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A Tocco di Casauria, tra Morrone e Majella in Abruzzo, Francesco Gregorio e Andrea Calloni coltivano vigne e ulivi. Biologico. Trebbiano, Pecorino, Montepulciano. Fermentazioni spontanee, nessuna filtrazione.

Tocco di Casauria è un comune medievale sulle colline in provincia di Pescara, incastonato tra due dei massicci montagnosi più significativi dell'Abruzzo: il Morrone a ovest e la Majella a sud. La vigna di Mormaj è letteralmente circondata da questi due monti, e il nome ne porta il segno: Morrone + Majella. I suoli delle Colline Pescaresi sono argillosi e calcarei, con buona struttura e capacità di ritenzione idrica. A questa latitudine e altitudine il clima è quello della montagna abruzzese: estati soleggiate con escursioni termiche notevoli, inverni rigidi, primavere tardive. Il maestrale che soffia dal Morrone asciuga i vigneti e abbassa l'umidità. Le varietà autoctone come il Trebbiano d'Abruzzo e il Montepulciano esprimono in questo territorio caratteri che non si ritrovano altrove: acidità tesa, sapidità, profondità.

Francesco Gregorio cresce a Tocco di Casauria e conosce il territorio dall'infanzia. Andrea Calloni vive vicino a Monza, in Brianza, dove lavora nell'azienda del padre — un contesto agricolo che gli ha dato strumenti commerciali e visione di mercato. I due si incontrano con l'idea condivisa di fondare un'azienda agricola «rispettosa, sana e sostenibile». L'inizio non è con il vino ma con l'olio: recuperano l'uliveto, lo gestiscono con metodi biologici e producono olio extravergine da spremitura a freddo senza manipolazioni. Poi viene la vigna, affidata anche alla consulenza dell'enologo Antonio Santini per recuperare e valorizzare le varietà autoctone locali — Trebbiano, Pecorino, Montepulciano. L'azienda opera in regime biologico sin dalla fondazione, senza certificazioni commerciali ma con pratiche coerenti.

La vigna è lavorata esclusivamente a mano: nessuna meccanizzazione invasiva, nessun prodotto chimico. Le fermentazioni seguono i tempi naturali con i lieviti indigeni, senza aggiunte di ceppi selezionati o enzimi. Il Trebbiano affina per circa 8 mesi in acciaio. Il Montepulciano vinificato in rosso e in rosato segue tempi propri. Prima dell'imbottigliamento i vini non vengono filtrati né chiarificati. La consulenza dell'enologo Antonio Santini ha aiutato Francesco e Andrea a valorizzare le varietà autoctone locali senza stravolgerne il carattere. Il risultato è una gamma che racconta fedelmente le Colline Pescaresi: acidità tesa, profondità, sapori che riflettono l'altitudine e il vento del Morrone. Il motto dell'azienda — «ricercare sempre la massima qualità» — si traduce in controllo diretto di ogni fase produttiva. Francesco e Andrea lavorano con trasparenza verso i consumatori: ciò che entra in bottiglia è solo il risultato del lavoro in vigna e del processo naturale in cantina, senza aggiunte che ne alterino la voce.

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Colline Pescaresi, Abruzzo

"<p>Le <strong>Colline Pescaresi</strong> descrivono il sistema di rilievi che scendono dall'Appennino verso la costa adriatica nella provincia di <strong>Pescara</strong>, in Abruzzo. È un territorio di transizione: a ovest le montagne si alzano verso la <strong>Maiella e il Gran Sasso</strong>, a est la pianura costiera si restringe a una striscia stretta prima del mare. Le colline occupano la fascia intermedia, tra i <strong>100 e i 600 metri</strong>, con il fiume <strong>Pescara</strong> che le attraversa in direzione est-ovest aprendo la principale vallata di collegamento tra interno e costa.<br><br>Il paesaggio è collinare aperto: i versanti si alzano con pendenze moderate, i crinali si arrotondano, e le esposizioni variano a seconda delle vallate laterali. La presenza del <strong>mare Adriatico</strong> — visibile dalle quote più alte nelle giornate limpide — mitiga il clima aggiungendo umidità alle estati che altrimenti sarebbero quasi completamente aride.</p><h3>Geologia, suoli, clima</h3><p>La geologia è quella dell'Appennino adriatico: <strong>argille azzurre e grigie del Pliocene</strong> dominano i versanti più bassi, dove i suoli pesanti e compatti trattengono l'umidità invernale e si inaridiscono rapidamente in estate. Salendo verso l'interno, le <strong>marne calcaree</strong> e le <strong>arenarie</strong> si alternano, creando suoli più variabili nella composizione. In alcune zone interne affiorano i conglomerati e le brecce dei paleoalvei.<br><br>Il clima è <strong>adriatico-continentale</strong>: le estati sono calde e asciutte, le brezze marine moderano le temperature pomeridiane ma non portano piogge significative da giugno ad agosto. Gli inverni sono freddi e piovosi, con neve anche sulle colline medie. Il <strong>Montepulciano d'Abruzzo</strong> si è adattato perfettamente a questo regime, maturando lentamente e accumulando colore e struttura nelle lunghe <strong>giornate estive asciutte</strong>.</p><h3>Storia</h3><p>La viticoltura in questa zona è documentata dall'antichità: i <strong>Vestini</strong> — popolo italico preromano che abitava la fascia pedemontana — praticavano già la coltivazione della vite prima della conquista romana. Con Roma la produzione si struttura e si integra nelle rotte commerciali adriatiche. Il <strong>Montepulciano d'Abruzzo</strong> viene citato per la prima volta nelle fonti scritte nel <strong>1792</strong>, ma la varietà era già consolidata molto prima in tutta l'area.<br><br>La <strong>fillossera</strong> del primo Novecento colpisce duramente le Colline Pescaresi, eliminando un numero consistente di biotipi e varietà locali minori. Il reimpianto post-fillossera privilegia le due varietà più robuste — Montepulciano e <strong>Trebbiano d'Abruzzo</strong> — a scapito di tutto il resto. Il <strong>Novecento</strong> porta la cooperazione e la commercializzazione di massa, con le cantine cooperative che raccolgono la gran parte della produzione.</p><h3>Oggi</h3><p>I produttori più attenti scelgono le posizioni interne a <strong>300-500 metri</strong>, dove le escursioni termiche estive sono più marcate e la maturazione del Montepulciano è più lenta, ottenendo vini con acidità più alta e tannini più fini rispetto alle versioni di pianura o costiere. La scelta dell'altitudine è diventata uno dei discriminanti principali tra produzione di massa e produzione di qualità.<br><br>Il recupero di varietà locali ha preso piede nell'ultimo ventennio: la <strong>Pecorino</strong>, il <strong>Passerina</strong>, la <strong>Cococciola</strong> e la <strong>Montonico</strong> — bianchi abruzzesi quasi scomparsi dopo la fillossera — stanno tornando nei vigneti di alcune aziende che puntano sulla specificità territoriale. La Passerina in particolare trova nei suoli argillosi del pescarese una freschezza inaspettata per una varietà meridionale.<br><br>Il <strong>biologico</strong> ha avanzato su questa dorsale adriatica, agevolato dalla siccità estiva che riduce la pressione fungina nei mesi critici. Le conversioni più significative riguardano i vigneti di mezza collina su <strong>argille calcaree</strong>, dove la morfologia non troppo impervia permette transizioni senza stravolgere l'organizzazione del lavoro.<br><br>La <strong>Trebbiano d'Abruzzo</strong> — che da varietà anonima di produzione di massa ha cominciato a essere letto come vitigno di territorio — trova sulle colline pescaresi esposizioni a est che rallentano la maturazione mattutina e preservano l'acidità naturale. Alcune aziende lo fermentano con macerazioni sulle bucce di diversi giorni, scoprendo una struttura e una mineralità che la vinificazione rapida convenzionale non lascia emergere. La varietà è presente su vigneti che in molti casi risalgono ai reimpianti degli anni Sessanta-Settanta, con viti di <strong>50-60 anni</strong> le cui radici hanno esplorato in profondità le argille calcaree adriatiche, portando mineralità diretta nelle uve.</p>"

Colline Pescaresi, Abruzzo

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