Nell'Alentejo, a Vidigueira, Cortes de Cima si estende su 400 ettari. Fondata nel 1988, dal 2020 Anna Jørgensen ha avviato una conversione rigenerativa: da 240 a circa 64 ettari di vigna, oliveti, boschi di sughero, pecore. Biologico.
Quattrocento ettari continui nel silenzio di Vidigueira: questo è il perimetro di Cortes de Cima nel cuore dell'Alentejo, la regione più vasta del Portogallo: un plateau ondulato nel centro-sud del paese, con estati bollenti e siccitose tra le più calde d'Europa e inverni freschi. Vidigueira si trova nel cuore di questo territorio, circondato da distese di cerro e sughero. I 400 ettari contigui che compongono la tenuta Cortes de Cima formano un sistema unico nel suo genere: un microecosistema in evoluzione che include vigneti, oliveti, boschi di sughero, pascoli e aree boschive in progressivo ampliamento. La cultura vinicola dell'Alentejo ha radici antiche: le talhas, le anfore di argilla tradizionali interrate nelle cantine della regione, sono state il principale strumento di fermentazione e conservazione del vino per secoli. Oggi sono al centro di una riscoperta da parte di un numero crescente di produttori dell'area, e Cortes de Cima conserva le proprie talhas storiche in cantina.
Nel 1988 Hans Jørgensen (danese) e sua moglie Carrie (americana) acquistano una grande tenuta a Vidigueira e avviano Cortes de Cima. Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila la cantina costruisce una reputazione basata su vini fruttati e tecnologicamente avanzati — un approccio “new world” che in quel periodo era sinonimo di qualità nei mercati internazionali. Anna Jørgensen, la figlia, cresce in mezzo a questa realtà ma fa un percorso diverso: dieci vendemmie girate per il mondo, apprendimento in contesti e culture vitivinicole lontane dall'Alentejo. Nel 2019 torna a Vidigueira, nel 2020 prende le redini dell'azienda. Avvia una rivoluzione: smette di usare erbicidi dopo la vendemmia del 2019, converte tutto al biologico nel 2020, avvia pratiche rigenerative. “La natura è molto più intelligente di noi, non la supereremo mai. Tanto vale imparare a lavorare con lei”, dice. Il progetto viene descritto da lei stessa come la riprogettazione di ciò che l'azienda vuole essere nei prossimi quarant'anni.
La superficie vitata viene ridotta drasticamente: da 240 a circa 120 ettari coltivati, con l'obiettivo di scendere ulteriormente verso i 64 ettari — lasciando il resto della tenuta alle colture polivalenti, ai boschi e agli animali. Quaranta ettari di olivi e cento di bosco di sughero sono stati reintrodotti. Pecore e bovini pascolano sulla tenuta, e il loro letame alimenta un sistema di compostaggio che chiude il ciclo della fertilità senza input esterni. In vigna si applica il minimo intervento possibile, con aspetti di biodinamica integrati nella gestione. In cantina Anna lavora con un approccio low-intervention: fermentazioni spontanee, uso delle talhas tradizionali per alcune vinificazioni, riduzione di additivi e correzioni tecnologiche. Il consulente per la potatura Marco Simonit collabora con l'azienda per migliorare la salute delle viti nel lungo periodo. Una trasformazione radicale che, operando su scala di oltre 100 ettari, rappresenta una prova concreta che il cambiamento verso l'agricoltura rigenerativa è possibile anche nelle aziende di grandi dimensioni.
"<p>L'Alentejo si distende per quasi un terzo del territorio portoghese, tra il <strong>Tago</strong> a nord e il confine con l'<strong>Algarve</strong> a sud, spingendosi fino alla frontiera spagnola a est. Il nome significa letteralmente «al di là del Tejo» e già descrive la collocazione rispetto a Lisbona: un interno ampio dove il paesaggio si apre su pianure ondulate e collinette basse ricoperte da pascoli, querce da sughero, oliveti e vigneti. Non ci sono rilievi importanti tranne nella subregione settentrionale di <strong>Portalegre</strong>, dove le colline raggiungono i <strong>700 metri</strong> e il clima si raffredda sensibilmente rispetto alla pianura circostante.<br><br>Nella maggior parte del territorio il terreno ondula tra i 150 e i 300 metri, e i vigneti si inseriscono nel <strong>montado</strong> — il sistema agroforestale tradizionale con <strong>querce da sughero</strong> che disegnano il paesaggio con le loro chiome basse e torte. Verso sud, nelle subregioni di <strong>Moura</strong>, <strong>Granja-Amareleja</strong> e <strong>Vidigueira</strong>, il paesaggio si fa più piatto e arido, con i vigneti esposti al caldo intenso dell'estate.</p><h3>Geologia, suoli, clima</h3><p>I suoli dell'Alentejo sono tra i più eterogenei dell'Europa viticola. Il <strong>granito</strong> affiora nelle zone più settentrionali intorno a <strong>Portalegre</strong>, dove drena rapidamente l'acqua e si riscalda velocemente al sole estivo. Scendendo verso il cuore della regione, intorno a <strong>Évora, Borba e Reguengos</strong>, i <strong>calcari e i marmi</strong> intercalano le <strong>argille</strong> in un mosaico che cambia composizione ogni pochi chilometri. Le argille dominano nelle zone pianeggianti, dove trattengono l'umidità delle piogge invernali per rilasciarla lentamente nella stagione secca. Gli <strong>scisti</strong> compaiono a tratti sui versanti orientali più vicini alla frontiera spagnola.<br><br>Il clima è mediterraneo continentale, tra i più estremi d'Europa viticola. Le temperature superano regolarmente i <strong>40 gradi</strong> nelle pianure centrali durante luglio e agosto, le precipitazioni scendono sotto i <strong>500 mm annui</strong> e si concentrano tra ottobre e marzo, lasciando l'estate completamente secca. Questa siccità intensa limita naturalmente le rese e accelera la maturazione. Nella subregione di Portalegre, dove l'altitudine supera i 400 metri, il clima si modera: le estati sono più fresche e le escursioni termiche notturne più marcate.</p><h3>Storia</h3><p>La viticoltura nell'Alentejo ha radici documentate nell'epoca romana: nel territorio di <strong>Évora</strong> si trovano tracce di ville rustiche con torchi oleari e vinari risalenti al <strong>I-II secolo d.C.</strong>, e alcune ville hanno restituito anfore da trasporto che confermano la produzione locale. La presenza <strong>fenicia</strong> costiera aveva già introdotto la vite nell'area, ma è con Roma che la produzione assume carattere sistematico e commerciale. La <strong>dominazione araba</strong> a partire dall'VIII secolo ridimensiona la produzione, che riprende con la <strong>Reconquista</strong> cristiana tra il XII e il XIII secolo.<br><br>Nel corso del Medioevo si consolida la tradizione del <strong>vinho de talha</strong> — vino fermentato e conservato in grandi <strong>anfore di terracotta</strong> fissate verticalmente nelle cantine con la bocca aperta verso l'alto. Questa pratica rimane caratteristica specifica della regione per secoli, con varianti locali nel modo di gestire i solidi in fermentazione. Le cantine cooperative del <strong>Novecento</strong> concentrano la produzione e trasformano il vino in una commodity, riducendo progressivamente la diversità delle pratiche tradizionali fino agli anni Ottanta.</p><h3>Oggi</h3><p>Il recupero del <strong>vinho de talha</strong> è stato uno degli sviluppi più significativi degli ultimi vent'anni nell'Alentejo. Le anfore di terracotta locale — le <strong>talhas</strong> — vengono rimesse in uso per <strong>fermentazioni spontanee</strong> senza controllo delle temperature, con gestione minima e affinamento a contatto con bucce e vinaccioli per i bianchi. La pratica era caduta in disuso dagli <strong>anni Sessanta</strong>, quando le cantine moderne avevano preso il sopravvento; il recupero è avvenuto a partire dagli anni 2000, con alcune famiglie che hanno ritrovato talhas abbandonate nelle vecchie cantine e artigiani locali che hanno ripreso a produrne di nuove.<br><br>Il passaggio al <strong>biologico</strong> ha avanzato in modo disomogeneo: a <strong>Portalegre</strong>, dove il clima è più umido e la pressione fungina più elevata, la conversione richiede più attenzione e diversi anni di adattamento; nelle zone aride del centro e del sud, dove l'estate secca riduce drasticamente il rischio di malattie, alcune aziende lavorano con trattamenti minimi anche senza certificazione formale. Le querce da sughero del <strong>montado</strong> che convivono con i vigneti creano ecosistemi con biodiversità più alta rispetto alle monoculture.<br><br>I vitigni locali hanno ritrovato centralità: l'<strong>Aragonez</strong> — nome locale del Tempranillo — e la <strong>Trincadeira</strong> guidano la produzione dei rossi, con l'<strong>Alicante Bouschet</strong> che copre ampiamente i terreni argillosi. Tra i bianchi, l'<strong>Antão Vaz</strong> si adatta meglio alle temperature estreme e viene lavorato sia in fermentazioni a temperatura controllata sia in anfora.</p>"