Nello Štajerska sloveno, Matija Žerjav — «Matic» — gestisce 9 ettari di terza generazione. Biologico e biodinamico. Cantina del 1852. Šipon, Kerner, Pinot Grigio. Vini bianchi, orange, Pet Nat con lieviti indigeni.
Nella cantina sotterranea costruita nel 1852, la temperatura rimane costante tutto l'anno tra i dieci e i dodici gradi: è qui che Matija Žerjav affina i vini della sua famiglia, terza generazione di viticoltori nello Štajerska, la Stiria slovena: la propaggine nord-orientale del paese, dove le colline si alzano verso il confine con l'Austria e degradano verso l'Ungheria. È una regione viticola a vocazione quasi esclusivamente bianca, con una storia vitivinicola documentata da secoli. Il paesaggio è quello delle colline della Stiria: vigneti terrazzati, boschi, piccoli villaggi. Il microclima è quello che i produttori locali chiamano «zona vinicola di montagna»: inverni rigidi che sterilizzano il terreno, estati calde con contrasti termici marcati tra giorno e notte. Più marna c'è nel suolo, meno acqua trattengono le radici — le viti soffrono, scendono in profondità e producono uve con mineralità salina e acidità pronunciata. Matija Žerjav, che tutti chiamano «Matic», è terza generazione di viticoltori in questa zona. Tiene i vini nella cantina sotterranea di famiglia, costruita nel 1852, dove la temperatura rimane costante tra i dieci e i dodici gradi centigradi tutto l'anno.
A ventiquattro anni Matic prende in mano la gestione dei 9 ettari di vigneto. Il lavoro che incontra è quello della tradizione locale: vini bianchi puliti e tesi, affinati in acciaio. Lui decide di aggiungere qualcosa: produce per la prima volta una singola barrique di Chardonnay e una di Laški Rizling (Welschriesling) con affinamento diverso — le bottiglie si esauriscono subito. Continua a sperimentare: macerazione sulle bucce, affinamento in anfore di argilla, metodo ancestrale per le bollicine. Il tutto mantenendo i metodi biologici e biodinamici che guidano la gestione del vigneto: nessun fertilizzante chimico, nessun antiparassitario, solo lieviti indigeni selvatici in cantina. La filosofia di Matic è che il vino naturale non è una moda: è il modo in cui il nonno produceva vino, ed è il modo giusto.
Nel vigneto, tra le varietà presenti spiccano le varietà autoctone della Stiria slovena: Šipon (il Furmint della Stiria, da viti di quasi cinquant'anni), Kerner, Pinot Grigio, con presenze di Chardonnay, Sauvignon Blanc e altri vitigni. Le macerazioni avvengono in serbatoi d'acciaio inox; dopo la svinatura il vino resta sui lieviti fini per un periodo variabile. Alcune cuvée maturano poi in botti di legno, altre in anfore di argilla. Matic produce anche Pet Nat e vini orange con macerazione estesa. Nessun prodotto chimico — né in vigna né in cantina. La filosofia di Matic è chiara: il vino naturale non è una moda, è il modo in cui il nonno produceva vino. È il modo giusto.
"<p>La <strong>Štajerska</strong> — la Stiria slovena — è la regione viticola più estesa della <strong>Slovenia</strong>, disposta nella parte nord-orientale del paese al confine con l'<strong>Austria</strong> a nord, con la <strong>Croazia</strong> a sud e l'<strong>Ungheria</strong> a est. Il paesaggio è quello delle colline intermedie tra le Alpi e la pianura pannonica: versanti dolci e increspati che salgono gradualmente dai <strong>200 ai 400 metri</strong>, con i vigneti distribuiti sui crinali esposti a sud e sud-ovest e i boschi che coprono le sommità. I torrenti del sistema del <strong>Drava</strong> — che attraversa anche Maribor — incidono le valli e creano microclimi diversificati nei fondovalle più riparati.<br><br>Quattro sottoaree si articolano nel comprensorio. La zona di <strong>Maribor</strong> — intorno alla seconda città slovena — è storica e pianeggiante; la <strong>Radgona-Kapela</strong> si sviluppa verso il confine austriaco a nord-ovest, con colline argillose e bianchi strutturati; la <strong>Haloze</strong> — con le colline più caratteristiche e i suoli di <em>opoka</em> — è la zona di riferimento qualitativo; la <strong>Prekmurje</strong> a est, nella piana pannonica, ha un carattere completamente diverso dagli altri tre sotto-areali.</p><h3>Geologia, suoli, clima</h3><p>La varietà geologica della Štajerska riflette la posizione di cerniera tra tre mondi geologici. Nelle <strong>Haloze</strong> — la zona più identitaria — affiorano i suoli di <strong>opoka</strong>: una marna calcarea giallastra, friabile e ben drenante, che crea suoli sottili con struttura fine dove il <strong>Šipon</strong> (Furmint sloveno) e il <strong>Welschriesling</strong> esprimono mineralità diretta. Le zone di pianura verso il Drava hanno <strong>alluvioni ghiaiose</strong> e sabbie con maggiore fertilità; le colline di Radgona presentano <strong>argille loessiche</strong> più pesanti.<br><br>Il clima è <strong>continentale con influenza pannonica</strong>: le pianure ungheresi a est portano calore nelle estati e raffrescano secco in autunno, mentre le Alpi a nord-ovest mantengono precipitazioni relativamente alte per la zona — tra i <strong>800 e i 1000 mm annui</strong>. Le escursioni termiche autunnali sono marcate e consentono maturazioni lente dei vitigni bianchi; le gelate primaverili sono un rischio reale nelle vallate più basse. Il vento da est porta aria secca dalla pianura pannonica durante la vendemmia.</p><h3>Storia</h3><p>La Štajerska viticola è inseparabile dalla storia della <strong>Stiria austro-ungarica</strong>: per secoli il territorio era parte del Ducato di Stiria, con la produzione vinicola orientata verso la corte di Graz e le città della pianura danubiana. I monasteri — in particolare i <strong>cistercensi</strong> — sviluppano i vigneti sistematicamente nelle valli del Drava e del Mura. La separazione tra Stiria austriaca e Stiria slovena avviene solo con i trattati di fine prima guerra mondiale, dividendo una tradizione viticola unitaria in due realtà nazionali diverse che mantengono però un'identità condivisa nelle varietà e nelle tecniche.<br><br>Il periodo socialista porta la <strong>collettivizzazione</strong> degli anni Cinquanta, con la Štajerska che perde la struttura di piccole proprietà familiari in favore delle cooperative di stato. Dopo il <strong>1991</strong> — con l'indipendenza slovena — la privatizzazione restituisce i vigneti ma il tessuto di piccoli produttori deve ricostituirsi da zero. Il decennio successivo porta una generazione di giovani produttori formatisi in Austria e in Italia, che applicano tecniche di viticoltura artigianale su piccole parcelle storiche.</p><h3>Oggi</h3><p>La <strong>Štajerska</strong> ha trovato nel <strong>Šipon</strong> — nome sloveno del Furmint — il suo vitigno di riferimento più identitario. Su suoli di opoka nelle Haloze, questa varietà a buccia spessa e acidità elevatissima produce bianchi che reggono lunghi affinamenti in legno grande senza perdere freschezza: un profilo molto diverso dal Furmint tokaiano, più fine e meno aromatico, con la mineralità calcarea della marna in evidenza.<br><br>Il biologico si è diffuso soprattutto nelle Haloze, dove la morfologia collinare e i suoli di opoka che richiedono lavoro manuale rendono le conversioni meno traumatiche. La siccità relativa dell'estate stiriana — più asciutta rispetto alla Slovenia occidentale — riduce la pressione fungina nelle settimane più calde, agevolando chi ha ridotto i trattamenti chimici. Le <strong>macerazione sulle bucce</strong> per il Welschriesling e lo Šipon si sono diffuse come modo di gestire l'acidità elevata di questi vitigni, ammorbidendo il profilo senza interventi chimici correttivi.<br><br>La <strong>Sauvignonasse</strong> — varietà bianca che in Slovenia viene chiamata Zeleni Sauvignon e che per decenni è stata scambiata con il Sauvignon Blanc — è in recupero sulle colline di Radgona, dove produce bianchi più neutri e erbacei rispetto al Sauvignon Blanc vero, con un profilo che i produttori più attenti sfruttano come caratteristica anziché difetto.</p>"