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A Dolanci, sopra la Vipavska Dolina slovena, la famiglia Kobal coltiva vigne biodinamiche su cento terrazze marnose. Prima vendemmia indipendente nel 2016. Varietà autoctone: Pinela, Zelen, Vitovska, Refosco.

Sopra il paese di Dolanci, nella Vipavska Dolina, più di cento terrazze scendono sui versanti con esposizioni sud e sud-est. Qui la famiglia Kobal coltiva i propri vigneti tra i 200 e i 350 metri di altitudine, in un'area protetta dal programma europeo Natura 2000. I suoli sono prevalentemente marnosi con componenti di argilla e calcare, una combinazione che trattiene l'umidità nelle estati siccitose e conferisce alle uve mineralità marcata. Il vento è una presenza costante: la Bora che soffia dal Carso e quella che risale dalla valle si alternano e si scontrano tra i vigneti, asciugando le foglie e rafforzando le difese naturali delle viti. Le temperature medie sono leggermente più fresche rispetto al fondovalle della Vipavska Dolina, rallentando la maturazione e conservando acidità nelle uve. Le grandi escursioni termiche tra giorno e notte contribuiscono alla complessità delle varietà autoctone coltivate su questi suoli.

Il primo Kobal a piantare viti sopra Dolanci fu il bisnonno dell'attuale conduttore, nel 1880, e le vigne si sono tramandate di generazione in generazione. Il bisnonno produceva 30.000 litri di Vipavec destinati principalmente a Trieste e Ljubljana. Dopo la seconda guerra mondiale la nazionalizzazione impose la vendita delle uve alla cantina cooperativa; il padre Kazimir riprese il controllo delle parcelle migliori nel 1975 e continuò ad allargare la superficie. Nel 2014 il figlio — insieme alla moglie Mojca — decide di lasciare il lavoro in città per tornare alla fattoria a tempo pieno. Si ritira dalla cooperativa e fonda Fedora come cantina indipendente. Il primo vino, Pinela 2016, riceve subito un riconoscimento internazionale. La gestione adotta i principi biodinamici: fasi lunari, compost, microrganismi che equilibrano il terreno. Una parte significativa del lavoro consiste nel recupero di vigneti abbandonati negli ultimi cinquant'anni, ritenuti troppo faticosi da lavorare rispetto a parcelle più accessibili.

Nel vigneto, tra le varietà presenti prevalgono le varietà autoctone della Primorska — Pinela, Zelen, Vitovska Grganja, Ošip, Ribolla, Refosco — insieme ad altre varietà storiche come Malvasia, Riesling Italico e Glera, coltivate sulle terrazze con esposizioni più favorevoli. La cantina lavora anche moltiplicando le marze dei vitigni più rari per impiantarli su nuove parcelle. Le uve si raccolgono a mano, terazza per terrazza, con raccolta differenziata per varietà. In cantina l'approccio tende al minimo intervento: le fermentazioni partono con i lieviti indigeni presenti sulle bucce, senza aggiunte di lieviti selezionati. Il vino matura in contenitori appropriati alla tipologia prima dell'imbottigliamento. Mojca e il marito lavorano le 30.000 viti — tra quelle già mature e le giovani di recente impianto — rispettando i tempi imposti dalle stagioni e dal terreno.

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Vipavska Dolina

"<p>La <strong>Valle della Vipava</strong> — <em>Vipavska Dolina</em> in sloveno — si apre nella <strong>Slovenia occidentale</strong> come una bassa pianura alluvionale incassata tra il <strong>Carso</strong> a sud e le ultime propaggini delle <strong>Alpi Giulie</strong> a nord, percorsa dal fiume <strong>Vipacco</strong> che scende verso la pianura isontina e il confine italiano. La valle è geograficamente a cavallo tra il Mediterraneo e la Mitteleuropa: l'aria calda dall'Adriatico sale verso nord attraverso il corridoio del Carso, mentre la <strong>Burja</strong> — il vento carsico da nord-est, bora in italiano — scende violento nei periodi invernali e primaverili con raffiche che possono superare i <strong>150 km/h</strong>, asciugando le vigne in poche ore dopo ogni pioggia e riducendo così la pressione fungina che le precipitazioni abbondanti altrimenti favorirebbero. Questa dialettica di venti determina il microclima della zone più di qualsiasi altro fattore.<br><br>I vigneti si distribuiscono sui versanti terrazzati tra i <strong>100 e i 400 metri</strong>, con le parcelle migliori sui conoidi di deiezione dei corsi d'acqua laterali dove il drenaggio è ottimale. La <strong>città di Vipava</strong> e i comuni di <strong>Ajdovščina</strong> e <strong>Nova Gorica</strong> sono i centri principali; a ovest il confine con il <strong>Collio Goriziano</strong> italiano è quasi impercettibile nel paesaggio, e le vigne dei due lati del confine producono su substrati geologici identici.</p><h3>Geologia, suoli, clima</h3><p>Il substrato della Vipavska Dolina è quello del contatto tra le <strong>marne dell'Eocene</strong> — le stesse dell'Opoka slovena — e i <strong>calcari carsici</strong> del plateau che sovrasta la valley a sud. Sulle terrazze fluviali i suoli sono <strong>marnoso-arenacei</strong> con componente argillitica, ben drenanti e moderatamente ricchi; sui versanti verso il Carso affiorano le <strong>marne giallastre</strong> che i produttori sloveni chiamano <em>opoka</em>, friabile e calcaree, che trattengono l'umidità con parsimonia e cedono mineralità ai vitigni bianchi in modo diretto. Le zone pianeggianti di fondovalle hanno alluvioni più fertili e profonde.<br><br>Il clima è <strong>sub-mediterraneo con forte influenza carsica</strong>: la Burja — che soffia in media <strong>80-100 giorni all'anno</strong> — asciuga le vigne rapidamente dopo le piogge e riduce la pressione fungina in modo strutturale. Questa ventosità è il principale alleato del biologico: dove la Burja soffia, la peronospora fatica a installarsi. Le precipitazioni sono abbondanti — circa <strong>1000-1200 mm annui</strong> — ma distribuite in modo irregolare; le estati sono calde con notti fresche per l'influenza alpina.</p><h3>Storia</h3><p>La Vipavska Dolina è citata come zona viticola già nel <strong>XI-XII secolo</strong> nei documenti dei vescovati di Aquileia e Trieste, che controllavano le terre della pianura isontina. La viticoltura sistematica sui versanti della valle sviluppa le varietà locali nel corso dei secoli: nel <strong>1844</strong> il parroco <strong>Matija Vertovc</strong> pubblica il primo trattato sistematico di viticoltura slovena — <em>Vinoreja</em> — dove elenca e descrive le varietà autoctone della Vipavska Dolina, alcune delle quali erano già allora esclusive di questa valle. Il trattato di Vertovc è il primo documento agronomico sloveno di ampiezza e metodologia moderna.<br><br>Il <strong>XX secolo</strong> porta la collettivizzazione jugoslava e la cooperativa di Vipava — una delle più grandi della regione — che produce volumi enormi di vino standardizzato. Dopo il <strong>1991</strong> e l'indipendenza slovena, piccoli produttori recuperano i vigneti storici e le varietà di Vertovc, avviando una delle rinascite viticole più rapide dell'est europeo.</p><h3>Oggi</h3><p>La Vipavska Dolina è diventata nell'ultimo decennio uno dei territori di riferimento del vino naturale europeo, per ragioni strutturali e culturali: la Burja asciuga le vigne dopo ogni pioggia rendendo il biologico più facile che altrove; le varietà autoctone — <strong>Zelèn, Pinela, Klarnica, Vitovska</strong> — richiedono un approccio attento e parcellare che non si presta alla produzione di massa; e la vicinanza con il <strong>Friuli Venezia Giulia</strong> ha favorito gli scambi con i pionieri italiani della macerazione sulle bucce.<br><br>Il <strong>Zelèn</strong> — "verde" in sloveno, per il colore dei grappoli — è la varietà più identitaria della valley: acidità elevatissima, struttura erbacea e citrica, con un profilo che su marne di opoka diventa minerale e persistente. La <strong>Pinela</strong> è più sottile, con fiori bianchi e tannini pellicolare fini che reggono la macerazione; la <strong>Klarnica</strong> e la <strong>Vitovska</strong> completano il quadro autoctono con profili diversi ma sempre con la firma minerale del suolo marnoso.<br><br>La <strong>macerazione sulle bucce</strong> — pratica che in questa zone ha radici nel Friuli degli anni Settanta e negli scambi tra i produttori delle due sponde del confine — è oggi il metodo standard per molti produttori biologici della Vipavska Dolina, che usano anfore di terracotta, kvevri georgiani o botti antiche per affinamenti di diversi mesi senza solfiti aggiunti. La Burja, asciugando le vigne, riduce la necessità di solforare preventivamente e permette ai produttori di lavorare con quantità di solfiti molto basse o nulle.</p>"

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