Alta Irpinia
I vigneti dell'Alta Irpinia si arrampicano sulle colline appenniniche della provincia di Avellino, tra i 400 e gli 800 metri di altitudine, in quella che è la parte più interna e montana della Campania. I versanti scendono sulle valli del Calore e del Sele, fiumi che tagliano il territorio aprendo passaggi tra le creste boscose. Le vigne si distribuiscono sui pendii esposti a sud e sud-est, dove il sole arriva in quantità sufficiente per far maturare l'Aglianico, varietà tardiva che ha bisogno di tutta la stagione vegetativa disponibile.
Il paesaggio è montano: i boschi di castagni e querce coprono le zone più alte, lasciando spazio ai vigneti nella fascia tra i 450 e i 700 metri. L'isolamento geografico dei comuni interni — Nusco, Montella, Bagnoli Irpino, Sant'Angelo dei Lombardi — ha preservato una struttura fondiaria frammentata in piccoli appezzamenti, spesso lavorati a mano per l'impossibilità di accesso ai mezzi meccanici sui versanti più ripidi.
Geologia, suoli, clima
La geologia dell'Alta Irpinia è stratificata: i calcari e le marne del substrato si alternano a depositi argillosi e a livelli di ceneri vulcaniche provenienti dall'attività millenaria del Vesuvio. L'eruzione detta di Avellino, avvenuta circa tremila anni fa, ha depositato uno strato di tephra su tutta l'area interna campana, mescolando materiale vulcanico ai suoli preesistenti. Questo intreccio di argilla, calcare e minerali vulcanici crea suoli profondi con buona ritenzione idrica, che si comportano diversamente a seconda dell'esposizione e dell'altitudine.
Il clima è continentale di montagna: inverni freddi e spesso nevosi, estati calde ma sempre condizionate dall'altitudine che abbassa sensibilmente le temperature notturne. Le precipitazioni sono abbondanti rispetto alla costa campana, concentrate in autunno e primavera. Le escursioni termiche tra giorno e notte in settembre e ottobre raggiungono anche i 15-20 gradi, rallentando la maturazione dell'Aglianico e allungando il periodo di affinamento dell'uva in pianta fino a novembre inoltrato.
Storia
La presenza della vite in Irpinia è documentata dall'epoca sannitica e poi romana: le tribù sannite abitavano queste montagne prima della conquista romana, e la vite era già una coltura stabile nell'area. I Greci avevano portato il Fiano — identificato con le antiche uve «apiane» delle fonti classiche — e il Greco, le cui origini greche sono indicate già dal nome. L'Aglianico — termine che alcune ipotesi collegano all'adattamento di «ellenico» — si radica sui versanti migliori diventando il vitigno dominante per i rossi.
Nel Medioevo le abbazie benedettine conservano la viticoltura nelle valli più riparate. Il terremoto del 1980, con epicentro tra Nusco e Sant'Angelo dei Lombardi, devasta l'intera area e interrompe per anni l'attività agricola, svuotando molti dei comuni collinari. Il recupero della viticoltura è avvenuto lentamente nel corso degli anni Novanta e Duemila, con una nuova generazione di produttori che ha reimpiantato i vigneti abbandonati o riattivato quelli superstiti.
Oggi
Il biologico ha trovato terreno fertile nell'Alta Irpinia per ragioni legate ai vincoli del territorio: la morfologia montana rende impossibile la meccanizzazione pesante, le parcelle piccole richiedono lavoro manuale, e le escursioni termiche elevate limitano naturalmente la pressione delle malattie fungine rispetto alle zone costiere. Diversi produttori hanno certificato i loro vigneti in biologico negli ultimi quindici anni, spesso in continuità con pratiche che non avevano mai abbandonato la logica contadina.
L'Aglianico ad alberello sopravvive in alcuni vigneti vecchi, impiantati prima che il guyot si affermasse come sistema standard nel dopoguerra. Dove l'impianto è fitto e il versante ripido, le lavorazioni meccaniche sono impraticabili, per cui il suolo viene lavorato manualmente o con piccoli mezzi. L'inerbimento spontaneo è diffuso sui versanti meno esposti, dove la cotica erbosa trattiene il suolo contro l'erosione delle piogge primaverili.
Il Fiano e il Greco, coltivati a quote leggermente più basse rispetto all'Aglianico, stanno recuperando superficie dopo decenni in cui la conversione ai rossi aveva ridotto i bianchi a una presenza marginale. Alcune aziende fermentano questi bianchi con lieviti indigeni e senza aggiunte esterne, restituendo complessità alla fermentazione a scapito della prevedibilità del risultato.
I PRODUTTORI DEL TERRITORIO ALTA IRPINIA