Sul vulcano spento del Somló, in Ungheria, Árpád Tomcsànyi coltiva 2,5-3 ettari su basalto. Biodinamico Demeter. Juhfark, Furmint, Hárslevelű. 6.000-8.000 bottiglie. Anfore, gravità per l'imbottigliamento.
Il vulcano del Somló si erge isolato nella pianura pannonica, senza altri rilievi intorno: un cono basaltico che custodisce nei suoli i sedimenti di un oceano scomparso milioni di anni fa. Uno dei territori viticoli più singolari d'Europa. La collina basaltica raggiunge i 431 metri alla sommità, con i vigneti distribuiti sulle pendici tra i 220 e i 260 metri. I suoli sono di basalto vulcanico con strati di fondale marino antico — sedimenti di un oceano che milioni di anni fa copriva questa parte dell'Europa centrale. Questa composizione vulcanico-sedimentaria è unica nel panorama viticolo europeo e si riflette in vini con mineralità intensa, acidità pronunciata e una struttura che li rende longevi. Le varietà autoctone che crescono sul Somló — Juhfark («coda di pecora», con il suo acino allungato), Furmint, Hárslevelű, Olaszrizling (Welschriesling locale) e Tramini — si sono adattate nei secoli a questi suoli particolari.
Árpád Tomcsànyi arriva al vino attraverso il padre, che acquista una piccola parcella di vigneto sul Somló come atto d'amore per il territorio. Il vigneto ispira Árpád a intraprendere un percorso formale: completa il WSET e corsi enologici, poi si offre come volontario in altre cantine — lava botti, imbottiglia, vendemmia — per accumulare esperienza pratica prima di avviare la propria produzione. Quando inizia, sceglie i metodi biodinamici: la cantina è certificata Demeter, il riconoscimento internazionale più rigoroso per la biodinamica. Árpád descrive il vino naturale come qualcosa che «ha più energia e vibrazione» — una metafora che nella pratica si traduce in lavoro biodinamico sul suolo e nel rispetto dei cicli lunari. La produzione annua si aggira tra le 6.000 e le 8.000 bottiglie, prevalentemente vini bianchi (95%).
In cantina Árpád lavora con lieviti indigeni: nessun lievito selezionato, fermentazione spontanea. Il vino affina in botti neutre o anfore di argilla senza travasi — i vini riposano sui propri lieviti per tutto il periodo di affinamento. Nessun solfito aggiunto in nessuna fase. Nessuna filtrazione, nessuna chiarifica. L'imbottigliamento avviene per gravità, senza pompe che potrebbero alterare la struttura del vino. Tra i vitigni più interessanti lavorati da Árpád c'è il Juhfark, varietà quasi dimenticata del Somló con acidità estrema e profilo aromatico insolito, che nelle mani dei produttori biodinamici della collina sta vivendo un momento di riscoperta internazionale. Tra i vitigni più interessanti lavorati da Árpád c'è il Juhfark, varietà quasi dimenticata del Somló che nelle mani dei produttori biodinamici sta vivendo un momento di riscoperta internazionale.
"<p>Il <strong>Somló</strong> emerge dalla pianura della <strong>Transdanubia</strong> come un cono isolato di basalto vulcanico, visibile a decine di chilometri di distanza nel paesaggio piatto ungherese a nord-ovest di <strong>Veszprém</strong>. Questa collina solitaria sale fino a <strong>432 metri</strong> di quota da una pianura che raramente supera i <strong>150 metri</strong>, creando un microclima autonomo dove i vigneti scendono su tutti i versanti tra i <strong>150 e i 400 metri</strong> su basalto e tufo vulcanico. La superficie vitata è piccola — circa <strong>500 ettari</strong> — ma la concentrazione di vini con carattere eccezionale rispetto alla dimensione ha reso il Somló un territorio di riferimento per chi cerca l'identità geologica più diretta nella viticoltura ungherese.<br><br>La collina è un antico vulcano estinto di origine <strong>neogenica</strong>, risalente a circa <strong>5-7 milioni di anni fa</strong>. Non ci sono altri rilievi di questo tipo nelle immediate vicinanze: il Somló si erge solitario tra le colline dolci del Bakony a est e la pianura transdanubiana a ovest, per cui il flusso d'aria intorno alla collina è diverso da qualsiasi altro microclima ungherese. I vigneti più ambiti si trovano sui versanti settentrionali e orientali, dove il basalto è più compatto e la pendenza più ripida.</p><h3>Geologia, suoli, clima</h3><p>Il basalto del Somló è la roccia madre di tutto il sistema: <strong>basalto colonnare</strong> — solidificato lentamente in colonne verticali — affiora sulle pareti più ripide della collina, drenando rapidamente e cedendo minerali con parsimonia alle viti che vi crescono sopra. Sopra il basalto si depositano strati di <strong>tufo vulcanico</strong> — più friabile e poroso — e di <strong>loess</strong> eolico trasportato dal vento. Questa stratificazione crea suoli con carattere diverso a seconda della profondità: la componente basaltica domina nelle radici più profonde, il tufo e il loess caratterizzano lo strato superficiale dove la maggior parte della biologia del suolo si svolge.<br><br>Il clima è <strong>continentale pannonico</strong> con influenza del microclima collinare: la collina crea il proprio sistema di circolazione dell'aria, con brezze ascendenti di giorno e discendenti la notte che differenziano il Somló dalla pianura circostante. Le inversioni termiche autunnali portano nebbia nella pianura mentre la cima resta soleggiata, allungando il ciclo vegetativo. Le precipitazioni — circa <strong>600 mm annui</strong> — sono moderate per l'Ungheria, con autunni spesso secchi e soleggiati che favoriscono la concentrazione delle uve.</p><h3>Storia</h3><p>Il <strong>Somló</strong> godeva di una fama straordinaria nell'Europa medievale e moderna: il suo vino — prodotto principalmente da <strong>Juhfark</strong>, letteralmente "coda di pecora" per la forma del grappolo — era considerato dotato di proprietà medicinali e afrodisiache. La tradizione voleva che le nobildonne della corte degli <strong>Asburgo</strong> bevessero vino di Somló prima delle notti di nozze per garantire la nascita di un erede maschio; questa leggenda, probabilmente apocrifo ma costante nella documentazione storica, testimonia la reputazione straordinaria di questo piccolo vigneto.<br><br>Il regime socialista collettivizza anche il Somló negli anni Cinquanta, ma la piccola superficie e la difficoltà del lavoro manuale su basalto hanno limitato l'industrializzazione rispetto ad altre zone ungheresi. Dopo il <strong>1989</strong> la restituzione delle terre ai vecchi proprietari porta una generazione di piccoli produttori che riscopre le vecchie varietà — soprattutto il <strong>Juhfark</strong> — e le tecniche di vinificazione tradizionali. Il Somló è diventato negli anni Duemila uno dei territori ungheresi più citati nel circuito del vino naturale internazionale.</p><h3>Oggi</h3><p>Il <strong>Juhfark</strong> — varietà autoctona del Somló, quasi sparita durante il socialismo che preferiva le varietà internazionali produttive — è il simbolo del recupero identitario della collina. Su basalto e tufo produce un bianco con acidità elevatissima, struttura robusta e una mineralità che ricorda lo scisto molto più del suolo calcareo. Le maturazioni sono lente — il Juhfark ha la buccia spessa e la struttura densa — e le vinificazioni tradizionali su questa varietà usano spesso <strong>botti di legno antico</strong> per affinamenti di anni.<br><br>Il basalto del Somló ha una proprietà che i produttori biologici valorizzano: la sua lenta decomposizione crea un suolo povero ma mineralmente ricco, che non risponde bene alle concimazioni chimiche ma si presta bene all'<strong>inerbimento spontaneo</strong> e alle lavorazioni minime. Le vigne di <strong>Hárslevelű</strong> e <strong>Furmint</strong> — varietà che si coltivano anche sul Somló accanto al Juhfark — producono bianchi con struttura molto diversa dalle loro versioni tokaiane, più austeri e meno aromatici, con la firma minerale del basalto dominante sul fruttato.<br><br>Diversi produttori lavorano con <strong>anfore interrate</strong> o con <strong>kvevri georgiani</strong> per le macerazioni estese del Juhfark, tecnica che aggiunge tannini pellicolare a un vino già strutturato e riduce l'ossidazione naturale senza solfiti aggiuntivi. La piccola scala del Somló — le singole cantine producono spesso poche migliaia di bottiglie — rende queste sperimentazioni tecnicamente possibili senza investimenti industriali.</p>"