Nel villaggio di Barnag, sugli Altopiani del Balaton, Bence Szilágyi produce vino in un fienile in pietra di duecento anni. Vigneti in affitto su suoli calcarei, tra Furmint, Riesling e Kékfrankos. Prima vendemmia ufficiale 2018, biologico.
Il villaggio di Barnag si trova sugli Altopiani del Balaton (Balatoni-felvidék), nella parte occidentale dell'Ungheria, dove il paesaggio si eleva rispetto alla pianura pannonica su una serie di rilievi vulcanici e calcarei che dominano la riva settentrionale del lago. Questa zona è storicamente legata alla viticoltura ungherese: il clima moderato dall'influenza del Balaton, i suoli calcarei ricchi di minerali. Bence Szilágyi coltiva qui vigneti in affitto su suoli calcarei, dove tra i filari crescono Furmint, Riesling, Kékfrankos, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. La viticoltura attorno al Balaton ha vissuto decenni complessi durante e dopo il periodo socialista, con molti vigneti abbandonati o ricostituiti con varietà di scarsa qualità. La riscoperta degli impianti tradizionali e delle varietà autoctone come il Furmint è fenomeno relativamente recente, e Bence fa parte di una generazione di vignaioli che ha scelto di lavorare con l'eredità viticola del territorio invece di ignorarla. I vigneti sugli Altopiani del Balaton hanno un'età media relativamente giovane, e il terroir calcareo caratterizza i vini con una struttura minerale che distingue questa zona dalle produzioni della pianura.
Il padre di Bence aveva un piccolo vigneto familiare coltivato per diletto, da cui traeva qualche barrique di vino ogni anno senza pensare alla commercializzazione. Bence studia enologia a Budapest e poi nel Palatinato tedesco. Dopo gli studi lavora in wine bar a Budapest, dove inizia a frequentare un ambiente vivace di appassionati e dove, in un viaggio a Berlino, entra per la prima volta in contatto con i vini naturali al wine bar Jaja. La reazione è immediata: quei vini erano completamente diversi da tutto ciò che aveva assaggiato fino ad allora. Inizia a frequentare produttori che lavorano in modo naturale, e visita più volte Franz Weninger in Burgenland, che diventa una figura di riferimento per il suo modo di pensare alla viticoltura. Nel 2017 Bence fa la prima vendemmia nel vigneto di famiglia, per gioco, insieme ad amici. Il vino riesce bene. Nel 2018 la prima vendemmia ufficiale, 400 bottiglie, senza prestiti bancari né investitori esterni. Da allora il progetto cresce lentamente ogni anno.
Bence coltiva personalmente metà dei vigneti che usa — presi in affitto, poiché il prezzo della terra attorno al Balaton è proibitivo — e acquista il resto delle uve da un produttore locale di fiducia che lavora in modo biologico. Tra i vitigni coltivati Furmint, Riesling, Kékfrankos, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. La vendemmia è manuale. In cantina Bence lavora in un fienile in pietra di circa duecento anni che ha trasformato in cantina: contenitori in legno, botti per la maturazione, spazio raccolto. Le fermentazioni partono spontaneamente con i lieviti indigeni, senza inoculazioni. I vini maturano in botti di rovere di varie dimensioni. L'imbottigliamento avviene senza chiarifica e senza filtrazione, con minime aggiunte di solfiti. La produzione, partita da 400 bottiglie nel 2017, è cresciuta nel tempo senza mai ricorrere a capitali esterni: ogni investimento è reinvestimento di ciò che le vendite generano.
"<p>Le colline vulcaniche degli Altopiani del Balaton si alzano dalla <strong>sponda settentrionale del lago</strong> come promontori isolati, visibili da lontano perché la pianura pannonica che li circonda è piatta. Il <strong>Badacsony</strong> è il più noto: un cono tronco di basalto che raggiunge i <strong>437 metri</strong> e scende ripido verso l'acqua; il <strong>Csobánc</strong>, il Tóti-hegy e il Szent György-hegy emergono anch'essi dalla pianura come isole vulcaniche, ognuno con il proprio versante esposto verso il lago a sud. Le vigne si arrampicano sui versanti meridionali di queste <strong>butte</strong>, dove la superficie del Balaton riflette la luce solare e aumenta l'irraggiamento sulle uve in maturazione.<br><br>L'intero arco della sponda nord del Balaton si sviluppa per una <strong>sessantina di chilometri</strong> da est a ovest, con i vigneti che scendono fino quasi al livello del lago a <strong>104 metri</strong> sul mare e salgono sulle butte fino a 300-350 metri di quota. La zona comprende anche versanti collinari meno drammatici, dove le vigne sono organizzate su terrazze e pendii più regolari tra le butte principali.</p><h3>Geologia, suoli, clima</h3><p>Il <strong>basalto</strong> è la roccia dominante delle butte vulcaniche del Badacsony e dei promontori circostanti: si è formato da <strong>eruzioni vulcaniche terziarie</strong> e affiora grigio-scuro sulle pareti rocciose, mentre si trasforma in suolo bruno-rossastro ricco di minerali man mano che si decompone. Sopra il basalto si stratificano <strong>argilla, loess e sabbia</strong> in proporzioni variabili a seconda dell'esposizione e dell'altitudine. I suoli più vicini alle pareti basaltiche sono sottili e ben drenanti; nelle terrazze più basse il <strong>loess</strong> si accumula creando strati più fertili e profondi.<br><br>Il <strong>Lago Balaton</strong> — con i suoi circa <strong>600 km²</strong> di superficie — funziona da accumulatore termico: trattiene calore d'estate e lo rilascia in autunno, ritardando i geli notturni di settembre e ottobre e allungando la stagione vegetativa. Il clima generale è <strong>continentale sub-pannonico</strong> con influenze sub-mediterranee: estati calde e soleggiate, inverni freddi, con precipitazioni distribuite abbastanza uniformemente durante l'anno e una primavera mite che consente una lunga stagione di crescita.</p><h3>Storia</h3><p>La viticoltura nella zona del Balaton è documentata fin dall'epoca romana, quando le ville rustiche della <strong>Pannonia</strong> producevano vino per le guarnigioni stanziate nell'area. Dopo la caduta dell'Impero romano e le migrazioni delle popolazioni germaniche, l'abbazia benedettina di <strong>Tihany</strong> — fondata nel <strong>1055</strong> — diventa un centro di produzione vinicola importante per tutto il Medioevo. Il <strong>Kéknyelű</strong> — vitigno autoctono il cui nome significa letteralmente «tralcio azzurro» — è documentato sulle colline di Badacsony già nel <strong>XIV-XV secolo</strong> come varietà di pregio.<br><br>L'era austro-ungarica vede la crescita di una produzione strutturata. Con la <strong>collettivizzazione socialista</strong> degli anni Cinquanta le proprietà individuali vengono abolite e la produzione si concentra in grandi cantine di stato orientate alla quantità. Dopo il <strong>1989</strong> la privatizzazione riporta i vigneti nelle mani di famiglie e piccoli produttori, avviando un lungo processo di recupero della qualità che si intensifica nel corso degli anni Duemila.</p><h3>Oggi</h3><p>La rinascita viticola degli ultimi trent'anni si è costruita soprattutto intorno all'<strong>Olaszrizling</strong> — varietà bianca che si adatta bene ai suoli basaltici e alla moderazione termica del lago — e al recupero del <strong>Kéknyelű</strong>, quasi scomparso durante gli anni della collettivizzazione. Alcune famiglie avevano conservato pochi filari di Kéknyelű sulle <strong>parcelle</strong> più difficili da meccanizzare, e da questi sopravvissuti la ripropagazione è ripartita a partire dagli <strong>anni Novanta</strong>.<br><br>La pendenza delle butte basaltiche rende impossibile la meccanizzazione sui versanti più ripidi, per cui molte vigne vengono lavorate a mano su terrazze strette. Questa condizione ha facilitato il passaggio al <strong>biologico</strong> in diversi piccoli produttori, che gestiscono parcelle da uno a tre ettari spesso su più esposizioni. La gestione biologica punta a preservare la mineralità del <strong>basalto</strong> in decomposizione evitando i concimi di sintesi che altererebbero l'equilibrio del suolo.<br><br>Lo <strong>Szürkebarát</strong> — il Pinot Grigio ungherese — cresce bene sui versanti più esposti a sud, dove il calore riflesso dal lago accelera la maturazione. Alcune aziende lo fermentano con contatto sulle bucce, recuperando una pratica locale che il <strong>dopoguerra</strong> aveva pressoché cancellato in favore di fermentazioni rapide e pulite.</p>"