A Castelvenere, nel Sannio, il Podere Veneri Vecchio coltiva 4 ettari con varietà rare: Agostinella, Barbera del Sannio, Sciascinoso, Piedirosso. Metodi naturali. Pet Nat, orange wine, rossi da antiche uve campane.
Castelvenere detiene il primato di comune campano con la più alta concentrazione di vigneti rispetto alla superficie totale: un primato che racconta un'identità viticola secolare. Il Sannio, nel cuore della Campania settentrionale, è il territorio che circonda Benevento: una zona collinare di transizione tra le pianure del Casertano e gli Appennini irpini, con storia vitivinicola che risale almeno all'epoca sannita e romana. Castelvenere è il comune con la più alta concentrazione di vigneti in Campania rispetto alla superficie totale — un primato che racconta l'identità viticola profonda di questo borgo beneventano. I suoli delle colline intorno al paese sono prevalentemente argillosi e calcarei, con esposizioni che cambiano tra le diverse contrade. Il Sannio ospita un patrimonio ampelografico di enorme valore: varietà come Agostinella, Barbera del Sannio, Cerreto, Grieco e Sciascinoso sono praticamente sconosciute fuori dal territorio sannita, sopravvissute nei vecchi filari di contadini che non hanno mai ceduto alle monoculture commerciali. Il Podere Veneri Vecchio ha scelto proprio queste varietà come protagoniste assolute dei propri vini.
Il Podere Veneri Vecchio porta avanti un progetto di recupero e valorizzazione di queste uve dimenticate, raccontando la storia di Castelvenere attraverso i vitigni che la tradizione locale ha custodito per secoli. I 4 ettari di vigneto comprende i vitigni autoctoni del Sannio meno diffusi — Agostinella, Barbera del Sannio, Cerreto, Grieco, Piedirosso e Sciascinoso — insieme ad alcune presenze storiche nella zona. L'obiettivo non è reinterpretare il patrimonio con tecnologie moderne, ma trasmetterlo fedelmente, usando gli stessi strumenti e le stesse pratiche con cui questi vigneti sono stati coltivati nelle generazioni precedenti. La cantina opera con metodi naturali e autentici sia in vigna che in cantina, senza interventi correttivi.
La gamma produttiva copre diversi stili: il Notturni Passaggi è un Pet Nat — rifermentato in bottiglia secondo il metodo ancestrale — da uve autoctone del Sannio, con bollicine naturali e carattere artigianale. Il Tempo dopo Tempo è un vino orange da uve bianche lavorate con lunga macerazione sulle bucce. Il Perdersi e Ritrovarsi è un rosso da varietà locali. Il processo fermentativo parte spontaneamente dai lieviti indigeni sulle bucce; in cantina non si usano additivi né correzioni. I nomi dei vini — «notturni passaggi», «perdersi e ritrovarsi», «tempo dopo tempo» — costruiscono una narrativa poetica intorno a ciò che accade tra il vigneto e la bottiglia. I nomi dei vini — Notturni Passaggi, Perdersi e Ritrovarsi, Tempo dopo Tempo — costruiscono una narrativa poetica intorno a ciò che accade tra il vigneto e la bottiglia.
"<p>Il <strong>Sannio</strong> occupa la parte interna della <strong>Campania</strong>, nella <strong>provincia di Benevento</strong>, dove le colline dell'Appennino meridionale formano un sistema irregolare di valli e crinali tra i <strong>200 e gli 800 metri</strong> di quota. Il <strong>Taburno-Camposauro</strong> è il massiccio calcareo più imponente, con i suoi versanti che guardano verso la pianura campana a sud-ovest; a nord il confine con il <strong>Molise</strong> segna il passaggio alle colline argillose più aperte. Il <strong>Calore</strong> e i suoi affluenti attraversano la zona creando vallate che scendono verso il Sannio beneventano, e i vigneti si distribuiscono sui versanti argillosi e calcarei di tutto questo sistema collinare.<br><br>La provincia di <strong>Benevento</strong> è la prima della Campania per superficie vitata — circa la metà della regione — con un ampelografico di varietà autoctone tra i più ricchi del sud Italia. Il <strong>Sannio</strong> storico era il territorio dei popoli Sanniti, una confederazione di tribù montanare che resistette a Roma per decenni; questa origine montana e interna ha plasmato una viticoltura di collina che non ha mai sviluppato le caratteristiche dei vini di pianura campana.</p><h3>Geologia, suoli, clima</h3><p>Il substrato del Sannio beneventano è eterogeneo come tutta la geologia appenninica. Il massiccio del <strong>Taburno</strong> è <strong>calcareo</strong> — roccia compatta che affiora bianca sui versanti più esposti e crea suoli sottili e drenanti; i versanti meridionali del Taburno, rivolti verso la piana di Benevento, hanno suoli più argillosi che scendono verso la pianura. Nell'area nord del Sannio, verso il confine molisano, affiorano <strong>argille e marne appenniniche</strong> compatte, con suoli più pesanti e profondi.<br><br>Il clima è <strong>appenninico interno</strong>: più continentale rispetto alla costa campana, con inverni freddi, nevosi in quota, ed estati calde ma meno afose rispetto alla pianura. Le precipitazioni — tra i <strong>700 e i 1000 mm annui</strong> — sono superiori alla media meridionale e si concentrano in inverno e primavera; le stagioni asciutte estive sono meno severe che in Sicilia o in Puglia. Le brezze dai valichi appenninici portano freschezza nelle notti estive, creando escursioni termiche che rallentano la maturazione dei vitigni tardivi come l'<strong>Aglianico</strong>.</p><h3>Storia</h3><p>Il <strong>vino Falerno</strong> dell'antichità — il più celebrato dai poeti latini — è attribuito alla zona a nordovest del Sannio, sui versanti del <strong>Monte Massico</strong> al confine con il Lazio; ma è tutta la Campania interna, incluso il Sannio, a produrre vino sistematicamente dall'epoca <strong>sannita e romana</strong>. La confederazione sannitica coltiva la vite sui versanti montani prima ancora della romanizzazione, come testimoniano i ritrovamenti di dolia vinarie nei siti arcaici beneventani.<br><br>Nel Medioevo i monaci <strong>benedettini</strong> — con l'abbazia di <strong>Montecassino</strong> come centro di influenza e quella di <strong>San Vincenzo al Volturno</strong> come presidio locale — mantengono i vigneti in una zona altrimenti sconvolta dalle invasioni longobarde e saracene. Il Novecento porta la cooperazione vinicola e la produzione di massa orientata all'export di vino sfuso verso le grandi cantine settentrionali. La riscoperta della <strong>Falanghina</strong> come varietà identitaria del Sannio avviene dagli anni Ottanta, quando alcuni produttori iniziano a vinificarla in purezza invece di usarla nei blend.</p><h3>Oggi</h3><p>Il Sannio ha trovato nella <strong>Falanghina</strong> il suo vitigno di riferimento: coltivata principalmente nella zona del Taburno su suoli calcarei, produce un bianco con acidità marcata e struttura fine che si distingue dal biotipo flegreo della stessa varietà per un profilo più minerale e meno aromatico. La Falanghina del Sannio su calcare del Taburno esprime una verticalità che la versione di pianura campana non raggiunge.<br><br>L'<strong>Aglianico</strong> sull'area del Taburno — suoli calcarei e argillosi a quote tra i 300 e i 600 metri — produce vini di struttura tannica considerevole, con maturazioni che si protraggono fino a novembre per lo spessore della buccia. La siccità relativa dell'estate sannita favorisce la concentrazione naturale delle uve senza ricorrere a diradamenti aggressivi. Il biologico si è diffuso su entrambi i versanti del comprensorio, agevolato dalla quota e dall'altitudine che riducono la pressione delle malattie funginee nelle settimane più calde.<br><br>Il patrimonio di varietà autoctone quasi dimenticate — <strong>Coda di Volpe, Greco del Sannio, Sciascinoso, Agostinella</strong> — è in recupero da parte di piccoli produttori che cercano l'identità più profonda del territorio. Questo recupero passa attraverso impianti misti di varietà diverse, dove il concetto di singola varietà lascia spazio a vigne policrome che producono blend come si faceva prima che la monoviticoltura razionale li sostituisse. Il <strong>Piedirosso</strong> — varietà rossa leggera, con profilo floreale e acidità alta — viene valorizzato sempre più come alternativa all'Aglianico nelle annate più calde.</p>"