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Colline Pescaresi, Abruzzo, Italia

Colline Pescaresi, Abruzzo

Le Colline Pescaresi descrivono il sistema di rilievi che scendono dall'Appennino verso la costa adriatica nella provincia di Pescara, in Abruzzo. È un territorio di transizione: a ovest le montagne si alzano verso la Maiella e il Gran Sasso, a est la pianura costiera si restringe a una striscia stretta prima del mare. Le colline occupano la fascia intermedia, tra i 100 e i 600 metri, con il fiume Pescara che le attraversa in direzione est-ovest aprendo la principale vallata di collegamento tra interno e costa.

Il paesaggio è collinare aperto: i versanti si alzano con pendenze moderate, i crinali si arrotondano, e le esposizioni variano a seconda delle vallate laterali. La presenza del mare Adriatico — visibile dalle quote più alte nelle giornate limpide — mitiga il clima aggiungendo umidità alle estati che altrimenti sarebbero quasi completamente aride.

Geologia, suoli, clima

La geologia è quella dell'Appennino adriatico: argille azzurre e grigie del Pliocene dominano i versanti più bassi, dove i suoli pesanti e compatti trattengono l'umidità invernale e si inaridiscono rapidamente in estate. Salendo verso l'interno, le marne calcaree e le arenarie si alternano, creando suoli più variabili nella composizione. In alcune zone interne affiorano i conglomerati e le brecce dei paleoalvei.

Il clima è adriatico-continentale: le estati sono calde e asciutte, le brezze marine moderano le temperature pomeridiane ma non portano piogge significative da giugno ad agosto. Gli inverni sono freddi e piovosi, con neve anche sulle colline medie. Il Montepulciano d'Abruzzo si è adattato perfettamente a questo regime, maturando lentamente e accumulando colore e struttura nelle lunghe giornate estive asciutte.

Storia

La viticoltura in questa zona è documentata dall'antichità: i Vestini — popolo italico preromano che abitava la fascia pedemontana — praticavano già la coltivazione della vite prima della conquista romana. Con Roma la produzione si struttura e si integra nelle rotte commerciali adriatiche. Il Montepulciano d'Abruzzo viene citato per la prima volta nelle fonti scritte nel 1792, ma la varietà era già consolidata molto prima in tutta l'area.

La fillossera del primo Novecento colpisce duramente le Colline Pescaresi, eliminando un numero consistente di biotipi e varietà locali minori. Il reimpianto post-fillossera privilegia le due varietà più robuste — Montepulciano e Trebbiano d'Abruzzo — a scapito di tutto il resto. Il Novecento porta la cooperazione e la commercializzazione di massa, con le cantine cooperative che raccolgono la gran parte della produzione.

Oggi

I produttori più attenti scelgono le posizioni interne a 300-500 metri, dove le escursioni termiche estive sono più marcate e la maturazione del Montepulciano è più lenta, ottenendo vini con acidità più alta e tannini più fini rispetto alle versioni di pianura o costiere. La scelta dell'altitudine è diventata uno dei discriminanti principali tra produzione di massa e produzione di qualità.

Il recupero di varietà locali ha preso piede nell'ultimo ventennio: la Pecorino, il Passerina, la Cococciola e la Montonico — bianchi abruzzesi quasi scomparsi dopo la fillossera — stanno tornando nei vigneti di alcune aziende che puntano sulla specificità territoriale. La Passerina in particolare trova nei suoli argillosi del pescarese una freschezza inaspettata per una varietà meridionale.

Il biologico ha avanzato su questa dorsale adriatica, agevolato dalla siccità estiva che riduce la pressione fungina nei mesi critici. Le conversioni più significative riguardano i vigneti di mezza collina su argille calcaree, dove la morfologia non troppo impervia permette transizioni senza stravolgere l'organizzazione del lavoro.

La Trebbiano d'Abruzzo — che da varietà anonima di produzione di massa ha cominciato a essere letto come vitigno di territorio — trova sulle colline pescaresi esposizioni a est che rallentano la maturazione mattutina e preservano l'acidità naturale. Alcune aziende lo fermentano con macerazioni sulle bucce di diversi giorni, scoprendo una struttura e una mineralità che la vinificazione rapida convenzionale non lascia emergere. La varietà è presente su vigneti che in molti casi risalgono ai reimpianti degli anni Sessanta-Settanta, con viti di 50-60 anni le cui radici hanno esplorato in profondità le argille calcaree adriatiche, portando mineralità diretta nelle uve.

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