A Castion di Belluno, Dolomiti Bellunesi, Alex Della Vecchia coltiva circa 2 ettari dal 2010 su suoli ghiaioso-calcarei. Biologico, naturale. Pinot Nero, PIWI. Rosato da rifermentazione in bottiglia.
Via Pedecastello attraversa Castion di Belluno in un paesaggio che non ha nulla dei vigneti del sud Italia: montagne dolomitiche alle spalle, boschi ovunque, aria che scende fresca dai Bellunesi anche in piena estate. Castion è una frazione di Tambre, in provincia di Belluno. La via Pedecastello — che dà il nome alla cantina — attraversa vigneti e giardini a circa 500 metri di altitudine, in un paesaggio che non ha nulla del vino del Sud Italia: montagne sullo sfondo, boschi intorno, aria fresca che scende dai Bellunesi. I suoli sono di natura ghiaioso-calcarea sedimentaria, con componenti che offrono drenaggio estremo e mineralità pronunciata. A questa latitudine e altitudine il Pinot Nero esprime caratteristiche alpine — acidità tagliente, note di frutti rossi freschi, pietra focaia — che si ritrovano poi nel rosato prodotto da Alex Della Vecchia. Il vigneto è circondato da vegetazione naturale e si inserisce in una zona di rilevanza paesaggistica speciale, vicino ai sentieri escursionistici che salgono verso il parco nazionale.
Alex Della Vecchia conduce Pedecastello in parallelo con la propria attività professionale principale, con la cura e l'attenzione di chi sceglie il vino come espressione personale piuttosto che come mestiere primario. Pianta il vigneto nel 2010 su un appezzamento di circa 2 ettari, scegliendo il Pinot Nero per la sua idoneità ai suoli ghiaioso-calcarei del Bellunese. Affianca alle uve classiche alcune varietà PIWI, i cosiddetti vitigni resistenti ottenuti per incrocio, che permettono di ridurre ulteriormente i trattamenti in vigna — già ridotti al minimo nell'approccio biologico e naturale che guida l'azienda. Il progetto cresce gradualmente, mantenendo dimensioni artigianali e rese molto basse.
La gestione è biologica e naturale. In cantina Alex lavora con approccio non interventista: Le uve fermentano con i lieviti selvaggi, senza aggiunta di ceppi selezionati. Il vino rosato da Pinot Nero viene elaborato con una breve macerazione sulle bucce, poi affina in acciaio a contatto con i propri lieviti, sviluppando un vino fragrante, acido, citrico, con note di pietra focaia e grande mineralità. Alcune bottiglie vengono chiuse con tappo corona e messe in commercio in stile ancestrale — una piccola presenza di anidride carbonica residua che le rende frizzanti. La produzione si aggira intorno alle 10.000 bottiglie annue da due ettari di vigna, con rese volutamente basse. La produzione si aggira intorno alle 10.000 bottiglie annue da due ettari, con rese volutamente basse che Alex considera parte integrante della qualità. Alex Della Vecchia ha costruito questo progetto in parallelo con la propria attività professionale: una scelta che racconta la natura autentica del Pedecastello, espressione personale di un territorio alpino che raramente appare nelle mappe del vino italiano.
"<p>La provincia di Belluno è la più settentrionale del Veneto, incastrata tra le <strong>Dolomiti</strong> a nord — dichiarate Patrimonio UNESCO nel 2009 — e le Prealpi a sud, con il <strong>Piave</strong> e i suoi affluenti — il Boite, il Cordevole, il Mis — che scendono dalla montagna tagliando le valli in direzione nord-sud. I vigneti si concentrano sulle fasce di versante meglio esposte, soprattutto nella <strong>valle del Piave</strong> tra Belluno e Feltre e nelle zone pedemontane più basse, tra i <strong>200 e i 500 metri</strong> di quota. Non è un territorio di pianura: ogni appezzamento occupa un pendio specifico, spesso a ridosso di rocce dolomitiche o su depositi morenici lasciati dai ghiacciai quaternari.<br><br>La superficie vitata non supera i <strong>200 ettari</strong> totali: le condizioni montane rendono impossibile la meccanizzazione su larga scala, per cui ogni appezzamento rimane necessariamente limitato nelle dimensioni e nel numero di vignaioli che riesce a sostenere. Le vigne si inseriscono in un mosaico di ecosistemi che alterna boschi di <strong>latifoglie e conifere</strong>, prati magri e versanti vitati, dove i filari convivono con pascoli alpini e frutteti in un sistema agricolo che storicamente non era mai basato sulla monocoltura vitivinicola.</p><h3>Geologia, suoli, clima</h3><p>La geologia è quella delle Dolomiti e delle Prealpi venete: <strong>calcari e dolomie</strong> del Triassico e del Giurassico formano le pareti rocciose che dominano il paesaggio, mentre i fondovalle sono coperti da <strong>depositi alluvionali e morenici</strong> di composizione varia. Sulle fasce di versante più vicine alle rocce il suolo è sottile, scheletrico e ricco di calcio; nelle zone più basse le ghiaie e le sabbie si mischiano con argille, creando suoli più fertili ma sempre ben drenanti.<br><br>Il clima è <strong>alpino continentale</strong>: inverni lunghi e nevosi, estati calde nelle ore centrali ma sempre condizionate dall'altitudine, con notti che si rinfrescano rapidamente già a luglio. Le precipitazioni sono abbondanti — superano spesso i <strong>1200 mm annui</strong> — e si concentrano in primavera e tarda estate. Le <strong>escursioni termiche</strong> giornaliere possono raggiungere i 15-20 gradi, favorendo una maturazione lenta e l'accumulo di acidità nelle uve.</p><h3>Storia</h3><p>La viticoltura nel territorio di Belluno ha radici medievali documentate: i Comuni del <strong>Trecento e Quattrocento</strong> registrano la presenza di viti sui versanti esposti a sud della valle del Piave e delle valli laterali. I <strong>monasteri</strong> benedettini e agostiniani mantengono i vigneti nelle loro proprietà terriere sulle pendici più riparate, integrando il vino nell'economia agricola montana.<br><br>Con la modernizzazione del <strong>Novecento</strong> molti vigneti vengono abbandonati: la migrazione verso la pianura e l'industria svuota progressivamente i paesi montani, e le vigne sui versanti più impervi vengono dismesse. La ripresa è avvenuta solo nell'ultimo decennio, con un movimento di piccoli produttori che ha recuperato vigne abbandonate e reimpiantato su varietà autoctone o resistenti, in un territorio che oggi punta esplicitamente sulla <strong>viticoltura eroica</strong> come tratto identitario.</p><h3>Oggi</h3><p>Il <strong>biologico</strong> ha trovato nel Bellunese un terreno particolarmente adatto: le vigne montane su pendio ripido richiedono già lavoro completamente manuale, e il clima alpino con le sue precipitazioni abbondanti offre un equilibrio idrico naturale che riduce la necessità di interventi sull'irrigazione. La <strong>morfologia impervia</strong> rende impossibile l'uso di macchinari pesanti, per cui il lavoro a mano è già la norma strutturale prima ancora di diventare una scelta.<br><br>L'interesse si è spostato verso le varietà autoctone: la <strong>Bianchetta Trevigiana</strong> — vitigno bianco a bacca piccola che matura con acidità alta — e il <strong>Verdiso</strong>, varietà resistente al freddo usata tradizionalmente nelle aree prealpine venete, stanno recuperando spazio rispetto alle varietà internazionali. Alcune aziende hanno piantato anche varietà <strong>PIWI</strong> — incroci resistenti alle malattie fungine — come risposta pratica alla <strong>peronospora</strong> più intensa in un clima con piogge abbondanti, portando il biologico a essere praticabile anche nelle annate più difficili.<br><br>L'economia del vino bellunese rimane largamente locale: la maggior parte delle cantine produce per il mercato provinciale e per i rifugi alpini dell'area dolomitica, creando un circuito di consumo che non ha bisogno di grandi strutture commerciali. Questa scala ridotta protegge le varietà autoctone — come la <strong>Bianchetta Trevigiana</strong> e il <strong>Verdiso</strong> — dalla pressione delle denominazioni più produttive, mantenendo vivi impianti che altrove sarebbero stati estirpati.</p>"