A Sales, sul Carso Triestino, la famiglia Skerlj gestisce una fattoria rurale con vigne, maiali, bovini e formaggi. Matej e Kristina: circa 2,5 ettari. Vitovska, Malvasia, Terrano. Cantina biodinamica.
La bora percorre il Carso Triestino tutto l'anno: vento che scende dalle alture verso Trieste, asciugando le foglie, abbassando l'umidità, rinforzando le difese naturali delle viti tra le fratture della roccia calcarea. Questo altopiano carsico si estende dalle alture intorno a Trieste verso il confine con la Slovenia: roccia calcarea che affiora ovunque, terreno rosso («terra rossa») con scarso suolo organico tra le fratture della pietra, vento di bora che percorre i versanti tutto l'anno. In questo paesaggio austero e bellissimo la vite cresce faticosamente, producendo uve concentrate con acidità alta e mineralità rocciosa. Sales è un piccolo villaggio del Carso a poca distanza dal confine italo-sloveno. Qui la famiglia Skerlj gestisce una kraska domacia — una fattoria rurale carsica — dove le vigne convivono con i maiali e i bovini che corrono liberi nei boschi di querce intorno alla proprietà. La fattoria è nata nel dopoguerra: il nonno di Matej acquistò la terra dopo la seconda guerra mondiale, costruendo un'unità agricola mista che si autosufficienza nel sostentamento quotidiano.
Oggi la fattoria è condotta da Matej Skerlj e dalla sorella Kristina. Il vigneto conta circa 2,5 ettari — 6 acri per la precisione — distribuiti intorno all'azienda, piantati sui suoli carsici tipici: strato sottile di terra rossa sulle fratture della roccia calcarea. Matej e Kristina allevano anche maiali al pascolo brado nei boschi e bovini, e producono salumi e formaggi della tradizione carsica. Questo modello di fattoria integrata — dove il vino è parte di un sistema più ampio e non l'unica fonte di reddito — permette una libertà di scelta in vigna e in cantina che molte realtà mono-produttive non possono permettersi. «Se qualcosa non funziona», dice Matej, «nessuno ci impedisce di tornare ai metodi precedenti». Ma lui non è tornato indietro.
Le tre varietà del Carso — Vitovska, Terrano, Malvasia — sono le protagoniste di Skerlj. La Vitovska è una varietà bianca autoctona del Carso, che esprime meglio che altrove la mineralità della roccia carsica; la Malvasia Istriana ha radici storiche in questa zona; il Terrano è una subvarietà locale del Refosco, dal colore rubino intenso e dall'acidità tagliente, considerato il rosso del Carso per eccellenza. Matej lavora i bianchi con macerazione sulle bucce, in linea con la tradizione naturalista del Carso. Nessun lievito selezionato viene aggiunto: la fermentazione comincia da sola; il vino affina in contenitori appropriati senza additivi. L'approccio è biodinamico nel metodo, anche se il termine rimanda a qualcosa di più formale di quello che Matej praticamente vive: è la tradizione contadina carsica, che non aveva bisogno di un nome per fare quello che faceva.
"<p>Il <strong>Carso</strong> è un altopiano calcareo che si estende tra il <strong>Golfo di Trieste</strong> e la Slovenia, con un'identità geologica radicalmente propria rispetto al resto del Friuli Venezia Giulia. La superficie si solleva bruscamente dal livello del mare fino a <strong>200-400 metri</strong> in pochi chilometri, affacciandosi verso il Golfo con pareti che scendono ripide sulle fasce costiere dei <strong>«pastini»</strong> — strette terrazze su muri a secco dove la vite si arrampica sul calcare. La roccia affiora quasi ovunque: per piantare la vite si devono scavare trincee o ampliare le <strong>doline</strong> — le conche carsiche dove si accumula la terra rossa — riempiendole di terreno portato a mano.<br><br>I vigneti si concentrano lungo i versanti più protetti dalla <strong>Bora</strong>, il vento forte e freddo da nord-est che definisce il clima della zona più di qualsiasi altra variabile. Dove la roccia offre qualche riparo, i produttori costruiscono <strong>muri a secco</strong> che delimitano piccoli appezzamenti strappati con fatica alla pietra, in una viticoltura che impone un rapporto diverso con il territorio rispetto a qualsiasi altra zona italiana.</p><h3>Geologia, suoli, clima</h3><p>La geologia è quella del Carso classico: un altopiano di <strong>calcari compatti del Cretaceo</strong> che l'erosione e l'acqua hanno scavato in profondità, creando un sistema di grotte, inghiottitoi e doline. In superficie il suolo è quasi inesistente sui pianori rocciosi; nelle doline si accumula la <strong>terra rossa</strong> ferallittica — rossastra per la concentrazione di <strong>ossidi di ferro</strong> — che rappresenta la base quasi esclusiva dei vigneti dell'area. Questo suolo è sottile, drenante in superficie ma con scarsa riserva idrica, e la vite adotta radici profondissime che seguono le fessure della roccia.<br><br>La <strong>Bora</strong> raggiunge velocità di <strong>100-150 km/h</strong> nelle giornate più intense, asciugando le vigne rapidamente dopo la pioggia e riducendo la pressione fungina. Le estati sono calde e soleggiate, l'autunno mite e soleggiato, e il <strong>mare Adriatico</strong> — visibile dai vigneti più alti — mitiga i picchi estremi con la sua inerzia termica.</p><h3>Storia</h3><p><strong>Plinio il Vecchio</strong> cita il «<strong>Pucino</strong>» — un vino prodotto sulle pendici calcaree vicino a Trieste — come gradito alla corte imperiale. Nel Medioevo i vigneti carsici riforniscono Trieste e i mercanti veneziani che controllavano il porto. Con la dominazione <strong>asburgica</strong> dal XV secolo in poi, il vino del Carso si integra nell'economia regionale, sebbene la viticoltura resti sempre marginale e difficile per i vincoli geologici del territorio.<br><br>La <strong>Prima Guerra Mondiale</strong> devasta il Carso in modo sistematico: il plateau diventa teatro degli scontri più cruenti tra esercito italiano e austro-ungarico, e i vigneti vengono distrutti completamente. Dopo il <strong>1918</strong> la ricostruzione parte lentamente, e dopo il <strong>1945</strong> — con la cessione di parte del territorio alla Jugoslavia — i confini cambiano, riducendo ulteriormente l'area vitata italiana.</p><h3>Oggi</h3><p>Il Carso italiano conta oggi meno di <strong>60 ettari</strong> di vigneto — tra le superfici più piccole d'Italia — ma con un'identità fortissima costruita su due vitigni autoctoni. La <strong>Vitovska</strong> è un bianco carsico che non si trova praticamente altrove: tardiva, a grappolo spargolo, con acidità alta e un profilo austero che riflette la pietra su cui cresce. Il <strong>Terrano</strong> — una variante locale del <strong>Refosco dal Peduncolo Rosso</strong> — produce rossi dal colore rubino intenso, con acidità vibrante e tannini secchi.<br><br>Le macerazioni prolungate sulle bucce per la Vitovska si inseriscono in una tradizione contadina di lavorare l'uva con poca tecnologia, non come scelta estetica recente. La <strong>Malvasia Istriana</strong> occupa spazio sui versanti più caldi e protetti. L'impossibilità di meccanizzare su terreni così rocciosi e discontinui rende il <strong>biologico</strong> la scelta più naturale, sebbene in un territorio così estremo qualsiasi pratica richieda un impegno sproporzionato rispetto alla resa produttiva.<br><br>La <strong>Vitovska</strong> viene sempre più spesso fermentata sulle bucce per settimane o mesi, con diversi produttori che usano anfore di terracotta interrate per le macerazioni più lunghe. Il contatto prolungato con le bucce aggiunge tannini polimerici che riducono il bisogno di solfiti come antiossidante, permettendo vinificazioni con pochissime aggiunte. Il <strong>Terrano</strong> — con acidità naturalmente elevata — viene affinato in botti grandi per ammorbidire i tannini secchi senza sovrapporvi aromi di legno nuovo.</p>"