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Colline Reggiane, Emilia, Italia

Colline Reggiane, Emilia

Le Colline Reggiane si alzano a sud della città di Reggio Emilia, separandola gradualmente dalla pianura padana verso gli Appennini emiliani. È una fascia collinare tra i 100 e i 500 metri di quota dove la vite convive con boschi di roverella, castagneti e seminativi. Il confine tra la pianura nebbiosa e le colline più aerate è netto: basta salire di pochi chilometri per lasciare la nebbia del Po e trovare crinali soleggiati dove l'aria circola liberamente.

Il Reno e il Secchia scorrono ai lati del comprensorio, e i numerosi torrenti che scendono dall'Appennino tagliano le colline in una serie di vallate orientate da sud a nord. Su questi versanti il Lambrusco è di casa da millenni: le testimonianze letterarie sulla labrusca — la vite selvatica che cresceva spontanea ai bordi dei campi emiliani — sono tra le più antiche della viticoltura italiana, citate da Plinio, Virgilio e Strabone.

Geologia, suoli, clima

La geologia è quella delle colline sub-appenniniche emiliane: argille e marne grigio-blu del Pliocene e del Pleistocene dominano i versanti, con intercalazioni di arenarie e conglomerati nelle zone più prossime all'Appennino. I suoli sono pesanti e argillosi nelle posizioni più basse; sui versanti la componente marnosa aumenta, conferendo struttura più friabile e drenante. Il calcare affiora a tratti, dando suoli più chiari e meno fertili.

Il clima è sub-continentale: le colline emergono dalla pianura abbastanza da ricevere più sole e meno nebbia, ma restano esposte alle dinamiche del Po. Le estati sono calde e umide, con temporali estivi importanti. Le escursioni termiche autunnali favoriscono la maturazione lenta delle uve tardive, mentre il Lambrusco viene tradizionalmente vendemmiato nella seconda metà di settembre.

Storia

La viticoltura sulle colline reggiane è documentata dall'epoca romana: Plinio il Vecchio descrive la labrusca come vite selvatica della Pianura Padana dalla quale si ricavava già vino. Virgilio, Catone e Strabone menzionano la prosperità vinicola della Cispadania. Nel Medioevo le abbazie delle colline — come quella di Marola — mantengono e sviluppano la viticoltura su questi versanti.

Nel corso del Novecento la produzione di Lambrusco diventa industriale, con grandi cantine cooperative che producono milioni di bottiglie di frizzante emiliano per i mercati del nord Italia e dell'export. Questa espansione porta a un'omologazione del prodotto — più dolce, più stabile, meno vivace — che riduce la diversità delle interpretazioni locali e la reputazione della denominazione.

Oggi

La reazione all'omologazione è arrivata con il metodo ancestrale: il Lambrusco secco rifermentato in bottiglia senza sboccatura produce bollicine fini da una seconda fermentazione naturale, con il lievito depositato sul fondo. Questo formato richiede poca tecnologia e nessuna aggiunta di zuccheri, restituendo un vino vivo e mutevole che non somiglia per niente al Lambrusco industriale.

La Spergola — varietà bianca quasi esclusiva delle colline reggiane, a lungo confusa con il Sauvignon ma geneticamente distinta — ha ripreso terreno nei vigneti reggiani: quasi cancellata dalla fillossera, è tornata in auge in versione bianco fermo o frizzante, dove il profilo fresco e leggermente erbaceo la distingue nettamente da qualsiasi varietà sauvignonesca. Alcune aziende lavorano senza solfiti o con riduzioni significative, puntando sulla vivacità e la bevibilità. Il biologico ha avanzato progressivamente, agevolato dalla posizione collinare che riduce la pressione fungina rispetto alla pianura padana. Le argille marnose dei versanti trattengono l'umidità invernale e la rilasciano lentamente nelle settimane più calde, permettendo alle viti di attraversare la siccità estiva senza stress idrico estremo — condizione che nel Lambrusco si traduce in acidità preservata fino alla vendemmia.

Il Lambrusco di Sorbara — varietà distinta, con buccia sottile e scarsa pigmentazione, che cresce sui suoli sabbiosi tra il Secchia e il Panaro — è quella che meglio esprime la sottigliezza del Lambrusco non industriale: acidità quasi tagliente e profilo leggero che nessuna dolcificazione copre del tutto. Su queste colline reggiane le varianti locali — Lambrusco Marani, Montericco, Viadanese — trovano suoli più argillosi che aumentano la struttura rispetto alle versioni di pianura e si prestano al metodo ancestrale senza sboccatura meglio di qualsiasi altra varietà.

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