. I venti da ovest scendono dai Pirenei attraverso le valli interne e portano freschezza nelle notti estive; il garbi — vento caldo da sud-ovest — porta umidità dal Mediteran e aumenta il rischio di funghi in primavera. Le precipitazioni oscillano tra i 400 e i 600 mm annui, con siccità estiva pronunciata nella fascia costiera.StoriaLe colonie greche e poi la dominazione romana trovano la vite già presente nel Penedès: le anfore vinarie di produzione locale si distribuiscono lungo le rotte commerciali mediterranee. Nel Medioevo le abbazie cistercensi — in particolare il monastero di Santes Creus — sviluppano la viticoltura sistematica nella zona. Con il XIX secolo la produzione si orienta verso la qualità delle varietà autoctone: il Xarel·lo, il Macabeo e la Parellada — la triade tradizionale del Penedès — vengono usati per le prime spumantizzazioni ispirate al Metodo Champenois.La nascita ufficiale del Cava come prodotto strutturato avviene nella seconda metà dell'Ottocento, con le prime cantine di San Sadurní d'Anoia che sviluppano il metodo di fermentazione in bottiglia. Il Novecento porta l'industrializzazione del Cava, che diventa uno dei vini spumanti più esportati al mondo per volume, con il rischio di schiacciare l'identità artigianale sotto la produzione di massa.OggiLa tensione tra il Cava di massa e la viticoltura artigianale ha prodotto una scissione: il Corpinnat — consorzio di produttori fondato nel 2019 — ha abbandonato il marchio Cava per creare un'etichetta di qualità che impone requisiti più stringenti su biologico, artigianalità e provenienza delle uve. Il Penedès è diventato, per un paradosso della sua storia industriale, uno dei territori spagnoli dove il biologico è più diffuso in termini percentuali.Il Xarel·lo — varietà autoctona verde-dorata con acidità naturale e struttura tannica sulle bucce — viene sempre più vinificato in purezza, sia come fermo sia con macerazione pellicolare, rivelando un profilo molto diverso dalla sua versione spumantizzata. Le vigne vecchie su calcare bianco producono uve con mineralità e tensione che reggono le macerazioni lunghe senza perdere freschezza.Il Sumoll — varietà rossa autoctona quasi sparita per decenni — è in recupero su parcelle di alta quota dell'Alt Penedès, dove le notti fresche consentono maturazioni lente che ne riducono l'amaro e valorizzano la struttura. La Garnatxa rossa e bianca copre le zone più calde del Baix Penedès, con produzioni che si orientano sempre più verso la sfacciata della macerazione sulle bucce. L'Alt Penedès — con le quote più elevate — è diventata la zona di riferimento per i produttori che cercano freschezza naturale senza tecnologia correttiva."

Spagna

Penedès, Spagna

Ragusano, Sicilia

"L'altopiano ibleo occupa l'angolo sud-orientale della Sicilia, un tavoliere calcareo che sale gradualmente dall'interno dell'isola fino ai 500-600 metri del suo punto più alto, per poi scendere bruscamente verso le coste dello Ionio e del Canale di Sicilia. I vigneti della provincia di Ragusa si distribuiscono su questo plateau aperto e ventoso, con la città di Ragusa e i centri di Vittoria, Comiso e Acate come punti di riferimento. Il paesaggio è quello dell'entroterra siciliano: carrubo, olivo, mandorlo e vite su un calcare biondo che la siccità estiva lascia quasi completamente nudo da luglio ad agosto.Il confine nord con le Colline Ragusane porta a quote più elevate dove il paesaggio si increspa; verso il mare — soprattutto verso Pozzallo e Marina di Ragusa a sud — il piano si abbassa e il clima si fa ancora più caldo e marino. La zona di Vittoria è il principale polo viticolo, dove i vigneti più antichi di Nero d'Avola e Frappato si alternano su suoli sabbiosi e argillosi.Geologia, suoli, climaIl substrato degli Iblei è tra i più antichi della Sicilia: calcari e calcari dolomitici mesozoici — datati tra i 200 e i 65 milioni di anni fa — formano la piattaforma su cui poggiano suoli sottili e sassosi. Il calcare affiora spesso in superficie, bianco-beige e friabile, mentre i fondovalle e le depressioni raccolgono argille rosse e suoli più profondi con maggiore ritenzione idrica. I vigneti di Vittoria sorgono principalmente su suoli sabbiosi — traccia degli antichi cordoni dunali — che drenano rapidamente e restano freschi nelle settimane più calde.Il clima è tra i più secchi d'Italia: meno di 500 mm annui di pioggia in molte zone, con estati lunghe e asciutte da maggio a ottobre e precipitazioni concentrate nei mesi invernali. Il vento da sud-ovest — caldo e secco in estate — asciuga i grappoli rapidamente dopo le rare precipitazioni. La temperatura media di luglio supera i 28-30 gradi nelle ore centrali, ma le notti — grazie all'altitudine dell'altopiano — scendono di 8-10 gradi, creando escursioni che preservano freschezza nelle uve fino alla vendemmia.StoriaLe colonie greche di Gela e Camarina — fondate tra il VII e il VI secolo a.C. sulla costa meridionale dell'altopiano ibleo — praticano la viticoltura sistematica su queste terre fin dall'antichità. Con Roma la produzione si intensifica e il vino ibleo circola sulle rotte commerciali mediterranee. La dominazione araba (827-1061) non interrompe del tutto la viticoltura — restano comunità cristiane che producono — ma la riduce significativamente. Dopo la Reconquista normanna la vite riprende spazio.Il Nero d'Avola — varietà rossa profonda e strutturata — si diffonde sull'altopiano ibleo come vitigno da taglio destinato alle grandi cantine settentrionali che ne cercano il colore intenso e la gradazione elevata. Il Frappato — più leggero, rosso rubino, con struttura sottile — copre le zone più fresche di Vittoria come vitigno locale da consumo immediato. Per decenni la produzione è anonima, senza identità autonoma di territorio.OggiIl recupero del Frappato come varietà di territorio — e non solo come complemento al Nero d'Avola nei blend — è stato il principale cambiamento qualitativo degli ultimi vent'anni nell'area ragusana. Vinificato in purezza con macerazioni brevi e fermentazioni a temperatura controllata, il Frappato produce vini leggeri, con profilo sottile e acidità alta per essere un vino siciliano. Su suoli sabbiosi e a quote medio-alte, questa leggerezza si accentua.La siccità strutturale dell'altopiano ibleo ha facilitato la diffusione del biologico: la pressione di peronospora è praticamente nulla da giugno a settembre, quando le settimane passano senza una goccia d'acqua. I trattamenti si concentrano sulle fasi primaverili più piovose, per cui il carico totale di prodotti diminuisce drasticamente rispetto alle zone più umide dell'Italia centro-settentrionale. L'alberello — sistema di allevamento a ceppo basso senza supporto, adattato alla siccità — sopravvive su molti vigneti storici e richiede lavoro interamente manuale.Il Nero d'Avola ha ritrovato interpreti che ne valorizzano la specifica del territorio ibleo — più minerale e verticale rispetto alle versioni di altre zone siciliane — con vinificazioni che puntano sulla freschezza invece che sulla concentrazione termica. L'Albanello bianco — varietà quasi scomparsa, documentata sugli Iblei per secoli — è in recupero su poche parcelle di viti anziane, con profilo aromatico delicato che rispecchia il calcare bianco su cui cresce."

Italia

Ragusano, Sicilia

Roero, Piemonte

"A nord del Tanaro, sulla riva opposta rispetto alle Langhe, il Roero sviluppa un paesaggio radicalmente diverso nonostante la distanza dal confine sia a tratti inferiore al chilometro. Le sabbie marine del Roero — più giovani e friabili rispetto alle marne compatte delle Langhe — si sono modellate nel tempo in una morfologia spettacolare: le Rocche del Roero, i canyon incisi dai corsi d'acqua affluenti del Tanaro, scavano calanchi verticali nella roccia sabbiosa, creando pareti che in alcune zone ricordano i badlands americani. I vigneti si arrampicano sui versanti fino ai 350-400 metri, con le creste più alte verso i comuni di Canale, Montà e Vezza d'Alba.La struttura geologica — sabbie e conglomerati marini — significa che le radici trovano poco suolo compatto e devono esplorare continuamente per trovare acqua e nutrienti. Questa povertà imposta produce viti che lavorano di più, e il risultato si legge nelle uve: un profilo spesso più delicato rispetto all'intensità delle Langhe, con il Nebbiolo che su queste sabbie esprime tannini più rotondi e fiori più nitidi, e l'Arneis che trova qui l'unico territorio in cui si esprime coerentemente.Geologia, suoli, climaI suoli del Roero sono il prodotto diretto del ritiro del mare miocenico: le sabbie finissime ricche di fossili marini — resti di molluschi, foraminiferi, coralli — affiorano praticamente ovunque, con una componente argillosa che aumenta scendendo in profondità. La sabbia si sgretola facilmente, per cui l'erosione è un problema costante sui versanti più ripidi: le piogge primaverili scavano piccoli solchi che le vigne fissano con le radici. Nelle Rocche il suolo scompare del tutto sulle pareti verticali, esponendo la roccia sabbiosa a nudo.Il clima è continentale padano come nelle vicine Langhe, ma le sabbie — scure quando bagnate, chiare quando asciutte — si riscaldano più rapidamente in primavera e si raffrescano prima la sera, creando un microclima leggermente più caldo nelle ore centrali e più fresco di notte. Le nebbie del Tanaro entrano nel Roero dalle valli più basse; le creste restano più spesso al sole. Le precipitazioni sono simili alle Langhe — circa 700-800 mm annui — con la siccità estiva che abbassa il rischio fungino da luglio in poi.StoriaIl Roero ha storicamente convissuto nell'ombra delle Langhe: il Nebbiolo cresceva anche su queste sabbie ma non aveva la struttura dei Barolo o dei Barbaresco, e la produzione restava a uso locale. L'Arneis era per secoli un vitigno di complemento — piantato tra i filari di Nebbiolo per ammorbidirne l'acidità nel blend o per attirare gli uccelli con le sue bacche dolci prima della vendemmia — finché non sparì quasi del tutto con la modernizzazione degli anni Cinquanta e Sessanta che ne sradicò i vecchi impianti.Il recupero dell'Arneis comincia alla fine degli anni Settanta da pochi produttori che reimpiantano la varietà dalle vecchie vigne superstiti, scoprendo che su sabbie marine il vitigno esprime un profilo aromatico molto preciso — fiori bianchi, erbe fresche, agrumi — con acidità naturale che lo rende vinificabile in modo interessante. Da allora l'Arneis è diventato il bianco di riferimento del Piemonte settentrionale, portando il Roero fuori dall'anonimato.OggiLa morfologia erosiva del Roero — con i versanti sabbiosi che smottano facilmente e le Rocche che rendono impossibile qualsiasi meccanizzazione pesante — ha facilitato un approccio alla viticoltura già strutturalmente attento. Chi coltiva sulle pareti più ripide delle Rocche lavora a mano per necessità, e la conversione al biologico non richiede grandi cambi organizzativi rispetto a chi usa già lavoro manuale come norma.Le sabbie marine hanno una proprietà che il biologico valorizza: la loro tessitura porosa e il pH leggermente acido favoriscono una microbiologia del suolo più ricca rispetto alle marne compatte delle Langhe. L'inerbimento spontaneo stabilizza i versanti sabbiosi e riduce l'erosione dopo le piogge primaverili, portando materia organica in suoli che ne sono naturalmente poveri. Diversi produttori lavorano con compost di proprio produzione per arricchire gradualmente il profilo biologico.L'Arneis viene oggi vinificato in diverse interpretazioni: in acciaio inox con conservazione delle fruttosità e degli aromi floreali, oppure con breve affinamento in legno usato o in anfora, che aggiunge struttura senza coprire il profilo sabbiosa-minerale del vitigno. Alcuni produttori tentano la macerazione sulle bucce — pratica che nell'Arneis riduce gli ossidativi naturali e aumenta la struttura — con risultati che portano il vitigno verso un profilo completamente diverso dalla sua versione classica."

Italia

Roero, Piemonte

Sannio, Campania

"Il Sannio occupa la parte interna della Campania, nella provincia di Benevento, dove le colline dell'Appennino meridionale formano un sistema irregolare di valli e crinali tra i 200 e gli 800 metri di quota. Il Taburno-Camposauro è il massiccio calcareo più imponente, con i suoi versanti che guardano verso la pianura campana a sud-ovest; a nord il confine con il Molise segna il passaggio alle colline argillose più aperte. Il Calore e i suoi affluenti attraversano la zona creando vallate che scendono verso il Sannio beneventano, e i vigneti si distribuiscono sui versanti argillosi e calcarei di tutto questo sistema collinare.La provincia di Benevento è la prima della Campania per superficie vitata — circa la metà della regione — con un ampelografico di varietà autoctone tra i più ricchi del sud Italia. Il Sannio storico era il territorio dei popoli Sanniti, una confederazione di tribù montanare che resistette a Roma per decenni; questa origine montana e interna ha plasmato una viticoltura di collina che non ha mai sviluppato le caratteristiche dei vini di pianura campana.Geologia, suoli, climaIl substrato del Sannio beneventano è eterogeneo come tutta la geologia appenninica. Il massiccio del Taburno è calcareo — roccia compatta che affiora bianca sui versanti più esposti e crea suoli sottili e drenanti; i versanti meridionali del Taburno, rivolti verso la piana di Benevento, hanno suoli più argillosi che scendono verso la pianura. Nell'area nord del Sannio, verso il confine molisano, affiorano argille e marne appenniniche compatte, con suoli più pesanti e profondi.Il clima è appenninico interno: più continentale rispetto alla costa campana, con inverni freddi, nevosi in quota, ed estati calde ma meno afose rispetto alla pianura. Le precipitazioni — tra i 700 e i 1000 mm annui — sono superiori alla media meridionale e si concentrano in inverno e primavera; le stagioni asciutte estive sono meno severe che in Sicilia o in Puglia. Le brezze dai valichi appenninici portano freschezza nelle notti estive, creando escursioni termiche che rallentano la maturazione dei vitigni tardivi come l'Aglianico.StoriaIl vino Falerno dell'antichità — il più celebrato dai poeti latini — è attribuito alla zona a nordovest del Sannio, sui versanti del Monte Massico al confine con il Lazio; ma è tutta la Campania interna, incluso il Sannio, a produrre vino sistematicamente dall'epoca sannita e romana. La confederazione sannitica coltiva la vite sui versanti montani prima ancora della romanizzazione, come testimoniano i ritrovamenti di dolia vinarie nei siti arcaici beneventani.Nel Medioevo i monaci benedettini — con l'abbazia di Montecassino come centro di influenza e quella di San Vincenzo al Volturno come presidio locale — mantengono i vigneti in una zona altrimenti sconvolta dalle invasioni longobarde e saracene. Il Novecento porta la cooperazione vinicola e la produzione di massa orientata all'export di vino sfuso verso le grandi cantine settentrionali. La riscoperta della Falanghina come varietà identitaria del Sannio avviene dagli anni Ottanta, quando alcuni produttori iniziano a vinificarla in purezza invece di usarla nei blend.OggiIl Sannio ha trovato nella Falanghina il suo vitigno di riferimento: coltivata principalmente nella zona del Taburno su suoli calcarei, produce un bianco con acidità marcata e struttura fine che si distingue dal biotipo flegreo della stessa varietà per un profilo più minerale e meno aromatico. La Falanghina del Sannio su calcare del Taburno esprime una verticalità che la versione di pianura campana non raggiunge.L'Aglianico sull'area del Taburno — suoli calcarei e argillosi a quote tra i 300 e i 600 metri — produce vini di struttura tannica considerevole, con maturazioni che si protraggono fino a novembre per lo spessore della buccia. La siccità relativa dell'estate sannita favorisce la concentrazione naturale delle uve senza ricorrere a diradamenti aggressivi. Il biologico si è diffuso su entrambi i versanti del comprensorio, agevolato dalla quota e dall'altitudine che riducono la pressione delle malattie funginee nelle settimane più calde.Il patrimonio di varietà autoctone quasi dimenticate — Coda di Volpe, Greco del Sannio, Sciascinoso, Agostinella — è in recupero da parte di piccoli produttori che cercano l'identità più profonda del territorio. Questo recupero passa attraverso impianti misti di varietà diverse, dove il concetto di singola varietà lascia spazio a vigne policrome che producono blend come si faceva prima che la monoviticoltura razionale li sostituisse. Il Piedirosso — varietà rossa leggera, con profilo floreale e acidità alta — viene valorizzato sempre più come alternativa all'Aglianico nelle annate più calde."

Italia

Sannio, Campania

Somlo

"Il Somló emerge dalla pianura della Transdanubia come un cono isolato di basalto vulcanico, visibile a decine di chilometri di distanza nel paesaggio piatto ungherese a nord-ovest di Veszprém. Questa collina solitaria sale fino a 432 metri di quota da una pianura che raramente supera i 150 metri, creando un microclima autonomo dove i vigneti scendono su tutti i versanti tra i 150 e i 400 metri su basalto e tufo vulcanico. La superficie vitata è piccola — circa 500 ettari — ma la concentrazione di vini con carattere eccezionale rispetto alla dimensione ha reso il Somló un territorio di riferimento per chi cerca l'identità geologica più diretta nella viticoltura ungherese.La collina è un antico vulcano estinto di origine neogenica, risalente a circa 5-7 milioni di anni fa. Non ci sono altri rilievi di questo tipo nelle immediate vicinanze: il Somló si erge solitario tra le colline dolci del Bakony a est e la pianura transdanubiana a ovest, per cui il flusso d'aria intorno alla collina è diverso da qualsiasi altro microclima ungherese. I vigneti più ambiti si trovano sui versanti settentrionali e orientali, dove il basalto è più compatto e la pendenza più ripida.Geologia, suoli, climaIl basalto del Somló è la roccia madre di tutto il sistema: basalto colonnare — solidificato lentamente in colonne verticali — affiora sulle pareti più ripide della collina, drenando rapidamente e cedendo minerali con parsimonia alle viti che vi crescono sopra. Sopra il basalto si depositano strati di tufo vulcanico — più friabile e poroso — e di loess eolico trasportato dal vento. Questa stratificazione crea suoli con carattere diverso a seconda della profondità: la componente basaltica domina nelle radici più profonde, il tufo e il loess caratterizzano lo strato superficiale dove la maggior parte della biologia del suolo si svolge.Il clima è continentale pannonico con influenza del microclima collinare: la collina crea il proprio sistema di circolazione dell'aria, con brezze ascendenti di giorno e discendenti la notte che differenziano il Somló dalla pianura circostante. Le inversioni termiche autunnali portano nebbia nella pianura mentre la cima resta soleggiata, allungando il ciclo vegetativo. Le precipitazioni — circa 600 mm annui — sono moderate per l'Ungheria, con autunni spesso secchi e soleggiati che favoriscono la concentrazione delle uve.StoriaIl Somló godeva di una fama straordinaria nell'Europa medievale e moderna: il suo vino — prodotto principalmente da Juhfark, letteralmente "coda di pecora" per la forma del grappolo — era considerato dotato di proprietà medicinali e afrodisiache. La tradizione voleva che le nobildonne della corte degli Asburgo bevessero vino di Somló prima delle notti di nozze per garantire la nascita di un erede maschio; questa leggenda, probabilmente apocrifo ma costante nella documentazione storica, testimonia la reputazione straordinaria di questo piccolo vigneto.Il regime socialista collettivizza anche il Somló negli anni Cinquanta, ma la piccola superficie e la difficoltà del lavoro manuale su basalto hanno limitato l'industrializzazione rispetto ad altre zone ungheresi. Dopo il 1989 la restituzione delle terre ai vecchi proprietari porta una generazione di piccoli produttori che riscopre le vecchie varietà — soprattutto il Juhfark — e le tecniche di vinificazione tradizionali. Il Somló è diventato negli anni Duemila uno dei territori ungheresi più citati nel circuito del vino naturale internazionale.OggiIl Juhfark — varietà autoctona del Somló, quasi sparita durante il socialismo che preferiva le varietà internazionali produttive — è il simbolo del recupero identitario della collina. Su basalto e tufo produce un bianco con acidità elevatissima, struttura robusta e una mineralità che ricorda lo scisto molto più del suolo calcareo. Le maturazioni sono lente — il Juhfark ha la buccia spessa e la struttura densa — e le vinificazioni tradizionali su questa varietà usano spesso botti di legno antico per affinamenti di anni.Il basalto del Somló ha una proprietà che i produttori biologici valorizzano: la sua lenta decomposizione crea un suolo povero ma mineralmente ricco, che non risponde bene alle concimazioni chimiche ma si presta bene all'inerbimento spontaneo e alle lavorazioni minime. Le vigne di Hárslevelű e Furmint — varietà che si coltivano anche sul Somló accanto al Juhfark — producono bianchi con struttura molto diversa dalle loro versioni tokaiane, più austeri e meno aromatici, con la firma minerale del basalto dominante sul fruttato.Diversi produttori lavorano con anfore interrate o con kvevri georgiani per le macerazioni estese del Juhfark, tecnica che aggiunge tannini pellicolare a un vino già strutturato e riduce l'ossidazione naturale senza solfiti aggiuntivi. La piccola scala del Somló — le singole cantine producono spesso poche migliaia di bottiglie — rende queste sperimentazioni tecnicamente possibili senza investimenti industriali."

Ungheria

Somlo

Südburgenland, Austria

"Il Südburgenland è la porzione più meridionale del Burgenland austriaco, un territorio stretto tra le ultime propaggini delle Alpi stiriane a ovest e le prime pianure pannoniche a est, con la città di Güssing come centro principale e i vigneti concentrati sui versanti dell'Eisenberg — letteralmente "Monte del Ferro" — e nelle valli dei comuni di Deutsch Schützen e Rechnitz. La zona è piccola — poco meno di 500 ettari vitati — e isolata: distante dai grandi circuiti del Burgenland settentrionale, dove il Neusiedlersee e le sue rive famose dominano l'immagine vinicola austriaca. Proprio questa marginalità ha preservato una viticoltura di piccola scala che fatica a mantenere i produttori sul territorio ma che ha anche schivato l'industrializzazione che ha segnato altre zone.L'Eisenberg — la collina di ferro — emerge con una pendenza relativamente ripida dalla pianura a est, con i vigneti distribuiti su versanti esposti a sud-est tra i 300 e i 480 metri. Il nome viene dai suoli rosso-ferruginosi che caratterizzano la parte centrale della collina, dove le argille sono cariche di ossidi di ferro al punto da colorare la terra di un rosso-arancio inconfondibile.Geologia, suoli, climaLa geologia del Südburgenland è quella della zona di transizione tra il Massiccio cristallino austriaco e il Bacino pannonica. I suoli dell'Eisenberg sono le argille ferruginose rosse — ricche di ossidi di ferro e manganese depositati in un antico ambiente paludoso — che danno al Blaufränkisch la caratteristica mineralità ferrosa che lo distingue dalle versioni di Neusiedlersee e Mittelburgenland. Scendendo verso est, i suoli passano a argille loessiche meno caratterizzate; sui versanti occidentali più alti affiorano elementi granitici e gneissici del Massiccio cristallino che portano acidità minerale aggiuntiva.Il clima è continentale con doppia influenza: le Alpi stiriane a ovest portano precipitazioni più abbondanti rispetto al Burgenland settentrionale — circa 700-800 mm annui — con i rischi di peronospora che aumentano rispetto alle zone più aride del Neusiedlersee. La pianura pannonica a est porta calore nelle estati; le autunni sono soleggiati e secchi, con un'esposizione ottimale nelle settimane di maturazione finale del Blaufränkisch che vendemmia tardi, spesso in ottobre inoltrato.StoriaIl Südburgenland è stato parte del Regno d'Ungheria fino al 1921, quando il Trattato di Trianon lo trasferisce all'Austria insieme a quasi tutto il Burgenland. La tradizione viticola preesistente è ungherese — con varietà come il Blaufränkisch (Kékfrankos in ungherese) già radicata sulle colline ferruginose — e viene assorbita dalla nuova realtà austriaca senza grandi rotture. I piccoli produttori familiari mantengono la continuità vitata attraverso il ventesimo secolo; la collettivizzazione socialista non raggiunge il Südburgenland, rimasto austriaco.Il riconoscimento dell'Eisenberg DAC — denominazione di origine controllata per il Blaufränkisch dell'Eisenberg — avviene nel 2010, dando visibilità a una zona che produceva da secoli vini di carattere senza avere un'etichetta che ne segnalasse la specificità. Questa denominazione ha attirato attenzione e ha spinto alcuni produttori giovani a tornare su vigneti abbandonati o sottoutilizzati.OggiIl Blaufränkisch dell'Eisenberg ha un profilo diverso da quello di qualsiasi altra zona austriaca: le argille ferruginose cedono un tannino più secco e minerale rispetto alle versioni più morbide e fruttate di Mittelburgenland, con una struttura che regge lunghi affinamenti in botte grande. I produttori più attenti usano botti slavone da 500 litri o più grandi, lasciando che il legno ammorbidisca i tannini senza aromatizzare il vino; i vinificatori più tradizionali usano ancora le grandi botti di rovere austriaco delle Alpi stiriane.Il biologico ha avanzato su quasi tutti i vigneti dell'Eisenberg nell'ultimo decennio, complice la piccola scala — la maggior parte dei produttori coltiva tra i 2 e i 10 ettari — che rende le conversioni logisticamente semplici. L'argilla ferruginosa drena bene nelle stagioni normali ma si impermeabilizza nelle piogge intense, per cui l'inerbimento è fondamentale per prevenire l'erosione dei versanti più inclini e migliorare la struttura del suolo nel lungo periodo.Il Welschriesling e il Neuburger — varietà bianche storiche del Südburgenland — producono bianchi meno noti ma caratterizzati, con il Neuburger che su suoli argillosi sviluppa una struttura corposa e una mineralità che ricorda il profilo dei rossi prodotti sullo stesso terreno. La piccola scala del territorio, la lontananza dai circuiti turistici e i prezzi ancora accessibili rendono il Südburgenland uno dei segreti meglio custoditi dell'Austria vinicola."

Austria

Südburgenland, Austria

Terra delle Gravine, Puglia

"Le gravine sono canyon calcarei che incidono verticalmente l'altopiano della Murgia tarantine, spaccature profonde fino a 100-150 metri scavate dall'erosione nei millenni nella roccia calcarea, con pareti verticali dove le chiese rupestri bizantine sono ancora leggibili tra le cavità. Il Parco Naturale Regionale Terra delle Gravine comprende quattordici comuni nella provincia di Taranto — tra cui Laterza, Ginosa, Castellaneta, Mottola, Massafra e Martina Franca — in un territorio dove i vigneti si alternano alle macchie di gariga, agli uliveti e alle querce da sughero su un altopiano che oscilla tra i 200 e i 450 metri di quota.Il paesaggio non ha la monotonia piatta spesso associata alla Puglia delle pianure: le gravine creano dislivelli improvvisi, microclimi diversi tra il fondo valle ombreggiato e l'altopiano esposto, e versanti con orientazioni variabili che producono condizioni diverse a pochi metri di distanza. I vigneti storici si trovano spesso sulle terrazze calcaree sopra le gravine, dove il drenaggio è rapido e la luce riflessa dalle pareti bianche delle rocce aumenta l'irraggiamento.Geologia, suoli, climaIl substrato dell'altopiano è calcare cretaceo — roccia bianca e compatta depositata 65-100 milioni di anni fa — che affiora direttamente sulle pareti delle gravine e sotto pochi centimetri di suolo rossastro sulle terrazze. I suoli superficiali sono argillo-calcari rossastri, ricchi di ossidi di ferro, con componente fine che trattiene l'umidità invernale ma si asciuga rapidamente in estate. Nelle zone di fondovalle vicino ai torrenti stagionali i suoli si fanno più profondi e fertili, con depositi alluvionali che portano sabbie e materiale più vario.Il clima è mediterraneo interno: più caldo e secco della costa ionica a sud ma con escursioni termiche più marcate grazie all'altitudine. Le precipitazioni scendono sotto i 500 mm annui e si concentrano in inverno; l'estate è lunga e asciutta, con il vento greco da sud-est che porta calore e riduce ulteriormente l'umidità. Le notti estive si rinfrescano di 8-12 gradi rispetto al giorno, creando condizioni favorevoli alla conservazione dell'acidità nelle uve delle zone più alte verso Martina Franca.StoriaLe gravine sono abitate fin dal Paleolitico: le cavità nelle pareti calcaree hanno ospitato insediamenti umani continui dalla preistoria all'epoca medievale. Le chiese rupestri bizantine — decorate con affreschi e scavate nella roccia tra il VI e il XIII secolo — testimoniano la presenza di comunità monastiche che praticavano anche la viticoltura sulle terrazze sopra le gravine. La dominazione normanna e poi angioina struttura il territorio in feudi e masserie, con la vite come coltura sistematica accanto all'olivo e al grano.Il Primitivo — identificato geneticamente come Tribidrag croato — si diffonde nell'area tarantina nel corso del Settecento e Ottocento, quando viene impiantato massicciamente sui calcari delle Murgie come varietà da taglio ad alta gradazione. Per decenni la produzione è anonima, orientata all'export sfuso verso le cantine settentrionali. La crisi del vino da taglio negli anni Ottanta-Novanta spinge i produttori locali verso la qualificazione del territorio.OggiLa Terra delle Gravine ha trovato nel Primitivo e nell'Aleatico i suoi vitigni di riferimento, con interpretazioni che puntano sulla freschezza relativa dell'altopiano invece che sulla concentrazione termica della pianura ionica. Il Primitivo coltivato sulle terrazze calcaree delle Gravine a 300-400 metri — dove le notti sono più fresche rispetto alla pianura — conserva acidità e vivacità che nelle versioni di pianura si perdono nel calore.L'Aleatico — varietà rossa a bacca aromatica, moscata — trova nelle gravine tarantine un territorio dove la siccità estiva concentra gli aromi senza che il calore li bruci: su calcare bianco e argilla rossa produce rossi leggeri e profumati con struttura sottile molto diversa dall'Aleatico dell'Elba. Diverse cantine hanno avviato la vinificazione in versione secca, abbandonando il dolce passito tradizionale per leggere la varietà in modo più fresco.La siccità strutturale dell'altopiano — le settimane senza pioggia si succedono da maggio a settembre — ha facilitato la diffusione del biologico: la pressione fungina è praticamente nulla nelle stagioni più asciutte. L'alberello pugliese sopravvive su molti vigneti storici delle gravine, dove la meccanizzazione non arriva nei terreni sassosi e sulle terrazze strette. Questi vigneti — con viti che hanno spesso 50-70 anni — sono il patrimonio più prezioso della zona, e la loro gestione richiede lavoro manuale continuativo che esclude qualsiasi approccio industriale."

Italia

Terra delle Gravine, Puglia

Tokaj

"La regione di Tokaj-Hegyalja occupa l'angolo nord-orientale dell'Ungheria, dove le ultime propaggini dei Carpazi settentrionali scendono verso la pianura pannonica e i fiumi Bodrog e Tisza confluiscono in un punto che ha determinato per secoli la fama di questo piccolo territorio. I vigneti si distribuiscono su 27 villaggi classificati, con i versanti esposti a sud-est tra i 100 e i 400 metri di quota; la collina del Tokaj — da cui prende nome l'intera zona — si alza su 514 metri al centro del comprensorio come punto di riferimento visivo dell'intera pianura.La particolarità geografica di Tokaj è la confluenza dei fiumi: il Bodrog e il Tisza — entrambi lenti e ampi — creano nelle mattine autunnali una nebbia umida che sale sui versanti, innescando lo sviluppo della Botrytis cinerea — la muffa nobile — sulle uve di Furmint e Hárslevelű. Il pomeriggio il sole asciuga le nebbie e ferma la muffa prima che degeneri in marciume. Questa alternanza — umidità mattutina, calore pomeridiano — è la condizione che rende possibile la produzione dell'Aszú, il vino botritizzato che ha reso Tokaj famoso in tutta Europa per quattro secoli.Geologia, suoli, climaIl substrato di Tokaj è vulcanico: riolite, andésite e trachite si depositano sulle colline durante l'attività vulcanica del Miocene, formando un basamento duro che condiziona la mineralità delle uve in modo diretto. Sopra la roccia vulcanica si stratificano loess eolico — il sedimento fine e giallastro trasportato dal vento dalla pianura pannonica — e argille di diversa composizione a seconda dell'altitudine e dell'esposizione. I suoli più ricchi di argilla tratengono l'umidità e producono Furmint più strutturato; i suoli loessici più leggeri danno vini più fini e aromatici.Il clima è continentale pannonico con l'influenza fondamentale del microclima fluviale. La pianura pannonica porta calore nelle estati; le mattine autunnali sono umide per le nebbie dei fiumi; i pomeriggi rimangono soleggiati fino a fine ottobre. Le precipitazioni — circa 550 mm annui — sono moderate; la siccità relativa dell'estate preserva l'acidità del Furmint. La nebbia autunnale è l'elemento chiave: senza di essa la botrytis non si sviluppa, e le grandi annate di Aszú dipendono da questo microclima fluviale più di qualsiasi altro fattore.StoriaLa prima vendemmia di uve botritizzate documentata a Tokaj risale al 1650, attribuita al cappellano della famiglia Rákóczi che avrebbe inventato il metodo di raccolta dei singoli acini botritizzati. L'Aszú diventa rapidamente il vino dei re: Luigi XIV lo chiama "il vino dei re e il re dei vini"; Pietro il Grande di Russia ne importa quantità regolari dalla Tracia; Francesco I d'Austria lo serve alle cerimonie di corte di Vienna. Nel 1730 il re di Polonia fa classificare i vigneti tokaiani in tre categorie, in uno dei primi sistemi di classificazione del suolo della storia vinicola europea.Il regime socialista porta la collettivizzazione degli anni Cinquanta e la standardizzazione della produzione sotto la cooperativa di stato. La qualità crolla; il nome Tokaj sopravvive come marchio ma la reputazione storica si erode. Dopo il 1989 la zona viene riscoperta da investitori occidentali che acquistano i vigneti migliori e portano capitali e tecnologia; il processo ricostruisce la qualità ma crea tensioni tra il modello produttivo internazionale e la tradizione artigianale locale.OggiTokaj vive una doppia trasformazione parallela. Da un lato il recupero dell'Aszú come prodotto di vertice, con i produttori artigianali che selezionano i grappoli bacca per bacca sui vigneti classificati — i dűlő — e vinificano separatamente le parcelle migliori. Dall'altro la riscoperta del Furmint secco come vino da territorio: varietà con acidità elevatissima e struttura robusta, che su suoli vulcanici produce bianchi di straordinaria mineralità e capacità di invecchiamento, senza la complessità ossidata dell'Aszú.Il biologico si è diffuso progressivamente soprattutto tra i piccoli produttori che gestiscono parcelle sui versanti vulcanici — dove il drenaggio rapido del riolite e dell'andésite riduce la pressione della peronospora rispetto ai fondi valle argillosi — e che lavorano già a mano per necessità di selezione degli acini botritizzati. La fermentazione con lieviti indigeni è tornata a essere la norma per chi vuole esprimere il profilo minerale del suolo senza coprirlo con gli aromi dei lieviti selezionati.Diversi produttori stanno recuperando le varietà minori della zona — il Kövérszőlő, il Kabar, la Furmint a grappolo grosso — che erano state abbandonate durante il socialismo a favore delle varietà più produttive. Queste varietà arricchiscono la biodiversità del comprensorio e producono blend complessi che rispecchiano la diversità storica di Tokaj prima dell'era industriale."

Ungheria

Tokaj

Val d'Arda, Piacentino

"La Val d'Arda è la valle del torrente Arda, affluente di destra del Po, che scende dall'Appennino piacentino verso la pianura padana attraversando i comuni di Vernasca, Lugagnano Val d'Arda, Gropparello, Castell'Arquato, Carpaneto e Alseno. Le colline si alzano tra i 200 e i 500 metri di quota, con vigneti distribuiti sui versanti esposti a sud e sud-ovest in un paesaggio che alterna boschi di querce e robinie a campi di frumento e vite. Castell'Arquato — la cittadina medievale sulla rupe che domina la valley — è il centro storico e il simbolo visivo della zona.Il comprensorio è parte dei più ampi Colli Piacentini, che dividono la produzione tra le valli parallele del Trebbia, dell'Arda e del Nure. La Val d'Arda ha un carattere specifico: la composizione varietale — con la Malvasia di Candia Aromatica come protagonista, affiancata dall'Ortrugo, dal Trebbiano Romagnolo e dal Moscato Bianco — crea una palette di bianchi aromatici e frizzanti che hanno definito l'identità piacentina per secoli. Il Monterosso Val d'Arda è la denominazione storica riconosciuta nel 1974.Geologia, suoli, climaLa geologia dei Colli Piacentini è quella dell'Appennino padano settentrionale: un mosaico di formazioni sedimentarie marine riaffiorate con il sollevamento alpino, con argille, marne, sabbie e arenarie che si alternano sui versanti con composizioni diverse da collina a collina. Nella Val d'Arda le argille dominano nei versanti medio-bassi, con suoli pesanti e profondi che trattengono l'umidità invernale; le arenarie affiorano sulle sommità, dove i suoli sono più sottili e drenanti. La diversità geologica è il dato che ha spinto diversi produttori a vinificare le stesse varietà da suoli diversi, scoprendo profili molto differenti.Il clima è continentale padano con influenza appenninica: gli inverni sono freddi con nebbie frequenti in pianura, le estati calde e afose, con un'umidità relativa alta che facilita le malattie fungine in primavera. Le brezze dall'Appennino a sud asciugano le vigne nelle notti estive. Le precipitazioni — circa 700-800 mm annui — si distribuiscono abbastanza regolarmente con il picco primaverile; l'autunno è normalmente mite e soleggiato, favorendo la maturazione lenta della Malvasia aromatica.StoriaI Romani impiantano vigneti sistematici nella zona piacentina lungo la Via Emilia, che passava per la pianura sotto le colline dell'Arda. Nel Medioevo le abbazie dell'Ordine Benedettino e poi i Cistercensi gestiscono le proprietà collinari; il monastero di Chiaravalle della Colomba — fondato nel 1135 a pochi chilometri dalla Val d'Arda — mantiene vigneti documentati su queste colline per secoli. La corte dei Farnese — che governa il Ducato di Parma e Piacenza dal 1545 — fa circolare il vino piacentino nelle rotte commerciali europee.La tradizione del vino frizzante — o della rifermentazione in bottiglia — è in queste colline antecedente al Champagne: la Malvasia aromatica, con i suoi zuccheri residui naturali, completava la fermentazione in bottiglia producendo bollicine spontanee che i contadini piacentini consumavano nella versione dolce e aromatica. Questa pratica empirica si formalizza con le denominazioni del Novecento.OggiIl recupero dell'identità aromatica della Val d'Arda passa attraverso la Malvasia di Candia Aromatica — varietà diffusa esclusivamente nei Colli Piacentini — che produce bianchi con profilo inconfondibile: fiori d'arancio, bergamotto, scorze di agrumi, una struttura fresca che si esprime sia in versione ferma sia in rifermentazione naturale. Il metodo ancestrale — con la rifermentazione in bottiglia senza sboccatura e il lievito in sospensione — ha trovato in questa zona una tradizione autentica che non è stata importata dall'esterno ma riscoperta dall'interno.Il biologico si è diffuso progressivamente dalla fine degli anni Novanta, con un'accelerazione nell'ultimo decennio. La morfologia collinare e la presenza di aziende di piccole dimensioni hanno agevolato le conversioni: chi gestisce meno di dieci ettari su versanti misti non ha mai avuto bisogno di meccanizzazione pesante, e il passaggio al biologico richiede principalmente l'eliminazione della chimica di sintesi più che una riorganizzazione logistica completa.L'Ortrugo — vitigno bianco autoctono del Piacentino quasi sconosciuto fuori dalla zona — è in recupero come prodotto identitario in purezza: acidità alta, profilo neutro e fresco, struttura leggera che si esprime bene nei blend con la Malvasia o come frizzante autonomo. Diversi produttori fanno l'Ortrugo in versione ferma con affinamento breve in acciaio, scoprendo che la sua neutralità è in realtà una mineralità tenue che si apprezza nel tempo."

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Val d'Arda, Piacentino

Val di Vara, Liguria

"La Val di Vara incide l'entroterra ligure di levante, scendendo dai crinali dell'Appennino verso La Spezia attraverso un paesaggio di boschi, pascoli e borghi arroccati che non ha nulla della costa. Il Vara — torrente che dà il nome alla valle — scorre da nord a sud raccogliendo i tributari delle valli laterali, e i vigneti si distribuiscono sui versanti tra i 200 e i 600 metri di quota, su terreni ripidi dove la meccanizzazione è quasi sempre impossibile. Varese Ligure, Sesta Godano, Brugnato e Borghetto di Vara sono i comuni principali di questa zona che la Liguria stessa spesso dimentica nell'immagine di riviera e turismo costiero.La Val di Vara è conosciuta come la "Valle del Biologico" — un marchio collettivo che raggruppa produttori biologici di diverse colture — per ragioni strutturali: l'isolamento geografico, la povertà storica della zona che non ha mai potuto permettersi input chimici costosi, e la morfologia impervia che ha mantenuto pratiche colturali tradizionali attraverso il Novecento. I vigneti che sopravvivono in questa valle sono quasi tutti piccoli, spesso a conduzione familiare, con viti che in alcuni casi risalgono ai reimpianti post-fillossera.Geologia, suoli, climaIl substrato della Val di Vara è quello tipico dell'Appennino ligure: un mosaico di argilloscisti, arenarie e ofioliti — le rocce verdi (serpentino, diaspro, gabbro) che affiorano in tutta la catena appenninica e caratterizzano i suoli con una composizione mineralogica insolita. Le ofioliti — rare a livello mondiale ma abbondanti sull'Appennino ligure — cedono magnesio e ferro in quantità che influenzano direttamente il profilo minerale delle uve; i suoli su serpentino e diaspro sono poveri, a reazione leggermente acida, con drenaggio rapido.Il clima è appenninico-mediterraneo: la presenza dell'Appennino blocca una parte dell'umidità marina e porta precipitazioni abbondanti — fino a 1200-1500 mm annui nelle zone più interne — con primavere piovose e autunni variabili. Le estati sono meno calde rispetto alla costa, con le brezze che scendono dall'Appennino nelle notti estive. Questa piovosità relativamente alta aumenta la pressione fungina rispetto alla Liguria di ponente, per cui il biologico richiede una gestione della canopy più attenta.StoriaLa Val di Vara è stata per secoli un territorio di transito e di confine: i sentieri che collegano la costa ligure con l'Emilia e la Toscana passavano per queste valli, e i borghi collinari fungevano da stazioni lungo le vie di pellegrinaggio verso Roma e verso Santiago. I vigneti esistono documentati dall'epoca medievale sui versanti più soleggiati, con il vino prodotto quasi esclusivamente per l'uso locale e per la vendita ai viaggiatori. La filossera della fine dell'Ottocento distrugge gran parte delle vecchie vigne, e il reimpianto del Novecento utilizza varietà diverse rispetto al passato, con il Ciliegiolo che si afferma come rosso principale.L'esodo rurale degli anni Cinquanta-Sessanta svuota i borghi e abbandona molti vigneti sui versanti più difficili da lavorare. La riscoperta della valle come territorio agricolo di qualità avviene solo dagli anni Novanta, con il progetto Valle del Biologico che aggrega produttori di diverse colture e crea un'identità commerciale per la zona.OggiIl Ciliegiolo è il vitigno rosso di riferimento della Val di Vara: varietà probabilmente d'origine toscana, introdotta nel Novecento, che su questi suoli appenninici di argilloscisto e ofiolite sviluppa un profilo diverso rispetto alle versioni toscane — più fresco, con acidità più marcata, meno caldo e speziato. Le rese basse sui versanti ripidi concentrano i profumi floreali che caratterizzano la varietà, con note di ciliegia e fiori di campo che l'altitudine e il fresco notturno preservano fino alla vendemmia.Il biologico ha trovato in questa valle un terreno già preparato: la piccola scala delle coltivazioni, l'impossibilità della meccanizzazione e la storia della zona come territorio povero che non aveva mai usato chimica di sintesi in modo sistematico hanno reso la certificazione biologica una formalizzazione di pratiche già esistenti, più che un cambiamento di rotta. Le ofioliti — i suoli verdi di serpentino — imponono alle viti un lavoro radicale intenso e producono uve con mineralità diretta che si trasferisce nei vini, una firma che pochi altri territori italiani possono vantare.Il Vermentino bianco — presente anche in questa zona come in tutta la Liguria di levante — trova qui versioni più austere e meno aromatiche rispetto alla costa, con la struttura petrosa del substrato che attutisce la componente fruttata e accentua la mineralità. La viticoltura della Val di Vara non produce quantità significative — l'isolamento geografico limita strutturalmente la superficie — ma chi la conosce cerca vini che portino direttamente la firma di un paesaggio appenninico radicale."

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Val di Vara, Liguria

Valais, Svizzera

"Il Vallese — Valais in francese, Wallis in tedesco — è il più grande cantone viticolo della Svizzera, inciso nel cuore delle Alpi occidentali dalla valle del Rodano che lo percorre per oltre 100 chilometri da Briga verso il Lago Lemano. La specificità di questo territorio è la sua posizione tra due catene montuose tra le più alte d'Europa — le Alpi Bernesi a nord e le Alpi Pennine a sud — che creano un effetto foehn che trasforma il Vallese nel cantone più secco della Svizzera: alcune stazioni meteorologiche registrano meno di 500 mm annui di pioggia, meno di molte zone mediterranee. I vigneti sfruttano questo paradosso alpino su versanti che salgono fino a 1100 metri di quota, tra i più alti d'Europa viticola.La morfologia delle vigne vallesane è spettacolare: terrazzamenti stretti su pareti inclinate a volte oltre i 50-60 gradi, con muretti a secco che ritmano il paesaggio dei versanti esposti a sud. La città di Sion — capoluogo del cantone — è il centro dell'attività vinicola, con i versanti delle colline di Salquenen, Vétroz e Conthey tra i più pregiati della zona.Geologia, suoli, climaLa geologia del Vallese è straordinariamente varia perché il Rodano attraversa in sequenza formazioni rocciose di epoche diverse. A est, verso Briga, le rocce cristalline — gneiss, graniti, scisti micacei — delle radici alpine coprono i versanti; procedendo verso ovest appaiono i calcari mesozoici e le marne, con suoli più profondi e fertili. In mezzo a queste formazioni si inseriscono depositi glaciali — morene, argille glaciali — lasciati dal ritiro del ghiacciaio del Rodano dopo l'ultima glaciazione.Il clima è il dato caratterizzante: la siccità alpina del Vallese ha portato storicamente all'irrigazione sistematica dei vigneti tramite i bisses — canali d'acqua irrigua medievali ancora parzialmente in uso. Le temperature estive sono calde, protette dai venti dalle pareti alpine; le notti fresche anche in luglio e agosto per l'altitudine garantiscono escursioni termiche di 15-20 gradi che preservano acidità e finezza nelle uve. Il föhn da sud porta ondate di calore secco che accelerano la maturazione nelle ultime settimane.StoriaIl Vallese è vinicolo dall'era romana: i trovamenti di dolia e anfore sui siti di Sion e Martigny testimoniano la produzione già nel I-II secolo d.C. Nel Medioevo il vescovo di Sion controlla la maggior parte delle terre e dei vigneti del cantone; i monasteri benedettini e agostiniani gestiscono le parcelle migliori sui versanti meridionali. La tradizione dei bisses — i canali d'irrigazione che portano l'acqua dai ghiacciai ai vigneti attraverso i versanti — risale al XIII-XIV secolo e rappresenta una delle soluzioni tecniche più raffinate della viticoltura alpina premoderna.Il XX secolo porta la crisi dell'uva da taglio e la standardizzazione; ma anche la riscoperta delle varietà indigene che stavano scomparendo. Negli anni Ottanta una campagna coordinata di recupero salva dal'estinzione il Cornalin, l'Humagne Rouge, la Petite Arvine e la Rèze, rimettendo in circolazione varietà che erano rimaste in pochi filari di contadini alpini.OggiLa Petite Arvine è diventata il vitigno bianco simbolo del Vallese: acidità elevatissima, struttura corporosa, profilo che mescola agrumi, note saline e mineralità calcarea in un bianco capace di invecchiare per decenni. Su suoli di gneiss e scisto micaceo la varietà esprime il meglio, con radici che scendono nelle fessure della roccia e estraggono minerali diretti. Il Cornalin — rosso autoctono a bacca nera — produce su quarzo e argille glaciali vini con profilo scuro e speziato, con tannini fini che sulle parcelle migliori reggono l'affinamento in legno grande.Il biologico e il biodinamico si sono diffusi sui versanti vallesani soprattutto grazie alla siccità strutturale: la pressione fungina bassa per quasi tutto il ciclo vegetativo — con la piovisite concentrata in primavera — permette di ridurre drasticamente i trattamenti senza compromettere le uve. I terrazzamenti — che per definizione richiedono lavoro manuale — rendono la conversione al biologico organizzativamente già compatibile con chi lavora a mano.Il recupero della Rèze — varietà bianca quasi estinta — ha prodotto uno dei casi di conservazione più emblematici: vecchie botti di Vin de Glacier conservate in Val d'Anniviers per decenni, con vino millésimé che si accumulava anno dopo anno nell'affinamento in quota, testimoniano una tradizione conservativa unica nella storia enologica alpina. Questa tradizione attira oggi produttori naturali che cercano nella Rèze vecchissima un profilo ossidativo controllato con character alpino irripetibile."

Valais, Svizzera

Valdarno, Toscana

"Il Valdarno — la valle dell'Arno tra Firenze e Arezzo — è uno dei territori viticoli toscani con la storia documentata più lunga: fu incluso nel bando del 1716 del Granduca Cosimo III come una delle prime quattro zone di produzione vinicola toscane a essere definite per legge, in quello che la storia del diritto agrario considera il primo esempio embrionale di denominazione d'origine. Il Valdarno Superiore — la parte alta della valle, verso Arezzo — scende da est verso ovest tra i Monti del Chianti a sud e il Pratomagno a nord, con i vigneti distribuiti sui versanti tra i 200 e i 500 metri di quota.Il fondovalle dell'Arno è pianeggiante e alluvionale, storicamente poco vocato alla viticoltura; i vigneti interessanti si trovano sui versanti collinari che salgono dai due lati della vallata. A sud i pendii del Chianti Classico sfiorano il Valdarno; a nord i versanti del Pratomagno — più freschi e con suoli più sabbiosi — offrono condizioni diverse. San Giovanni Valdarno, Terranuova Bracciolini, Laterina e i comuni circostanti sono i centri principali dell'area vitata.Geologia, suoli, climaLa geologia del Valdarno superiore è quella del bacino lacustre pliocenico del Valdarno antico: milioni di anni fa qui c'era un lago — il Lago del Valdarno — i cui sedimenti si sono accumulati e poi erosi dall'Arno fino alla morfologia attuale. Le colline ai lati della vallata portano suoli diversi: a sud, verso il Chianti, il galestro — la marna friabile toscana — alternato con alberese calcareo compatto; a nord, verso il Pratomagno, emergono arenarie e conglomerati più sabbiosi con suoli meno strutturati ma drenanti. Nel fondovalle alluvioni di sabbia e ghiaia testimoniano il regime torrentizio dell'Arno.Il clima è continentale-mediterraneo con la specificità di un corridoio di vento: l'Arno canalizza le correnti da ovest — con l'aria umida dal Tirreno — e da est — con aria più secca e fresca dall'Appennino. Le escursioni termiche sono marcate, soprattutto in settembre-ottobre, quando le notti scendono di 15-18 gradi rispetto al mezzogiorno; questo rallentamento finale della maturazione è essenziale per il Sangiovese, che ha bisogno di tempo per riassorbire i tannini verdi.StoriaIl Catasto Fiorentino del 1427 — una delle prime statistiche fiscali complete della storia europea — include già valutazioni di qualità sui vini prodotti nel Valdarno, segno che la zona era riconoscibile commercialmente già nel XV secolo. Il bando del 1716 di Cosimo III identifica il "Val d'Arno di Sopra" come una delle quattro aree di qualità da proteggere, in un documento che anticipa di secoli il concetto moderno di denominazione controllata. Nel XIX secolo la riforma agricola toscana porta il sistema della mezzadria anche nel Valdarno, con i contadini che lavorano i vigneti in cambio della metà del raccolto per i proprietari fiorentini.Il Novecento porta la meccanizzazione e la standardizzazione; la mezzadria crolla negli anni Sessanta con l'esodo verso le fabbriche, e molti vigneti del Valdarno vengono abbandonati sui versanti più difficili. Il recupero moderno è relativamente recente — più tardo rispetto al Chianti Classico o a Montalcino — con la DOC Valdarno di Sopra riconosciuta formalmente nei primi anni Duemila.OggiIl Valdarno si trova in una posizione di cerniera interessante: abbastanza vicino al Chianti Classico da condividere alcune caratteristiche del Sangiovese toscano, ma abbastanza lontano da sviluppare un profilo autonomo. Il Sangiovese del Valdarno — su galestro e alberese dei versanti meridionali — ha tannini più morbidi rispetto al Chianti Classico di quota e un profilo fruttato leggermente più caldo, ma conserva acidità grazie alle notti fresche autunnali.Il biologico e il biodinamico si sono affermati su diverse aziende del Valdarno nell'ultimo ventennio, a partire da produzioni che puntavano già sulla qualità artigianale. I versanti di galestro — il suolo che drena più rapidamente nella tradizione toscana — rispondono bene all'inerbimento spontaneo: le erbe consolidano la marna friabile dopo le piogge primaverili e aumentano la biodiversità del profilo radicale. La Malvasia Nera — varietà rossa aromatica storica del Valdarno — è in recupero su vecchi impianti misti, con fermenti che ne valorizzano il profilo speziato accanto al Sangiovese.La vicinanza a Firenze e ad Arezzo ha portato nel Valdarno anche alcune aziende nuove, attirati dalla possibilità di produrre vino di territorio a prezzi ancora accessibili rispetto al Chianti Classico. Questa nuova generazione ha introdotto pratiche biologiche come standard di partenza, costruendo su varietà autoctone — oltre al Sangiovese, il Colorino e il Canaiolo — una nuova lettura del territorio che punta sulla freschezza piuttosto che sull'estrazione."

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Valdarno, Toscana

Valle di Comino, Lazio

"La Valle di Comino occupa l'alta Valle del Liri nella parte meridionale del Lazio, nella provincia di Frosinone, incuneata tra i massicci calcarei del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise a nord-est e i Monti Aurunci a sud-ovest. I centri principali — Sora, Arpino, Atina, Casalattico — si distribuiscono su una pianura alluvionale e sui versanti che salgono verso i rilievi appenninici, con i vigneti tra i 300 e i 700 metri di quota. La valle è una delle zone più isolate del Lazio viticolo: lontana dalla costa e dai circuiti turistici, con un'economia storica basata sull'agricoltura di sussistenza che ha preservato biodiversità ampelografica inattesa.Il territorio produce vino da secoli con varietà locali quasi sconosciute fuori dalla zona: il Maturano bianco — varietà quasi estinta recuperata da pochi produttori — e il Cesanese di Affile nella versione locale sono tra le scoperte più recenti. La valle non ha denominazioni di rilievo commerciale — la DOC Atina esiste ma è poco diffusa fuori dalla zona — ma ha attirato nell'ultimo decennio l'attenzione del circuito del vino naturale italiano per la biodiversità autoctona e per la vitalità degli impianti storici ancora produttivi.Geologia, suoli, climaLa geologia della Valle di Comino è quella dell'Appennino calcareo meridionale: i massicci che circondano la valle sono calcare cretaceo-eocenico, compatto e bianco, che affiora sulle pareti delle montagne. Nella pianura e sui versanti bassi i suoli sono alluvionali — portati dal Liri e dai suoi affluenti — con argille, sabbie e ghiaie di composizione mista. Sui versanti più alti, verso le quote dei boschi, i suoli si fanno più sottili e sassosi, con il calcare che affiora direttamente sotto pochi centimetri di terra rossastra.Il clima è continentale appenninico, più rigido rispetto alla costa laziale per via dell'altitudine e dell'isolamento dalla mitigazione marina. Gli inverni sono freddi — la neve cade regolarmente dai 400 metri in su — le estati calde ma mai torridi, con le brezze dai valichi appenninici che raffreddano le serate. Le precipitazioni — circa 800-1000 mm annui — si distribuiscono in primavera e autunno; l'estate è relativamente asciutta. Le gelate primaverili sono un rischio reale: la valle è stretta e aperta verso nord, per cui l'aria fredda scende dai rilievi appenninici nelle notti di maggio.StoriaLa Valle di Comino ha una storia viticola documentata dall'epoca romano-sannita: l'area era al confine tra la Campania romana e il territorio sannita, e la produzione vinicola sulle colline calcari è attestata da ritrovamenti di dolia nelle ville rustiche della zona. Arpino — patria di Cicerone e Caio Mario — era in questa valle, e la viticoltura faceva parte del paesaggio agrario della zona fin dall'antichità.Nel Medioevo le abbazie benedettine del Lazio meridionale — in particolare quella di Montecassino, visibile nelle giornate limpide dai versanti alti della valle — gestiscono vigneti e oliveti su questi rilievi. Il sistema della mezzadria mantiene i vigneti attivi attraverso il Novecento; la crisi dell'emigrazione verso le fabbriche del nord abbandona molte parcelle difficili, ma la mancanza di meccanizzazione adeguata su questi terreni collinari ha paradossalmente preservato le vecchie viti che non valeva la pena estirpare.OggiIl recupero delle varietà autoctone della Valle di Comino è avvenuto quasi per caso: produttori che lavoravano vigneti vecchi con viti di 50-80 anni hanno trovato varietà non identificate nei database nazionali, poi catalogate come Maturano, Lecinaro e altre varietà locali di cui si era persa la memoria nominale. Questo patrimonio genetico sopravvissuto nell'isolamento è diventato il principale argomento di interesse per il circuito del vino artigianale.Il Maturano — bianco a buccia spessa, con acidità naturale alta e struttura robusta — produce vini che reggono la macerazione sulle bucce senza perdere la freschezza, e diversi produttori lo vinificano in versione orange con affinamento in legno antico o in anfora. La siccità relativa dell'estate — con luglio e agosto asciutti — riduce la pressione fungina, agevolando chi ha scelto il biologico come approccio.La morfologia della valle — con i versanti calcarei che richiedono lavoro manuale sui terrazzamenti antichi — ha già selezionato nel tempo i produttori che volevano lavorare in modo intensivo su piccole superfici. Questa selezione naturale ha portato a una comunità di piccoli vignaioli che si riconoscono nel vino di territorio come strumento di resistenza economica e identitaria, in una delle zone del Lazio meno battute dai circuiti commerciali tradizionali."

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Valle di Comino, Lazio

Valsamoggia, Emilia-Romagna

"La Valsamoggia è il comune più giovane della provincia di Bologna, nato nel 2014 dalla fusione di cinque comuni sui Colli Bolognesi — Bazzano, Castello di Serravalle, Crespellano, Monteveglio e Savignano sul Panaro — ma la viticoltura su queste colline ha radici che risalgono almeno al Medioevo. I versanti dei Colli Bolognesi si alzano dolcemente dalla pianura padana verso gli Appennini tosco-emiliani, con i vigneti distribuiti tra i 100 e i 400 metri di quota su colline argillose e marnose dove boschi di querce e filari di vite si alternano in un paesaggio ordinato e produttivo.Il nome Pignoletto — la varietà bianca identitaria di questa zona — viene dalla località di Pignoletto nel vecchio comune di Monteveglio, ora nel territorio di Valsamoggia: un dettaglio geografico che trasforma un vitigno in un luogo, ancorandolo a questi versanti argillose-marnosi con una specificità che le denominazioni generiche emiliane non potrebbero trasmettere. Il Colli Bolognesi Classico Pignoletto DOCG — riconosciuto nel 2010 — identifica proprio questa zona come cuore storico della produzione.Geologia, suoli, climaI Colli Bolognesi di Valsamoggia sono figli dell'Appennino padano settentrionale: alternanze di argille, marne e arenarie riaffiorate con il sollevamento appenninico, con suoli pesanti e profondi nei fondovalle e suoli più sottili e drenanti sulle sommità delle colline. Le argille dominano nei versanti bassi — rendendo il lavoro pesante dopo le piogge primaverili — mentre le marne calcaree affiorano sulle creste, dove il drenaggio è più rapido e i suoli più strutturati. La composizione argillosa trattiene l'umidità invernale ma drena relativamente bene in estate, per cui la siccità estiva emiliana non crea stress idrico estremo.Il clima è continentale padano: inverni freddi con nebbie frequenti in pianura, estati calde e afose con umidità alta. Le brezze dall'Appennino asciugano le serate estive sui colli e riducono la pressione fungina nelle ore notturne; le precipitazioni — circa 700-800 mm annui — si concentrano in primavera e autunno. L'escursione termica autunnale tra i 10 e i 15 gradi favorisce la maturazione lenta del Pignoletto, che su questi suoli argillosi ha bisogno di tutto settembre per completare il ciclo senza perdere l'acidità naturale.StoriaIl Pignoletto — geneticamente identificato come Grechetto Gentile — è documentato sulle colline bolognesi già nel XVII secolo: cronache dell'epoca riportano la sua coltivazione sui versanti tra Bologna e Modena come vino locale di consumo. La tradizione della rifermentazione — con le bollicine spontanee che produceva nella versione frizzante da bere fresca — era pratica corrente nei cascinali della zona molto prima che la spumantistica industriale la formalizzasse. Il vino dei Colli Bolognesi circolava nei mercati della pianura padana rifornendo le trattorie emiliane con il bianco frizzante da accompagnare ai salumi.La modernizzazione del Novecento porta la coltivazione intensiva e le cooperative, con il Pignoletto usato prevalentemente nella versione frizzante dolce da consumo di massa. Il recupero della qualità comincia dagli anni Ottanta-Novanta con piccoli produttori che sperimentano versioni ferme e versioni con affinamento più lungo, scoprendo che il Pignoletto — su suoli argillosi ben lavorati — regge strutture più complesse.OggiIl Pignoletto di Valsamoggia è oggi disponibile in un ampio spettro di stili. Nella versione frizzante rifermentato in bottiglia — il metodo ancestrale senza sboccatura — esprime bollicine fini con torbidità da lievito e un profilo citrico-erbaceo diretto che richiama la tradizione contadina della zona. Nella versione ferma in acciaio o con breve legno, mostra struttura e acidità da territorio con un profilo che ricorda il Verdicchio marchigiano più che il Pinot Grigio veneto.Il biologico ha avanzato progressivamente nell'area di Valsamoggia nell'ultimo decennio, agevolato dalla piccola scala delle aziende — spesso sotto i 5 ettari — e dalla morfologia collinare che rende la meccanizzazione pesante impraticabile sui versanti più inclini. Le argille dei Colli Bolognesi rispondono bene all'inerbimento spontaneo, che stabilizza il suolo dopo le piogge primaverili intensive e aumenta la biodiversità del suolo progressivamente.Il recupero della Barbera bolognese — varietà rossa che affianca il Pignoletto su queste colline — ha portato versioni diverse dalla Barbera piemontese: più morbida, con acidità leggermente attenuata dall'argilla che tempera l'aggressività della varietà. Vinificata con lieviti indigeni e senza correzioni in cantina, la Barbera di Valsamoggia produce rossi di grande bevibilità che si abbinano naturalmente alla cucina bolognese."

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Valsamoggia, Emilia-Romagna

Valtellina, Lombardia

"La Valtellina è la valle alpina incisa dal fiume Adda da est verso ovest, dal confine svizzero del Passo del Maloja fino al Lago di Como, nella provincia di Sondrio. I vigneti si concentrano sul versante settentrionale della valley — ovvero quello che guarda a sud essendo il pendio delle Alpi Retiche che scende verso il fondovalle — tra i 300 e i 700 metri di quota, su terrazzamenti sostenuti da muretti a secco in pietra che i valtellinesi chiamano ronchi. Il versante opposto — quello che guarda a nord — è quasi completamente boscato e ombreggiato, sterile per la vite; tutta la produzione si concentra sul fianco soleggiato della catena retica.Cinque denominazioni geografiche strutturano il territorio del Valtellina Superiore DOCG: da ovest a est, Sassella, Grumello, Inferno, Valgella e Maroggia. Ognuna ha composizione geologica e microclima leggermente diversi, con il Sassella — il più occidentale — caratterizzato da gneiss e graniti su versanti molto ripidi, e il Valgella più a est con suoli misti e maggiore varietà di substrato. Le differenze tra le subzone si leggono nei vini con il tempo, dopo l'affinamento che il Nebbiolo valtellinese richiede.Geologia, suoli, climaLa geologia della Valtellina è quella delle Alpi Retiche cristalline: gneiss, scisti micacei, quartziti e graniti formano il substrato duro su cui i terrazzamenti sono stati costruiti nei secoli. Il suolo vero e proprio è sottilissimo — pochi centimetri di terra formata dall'alterazione della roccia — e le radici devono penetrare nelle fessure della roccia per trovare acqua e nutrienti. Questa povertà impone al Chiavennasca — il clone locale di Nebbiolo — un lavoro radicale intenso che si traduce in uve con concentrazione minerale elevata rispetto alle versioni pianeggianti dello stesso vitigno.Il clima è alpino di versante: le Retiche proteggono la valley dalle perturbazioni settentrionali, la parete di roccia grigia accumula il calore del giorno e lo rilascia di notte sui vigneti, e il fondovalle dell'Adda funge da canale di circolazione dell'aria calda nei mesi estivi. Le estati sono calde — temperature di 30-32 gradi nei pomeriggi di luglio — ma le notti scendono rapidamente sotto i 15 gradi grazie all'altitudine. L'autunno è tipicamente soleggiato e asciutto, essenziale per la maturazione tardiva del Chiavennasca.StoriaLa storia della Chiavennasca in Valtellina risale all'epoca carolingia: documenti del IX-X secolo attestano la viticoltura sui terrazzamenti valtellinesi, con i monasteri benedettini come gestori principali. Nel Medioevo la Valtellina era soggetta a Grigioni svizzeri — il dominio retico — che controllavano i commerci e la produzione del vino, esportandolo verso la Confederazione Elvetica attraverso i valichi alpini. Il vino di Valtellina circolava sui mercati di Zurigo e Basilea come uno dei pochi vini alpini di qualità riconosciuta.Il XIX e XX secolo portano il declino: l'emigrazione verso le pianure lombarde svuota i ronchi di manodopera, i terrazzamenti abbandonati crollano e la superficie vitata si riduce drasticamente. La riscoperta del Valtellina Superiore come zona di eccellenza avviene dagli anni Settanta-Ottanta, con produttori che ricostruiscono i muretti a secco e recuperano le parcelle abbandonate.OggiIn Valtellina i versanti raggiungono inclinazioni del 30-40%: ogni operazione — potatura, legatura, trattamenti, vendemmia — è manuale e avviene su muretti a secco che richiedono manutenzione costante per non crollare. Su queste pendenze la macchina non entra, per cui le pratiche tradizionali si sono conservate dove altrove erano già scomparse da decenni.La conversione al biologico in Valtellina è avanzata progressivamente: la roccia cristallina dei versanti — gneiss e scisti — risponde bene alle pratiche biologiche perché il drenaggio rapido riduce i ristagni e abbassa la pressione della peronospora dopo le piogge. La siccità relativa dell'estate valtellinese — agevolata dalla protezione delle Retiche dalle perturbazioni nordiche — riduce ulteriormente i trattamenti necessari nel cuore dell'estate.Lo Sforzato di Valtellina — prodotto da uve Chiavennasca appassite per 90-120 giorni su graticci prima della vinificazione — concentra zuccheri e composti fenolici attraverso la disidratazione graduale: la struttura tannica diventa considerevole, la gradazione sale ad almeno 14% e il vino richiede affinamento in legno grande per anni prima di aprirsi. I produttori che lavorano in biologico sullo Sforzato selezionano le uve con maggiore attenzione per compensare la riduzione naturale dovuta all'appassimento, cercando nei ronchi più vocati le parcelle con la struttura giusta per reggere il processo."

Italia

Valtellina, Lombardia

Velletri, Colli Albani

"Velletri si distende sulle pendici meridionali dei Colli Albani, il massiccio vulcanico che si alza a sud di Roma — il vulcano spento dei Castelli Romani — con i vigneti che scendono dai 400 ai 100 metri di quota su un paesaggio aperto e soleggiato dove il tufo vulcanico affiora ovunque tra le viti. I Colli Albani formano un circo craterizzato di cui i laghi di Castelgandolfo e Nemi occupano le bocche principali; Velletri è posta sul lato meridionale di questo sistema, più lontana da Roma rispetto ai Castelli del nord come Frascati e Marino, con un carattere più rurale e meno urbanizzato.La zona vitata si estende su pianure e colline vulcaniche tra Velletri verso Lanuvio, Lariano e i versanti settentrionali dei Monti Lepini. La DOC Velletri — istituita nel 1972 — copre sia bianchi da Malvasia e Trebbiano sia rossi da Sangiovese e Montepulciano; il bianco è storicamente il prodotto principale, diffuso nelle trattorie dei Castelli Romani come vino da tavola quotidiano.Geologia, suoli, climaI Colli Albani sono un vulcano estinto di età quaternaria — attivo tra i 600.000 e i 19.000 anni fa — i cui prodotti eruttivi hanno coperto un'area enorme intorno a Roma con tufo, pozzolana, leucitite e ignimbrite. Il suolo di Velletri è principalmente leucititico — la roccia vulcanica ricca di leucite e povera di silice — che drena rapidamente e cedere potassio alle viti in modo abbondante. La pozzolana — il lapillo vulcanico grigio-nerastro — affiora nei versanti più bassi, con suoli più leggeri e polverosi. Le zone più distanti dal centro vulcanico hanno strati alluvionali su substrato tufaceo.Il clima è mediterraneo con influenza vulcanica: i Colli Albani creano il proprio microclima con la massa termica della roccia vulcanica che tempera i picchi di caldo estivo e rallenta le gelate primaverili. Le precipitazioni — circa 700-800 mm annui — si concentrano in autunno-inverno; l'estate è secca con qualche temporale isolato a luglio. La quota collinare porta le temperature di Velletri qualche grado sotto Roma, creando condizioni più favorevoli alla viticoltura bianca rispetto alla pianura laziale.StoriaIl vino albano — il Vinum Albanum — era citato da Plinio il Vecchio, Orazio e Virgilio come uno dei vini di qualità della campagna romana, prodotto sui versanti del Monte Albano a pochi chilometri dalla capitale. La posizione privilegiata dei Colli Albani — vicinissimi a Roma, con strade consolari che li collegavano direttamente — aveva trasformato questi vigneti in una delle prime zone di produzione organizzata della storia vinicola europea. I papi avevano le loro ville di campagna a Castelgandolfo proprio su questi versanti, e il vino dei Castelli riforniva le corti vaticane.Il Novecento porta la DOC nel 1972 e una produzione di massa orientata al consumo di Roma: il vino bianco dei Castelli, spesso sfuso e a prezzi molto bassi, diventa il vino da tavola della Capitale. La reputazione soffre di questa associazione con il vino economico, e i produttori di qualità faticano a distinguersi dalla produzione di massa fino alla rinascita artigianale degli ultimi vent'anni.OggiLa Malvasia Puntinata — varietà autoctona laziale che costituisce la base dei bianchi dei Castelli Romani — ha ceduto terreno negli anni della produzione di massa alla Malvasia di Candia aromatica, più produttiva e più facilmente riconoscibile sul mercato. La Puntinata è meno aromatica, più neutra, con una struttura che su tufo leucititico esprime mineralità e sapidità diretta; vinificata in acciaio con lieviti indigeni e senza correzioni, produce bianchi snelli e verticali con un profilo molto diverso da quello della produzione standardizzata degli anni di espansione.Il suolo vulcanico dei Colli Albani — drenante, con struttura porosa che evita i ristagni anche dopo piogge intense — ha facilitato la diffusione del biologico: la pozzolana e il tufo non trattengono l'umidità in eccesso, per cui la pressione fungina resta contenuta anche nelle stagioni più piovose. Le conversioni biologiche su questi suoli non richiedono cambi radicali di strategia fitosanitaria perché il substrato già lavora contro i patogeni del suolo.La macerazione sulle bucce della Malvasia Puntinata — pratica che su questa varietà porta tannini fini e riduce l'ossidazione naturale — si è diffusa tra le cantine biologiche della zona, producendo bianchi strutturati che reggono anni di bottiglia. Il Cesanese — varietà rossa laziale — si coltiva sui versanti di Velletri come alternativa al Sangiovese, con espressioni leggere e floreali che i produttori biologici valorizzano con macerazioni brevi e bassa estrazione."

Italia

Velletri, Colli Albani

Vipavska Dolina

"La Valle della Vipava — Vipavska Dolina in sloveno — si apre nella Slovenia occidentale come una bassa pianura alluvionale incassata tra il Carso a sud e le ultime propaggini delle Alpi Giulie a nord, percorsa dal fiume Vipacco che scende verso la pianura isontina e il confine italiano. La valle è geograficamente a cavallo tra il Mediterraneo e la Mitteleuropa: l'aria calda dall'Adriatico sale verso nord attraverso il corridoio del Carso, mentre la Burja — il vento carsico da nord-est, bora in italiano — scende violento nei periodi invernali e primaverili con raffiche che possono superare i 150 km/h, asciugando le vigne in poche ore dopo ogni pioggia e riducendo così la pressione fungina che le precipitazioni abbondanti altrimenti favorirebbero. Questa dialettica di venti determina il microclima della zone più di qualsiasi altro fattore.I vigneti si distribuiscono sui versanti terrazzati tra i 100 e i 400 metri, con le parcelle migliori sui conoidi di deiezione dei corsi d'acqua laterali dove il drenaggio è ottimale. La città di Vipava e i comuni di Ajdovščina e Nova Gorica sono i centri principali; a ovest il confine con il Collio Goriziano italiano è quasi impercettibile nel paesaggio, e le vigne dei due lati del confine producono su substrati geologici identici.Geologia, suoli, climaIl substrato della Vipavska Dolina è quello del contatto tra le marne dell'Eocene — le stesse dell'Opoka slovena — e i calcari carsici del plateau che sovrasta la valley a sud. Sulle terrazze fluviali i suoli sono marnoso-arenacei con componente argillitica, ben drenanti e moderatamente ricchi; sui versanti verso il Carso affiorano le marne giallastre che i produttori sloveni chiamano opoka, friabile e calcaree, che trattengono l'umidità con parsimonia e cedono mineralità ai vitigni bianchi in modo diretto. Le zone pianeggianti di fondovalle hanno alluvioni più fertili e profonde.Il clima è sub-mediterraneo con forte influenza carsica: la Burja — che soffia in media 80-100 giorni all'anno — asciuga le vigne rapidamente dopo le piogge e riduce la pressione fungina in modo strutturale. Questa ventosità è il principale alleato del biologico: dove la Burja soffia, la peronospora fatica a installarsi. Le precipitazioni sono abbondanti — circa 1000-1200 mm annui — ma distribuite in modo irregolare; le estati sono calde con notti fresche per l'influenza alpina.StoriaLa Vipavska Dolina è citata come zona viticola già nel XI-XII secolo nei documenti dei vescovati di Aquileia e Trieste, che controllavano le terre della pianura isontina. La viticoltura sistematica sui versanti della valle sviluppa le varietà locali nel corso dei secoli: nel 1844 il parroco Matija Vertovc pubblica il primo trattato sistematico di viticoltura slovena — Vinoreja — dove elenca e descrive le varietà autoctone della Vipavska Dolina, alcune delle quali erano già allora esclusive di questa valle. Il trattato di Vertovc è il primo documento agronomico sloveno di ampiezza e metodologia moderna.Il XX secolo porta la collettivizzazione jugoslava e la cooperativa di Vipava — una delle più grandi della regione — che produce volumi enormi di vino standardizzato. Dopo il 1991 e l'indipendenza slovena, piccoli produttori recuperano i vigneti storici e le varietà di Vertovc, avviando una delle rinascite viticole più rapide dell'est europeo.OggiLa Vipavska Dolina è diventata nell'ultimo decennio uno dei territori di riferimento del vino naturale europeo, per ragioni strutturali e culturali: la Burja asciuga le vigne dopo ogni pioggia rendendo il biologico più facile che altrove; le varietà autoctone — Zelèn, Pinela, Klarnica, Vitovska — richiedono un approccio attento e parcellare che non si presta alla produzione di massa; e la vicinanza con il Friuli Venezia Giulia ha favorito gli scambi con i pionieri italiani della macerazione sulle bucce.Il Zelèn — "verde" in sloveno, per il colore dei grappoli — è la varietà più identitaria della valley: acidità elevatissima, struttura erbacea e citrica, con un profilo che su marne di opoka diventa minerale e persistente. La Pinela è più sottile, con fiori bianchi e tannini pellicolare fini che reggono la macerazione; la Klarnica e la Vitovska completano il quadro autoctono con profili diversi ma sempre con la firma minerale del suolo marnoso.La macerazione sulle bucce — pratica che in questa zone ha radici nel Friuli degli anni Settanta e negli scambi tra i produttori delle due sponde del confine — è oggi il metodo standard per molti produttori biologici della Vipavska Dolina, che usano anfore di terracotta, kvevri georgiani o botti antiche per affinamenti di diversi mesi senza solfiti aggiunti. La Burja, asciugando le vigne, riduce la necessità di solforare preventivamente e permette ai produttori di lavorare con quantità di solfiti molto basse o nulle."

Slovenia

Vipavska Dolina

Vouvray, Loira

"Vouvray si distende sulla riva destra della Loira, a est di Tours, su un altopiano calcareo che guarda verso il fiume tra i 40 e i 120 metri di quota. Il paesaggio è quello della Touraine: vigneti su versanti dolci che scendono verso il fiume, boschi di querce sui plateau, e soprattutto le caves troglodytes — le cantine scavate direttamente nel tuffeau, la pietra calcarea giallastra che costituisce il substrato e che si lavora con uno scalpello come il legno tenero. Queste caverne naturali o artificiali nel calcare mantengono temperatura e umidità costanti tutto l'anno, per cui sono state usate come cantine per affinare i vini di Chenin Blanc per secoli.Il comprensorio conta circa 2000 ettari e comprende otto comuni, con il villaggio di Vouvray come centro storico e le zone di Rochecorbon, Vernou-sur-Brenne, Noizay come punti di riferimento qualitativo. Tutta la produzione — senza eccezioni — usa il Chenin Blanc come unica varietà, un monogrado varietale raro in Francia che conferisce al comprensorio un carattere identitario assoluto.Geologia, suoli, climaIl tuffeau è il cuore geologico di Vouvray: calcare morbido e poroso del Cretaceo Turoniano — depositato circa 90 milioni di anni fa quando il Bacino parigino era un fondale marino poco profondo — che si stratifica in blocchi di colore giallo-bianco sotto pochi centimetri di suolo superficiale. La porosità del tuffeau è straordinaria: assorbe l'acqua delle piogge e la rilascia lentamente alle radici nel corso dell'estate, funzionando come serbatoio idrico naturale che protegge le viti dalla siccità estiva. Sopra il tuffeau si trovano strati di argilla-selciosa e ghiaie fluviali che variano per composizione da parcella a parcella.Il clima è oceanico continentale: fresco per la latitudine nordica della Loira, con primavere instabili e rischio di gelate tardive, estati tiepide e autunni lunghi che si protraggono spesso fino a novembre. Le perturbazioni atlantiche portano piogge abbondanti in primavera; il canale della Loira crea un microclima più mite rispetto al plateau circostante, con le nebbie autunnali che — come a Tokaj — favoriscono la Botrytis cinerea nelle annate adatte. I raccolti di Vouvray sono tra i più tardivi di Francia, spesso completati in novembre.StoriaI monaci di Marmoutier — l'abbazia fondata da San Martino di Tours nel 372 d.C. proprio sulle rive della Loira vicino a Vouvray — coltivano i vigneti sul tuffeau per oltre mille anni, e sono probabilmente responsabili della selezione e dello sviluppo del Chenin Blanc come varietà dominante. Il primo riferimento documentato all'uva di Vouvray risale al 845; il nome Chenin appare nel 1445 in un documento dell'abbazia di Glanfeuil.L'appellazione AOC Vouvray viene riconosciuta nel 1936, tra le prime in Francia. La zona produce tradizionalmente un ampio spettro di stili — secco (sec), semi-dolce (demi-sec), dolce (moelleux), pétillant e spumante metodo tradizionale — tutti basati sullo stesso Chenin Blanc in stadi diversi di maturazione. La capacità del Chenin di esprimere stili così diversi dalla stessa varietà sullo stesso suolo è una caratteristica unica della Loira.OggiIl grande dibattito contemporaneo di Vouvray riguarda lo stile: secco o dolce? Per decenni i demi-sec e i moelleux erano il prodotto più richiesto dal mercato; oggi la domanda di Chenin Blanc secco è in forte crescita, con i produttori biologici in prima linea nel proporre interpretazioni ferme che esprimono direttamente la mineralità del tuffeau senza il velo del residuo zuccherino.Il biologico e il biodinamico si sono diffusi rapidamente a Vouvray nell'ultimo ventennio: il tuffeau è un substrato che risponde particolarmente bene alle pratiche biologiche per la sua porosità — il drenaggio rapido impedisce i ristagni che favoriscono le malattie del suolo — e per la sua ricchezza in calcio, che tampona l'acidità e crea condizioni stabili per la microbiologia del suolo. Diversi produttori lavorano in biodinamica, con le preparazioni Steiner-Pfeiffer sulle parcelle storiche.Il pétillant naturel — la rifermentazione in bottiglia senza sboccatura che produce bollicine fini e vino torbido — ha trovato a Vouvray una tradizione autentica da rivendicare: il pétillant de Vouvray era già prodotto empiricamente nei secoli scorsi quando le fermentazioni si completavano in bottiglia. Oggi questa tradizione viene recuperata con metodi più precisi, usando il Chenin Blanc della prima raccolta — più acido e meno strutturato — per ottenere le bollicine più fini e il residuo dolce bilanciato dall'acidità naturale del tuffeau."

Francia

Vouvray, Loira

Štajerska, Slovenia

"La Štajerska — la Stiria slovena — è la regione viticola più estesa della Slovenia, disposta nella parte nord-orientale del paese al confine con l'Austria a nord, con la Croazia a sud e l'Ungheria a est. Il paesaggio è quello delle colline intermedie tra le Alpi e la pianura pannonica: versanti dolci e increspati che salgono gradualmente dai 200 ai 400 metri, con i vigneti distribuiti sui crinali esposti a sud e sud-ovest e i boschi che coprono le sommità. I torrenti del sistema del Drava — che attraversa anche Maribor — incidono le valli e creano microclimi diversificati nei fondovalle più riparati.Quattro sottoaree si articolano nel comprensorio. La zona di Maribor — intorno alla seconda città slovena — è storica e pianeggiante; la Radgona-Kapela si sviluppa verso il confine austriaco a nord-ovest, con colline argillose e bianchi strutturati; la Haloze — con le colline più caratteristiche e i suoli di opoka — è la zona di riferimento qualitativo; la Prekmurje a est, nella piana pannonica, ha un carattere completamente diverso dagli altri tre sotto-areali.Geologia, suoli, climaLa varietà geologica della Štajerska riflette la posizione di cerniera tra tre mondi geologici. Nelle Haloze — la zona più identitaria — affiorano i suoli di opoka: una marna calcarea giallastra, friabile e ben drenante, che crea suoli sottili con struttura fine dove il Šipon (Furmint sloveno) e il Welschriesling esprimono mineralità diretta. Le zone di pianura verso il Drava hanno alluvioni ghiaiose e sabbie con maggiore fertilità; le colline di Radgona presentano argille loessiche più pesanti.Il clima è continentale con influenza pannonica: le pianure ungheresi a est portano calore nelle estati e raffrescano secco in autunno, mentre le Alpi a nord-ovest mantengono precipitazioni relativamente alte per la zona — tra i 800 e i 1000 mm annui. Le escursioni termiche autunnali sono marcate e consentono maturazioni lente dei vitigni bianchi; le gelate primaverili sono un rischio reale nelle vallate più basse. Il vento da est porta aria secca dalla pianura pannonica durante la vendemmia.StoriaLa Štajerska viticola è inseparabile dalla storia della Stiria austro-ungarica: per secoli il territorio era parte del Ducato di Stiria, con la produzione vinicola orientata verso la corte di Graz e le città della pianura danubiana. I monasteri — in particolare i cistercensi — sviluppano i vigneti sistematicamente nelle valli del Drava e del Mura. La separazione tra Stiria austriaca e Stiria slovena avviene solo con i trattati di fine prima guerra mondiale, dividendo una tradizione viticola unitaria in due realtà nazionali diverse che mantengono però un'identità condivisa nelle varietà e nelle tecniche.Il periodo socialista porta la collettivizzazione degli anni Cinquanta, con la Štajerska che perde la struttura di piccole proprietà familiari in favore delle cooperative di stato. Dopo il 1991 — con l'indipendenza slovena — la privatizzazione restituisce i vigneti ma il tessuto di piccoli produttori deve ricostituirsi da zero. Il decennio successivo porta una generazione di giovani produttori formatisi in Austria e in Italia, che applicano tecniche di viticoltura artigianale su piccole parcelle storiche.OggiLa Štajerska ha trovato nel Šipon — nome sloveno del Furmint — il suo vitigno di riferimento più identitario. Su suoli di opoka nelle Haloze, questa varietà a buccia spessa e acidità elevatissima produce bianchi che reggono lunghi affinamenti in legno grande senza perdere freschezza: un profilo molto diverso dal Furmint tokaiano, più fine e meno aromatico, con la mineralità calcarea della marna in evidenza.Il biologico si è diffuso soprattutto nelle Haloze, dove la morfologia collinare e i suoli di opoka che richiedono lavoro manuale rendono le conversioni meno traumatiche. La siccità relativa dell'estate stiriana — più asciutta rispetto alla Slovenia occidentale — riduce la pressione fungina nelle settimane più calde, agevolando chi ha ridotto i trattamenti chimici. Le macerazione sulle bucce per il Welschriesling e lo Šipon si sono diffuse come modo di gestire l'acidità elevata di questi vitigni, ammorbidendo il profilo senza interventi chimici correttivi.La Sauvignonasse — varietà bianca che in Slovenia viene chiamata Zeleni Sauvignon e che per decenni è stata scambiata con il Sauvignon Blanc — è in recupero sulle colline di Radgona, dove produce bianchi più neutri e erbacei rispetto al Sauvignon Blanc vero, con un profilo che i produttori più attenti sfruttano come caratteristica anziché difetto."

Slovenia

Štajerska, Slovenia