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Langhe, Piemonte, Italia

Langhe, Piemonte

A sud del Tanaro, le colline delle Langhe si alzano gradualmente dalla pianura verso le Alpi Liguri, coprendo un sistema di rilievi nelle province di Cuneo e di Asti dove i vigneti si distendono sulle creste e sui versanti tra i 150 e i 550 metri di quota. Alba è il centro gravitazionale: da lì le colline salgono verso sud, con le cime che superano i 700 metri nelle zone più alte dell'Alta Langa e i versanti che scendono a est nelle valli del Belbo e del Bormida. Il territorio non ha un fronte continuo come la Borgogna: ogni vallata porta un microclima specifico, ogni versante la sua orientazione, e le differenze tra un comune e il suo vicino si leggono direttamente nel carattere delle uve.

Due comprensori si distinguono nella geografia produttiva. Il Barolo occupa un anfiteatro collinare a sud-ovest di Alba, dove undici comuni si distribuiscono su rilievi con esposizioni variabili tra Serralunga d'Alba a est — più alta e compatta — e La Morra a ovest — più aperta e dolce. Il Barbaresco scende sui versanti orientali verso il Tanaro, a est di Alba, con morfologia più bassa e aperta verso la pianura. Più a sud ancora, l'Alta Langa porta i vigneti oltre i 600 metri su terreni abbandonati per decenni e oggi in recupero.

Geologia, suoli, clima

Tutto il sistema collinare è sedimentario, formatosi quando il mare Miocenico copriva la pianura padana. Due grandi formazioni si dividono il territorio. La Formazione di Lequio del Serravalliano — la più antica — affiora soprattutto nei comuni orientali del Barolo come Serralunga d'Alba e Monforte: marne compatte grigio-scure, povere di sabbia e ricche di calcio, che trattengono l'acqua con parsimonia e impongono alle radici di scendere in profondità. Salendo verso La Morra e il comune di Barolo, il terreno cambia: la Formazione di Diano d'Alba dell'Elveziano porta suoli più sabbiosi e chiari, con minor resistenza al drenaggio, che producono vini con struttura tannica più fine rispetto all'austerità di Serralunga.

Il clima è continentale padano: inverni freddi con neve frequente, estati calde, autunni prolungati dove le nebbie del Tanaro invadono le valli basse da settembre ma lasciano le creste soleggiate. Le escursioni termiche autunnali superano i 15-20 gradi tra mezzogiorno e l'alba, rallentando la maturazione del Nebbiolo — vitigno tardivo che ha bisogno di ogni giornata disponibile prima delle gelate di novembre.

Storia

Il Nebbiolo nelle Langhe è documentato già nel XIII secolo, con la prima menzione scritta che risale al 1268 in un documento di Rivoli. La varietà si afferma sui versanti migliori, mentre la Barbera — più produttiva e meno esigente — occupa anche le esposizioni meno favorevoli. Il Dolcetto completa il quadro sulle zone più fresche dove matura prima degli altri.

Il salto qualitativo del Barolo — da vino dolce e spesso ossidato a vino secco strutturato da lungo affinamento — avviene nella prima metà dell'Ottocento, quando tecniche di fermentazione più controllata permettono di portare a secco le fermentazioni. I monaci cistercensi avevano già coltivato la vite sistematicamente per secoli su queste colline, ma è con il XIX secolo che il Barolo assume il profilo che lo rende riconoscibile. Il dopoguerra porta la meccanizzazione e le cooperative orientate alla Barbera da tavola; il Nebbiolo resta il vitigno di punta ma attraversa decenni di interpretazioni eterogenee, tra chi lo affina in grandi botti per anni e chi abbraccia le barrique arrivate dagli anni Ottanta in poi.

Oggi

Il dibattito tra chi usa la botte grande in rovere slavone da 25-50 ettolitri e chi vinificava con macerazioni brevi e barrique ha plasmato le Langhe per quarant'anni; oggi si è in parte ricomposto, con molti produttori che lavorano su macerazioni di media durata in contenitori neutri, leggendo il Nebbiolo come vitigno di territorio più che di tecnica.

Il biologico e il biodinamico hanno avanzato progressivamente dall'inizio degli anni Duemila, partendo da aziende familiari che lavoravano già con poca chimica di sintesi. La morfologia collinare — con versanti inclinati dove la meccanizzazione pesante non arriva — ha facilitato le conversioni: chi lavora a mano tra i filari non ha mai avuto bisogno di diserbanti per tenere il suolo libero. L'inerbimento spontaneo si è diffuso come risposta all'erosione delle marne grigie sui pendii più ripidi, con le erbe lasciate crescere e sfalciate quando necessario.

Il recupero delle vigne vecchie di Nebbiolo — alcune risalenti ai reimpianti post-fillossera degli anni Venti e Trenta — ha spinto molti produttori verso la vinificazione parcellare: lo stesso vitigno su suoli diversi di Serralunga, La Morra o Castiglione dà strutture diverse, e lavorare le parcelle separatamente permette di leggere queste differenze nel bicchiere. La Barbera e il Dolcetto hanno beneficiato di questo approccio più attento, con fermentazioni a lieviti indigeni e riduzione progressiva degli interventi correttivi in cantina.

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